Si chiude il cerchio sulla stretta alla cittadinanza. Il Kuwait ha imboccato una curva nella sua storia politica: dall’ibrido monarchico-parlamentare che per decenni ha distinto l’emirato, oggi guidato da Sheikh Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah, verso un modello di centralizzazione esecutiva che ricalibra identità, diritti e rapporti di forza interni. La quasi sospensione della vita parlamentare nel maggio 2024 ha aperto la strada a una sequenza di decreti – 116/2024, 158/2024 e soprattutto il recente 52/2026 – che ridefiniscono la cittadinanza come strumento amministrativo e di sicurezza, sottratto al vaglio dei tribunali e legato a requisiti stringenti di mononazionalità, biometria e prova genetica di lignaggio.
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Il cuore della riforma è giuridico e politico insieme. L’articolo 22 del Decreto-Legge 52/2026 classifica ogni decisione su acquisizione, revoca o perdita della cittadinanza come “atto di sovranità” non impugnabile: una cesura netta rispetto alla prassi che consentiva ricorsi amministrativi fino alla Corte di Cassazione. Parallelamente, l’articolo 11 bis impone ai naturalizzati l’obbligo di rinunciare a ogni altra nazionalità, pena la nullità retroattiva del decreto di naturalizzazione; l’articolo 16 lega la revoca alla perdita totale di benefici e titoli economici; l’articolo 20 definisce il Dna e la biometria quali strumenti di verifica.
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Le revoche
Il perimetro del “chi è cittadino” viene così tracciato con criteri più stretti e tecnici, ma soprattutto con minori garanzie. Sotto audit ci sarebbero decine di migliaia di posizioni: stime interne citano fino a 70.000 individui tra revocati e verificati, con un focus sulle circa 40.000 donne naturalizzate via matrimonio. Il messaggio è: chiudere falle di doppia cittadinanza e documentazione irregolare; ridisegnare l’equilibrio demografico-politico contenendo l’espansione dei bacini elettorali che potrebbero antagonisti rispetto all’asse tradizionale della famiglia regnante.
Il welfare
Sul piano economico, gli obiettivi della stretta sono evidenti. Comprimere il numero dei beneficiari del welfare per ridurre la spesa strutturale e liberare margini per la transizione del programma “New Kuwait 2035”. In pratica, risparmi fino a 17 miliardi di euro entro il 2031, migliore valorizzazione del debito sovrano. In vista ci sono anche riforme rapide - dalla possibile introduzione dell’Iva alla privatizzazione di utility – e cantierizzazione di progetti infrastrutturali rimasti fermi. Ci sono anche rischi: liquidità che migra verso giurisdizioni più prevedibili, immobiliare meno liquido in un mercato dove i non cittadini hanno accesso limitato alla proprietà.
I Paesi del Golfo
La scelta kuwaitiana s’inserisce in una traiettoria regionale securitaria: integrazione dei data base con i partner del Golfo, registri transnazionali, uniformazione di protocolli. È il passaggio da un’eccezione parlamentare a un allineamento con modelli più centralizzati. Se la frammentazione delle opposizioni tribali resterà gestibile, l’emirato potrebbe consolidare una “stabilità tecnocratica” che scambia il contraddittorio per velocità decisionale e sostenibilità fiscale. La prossima finestra dirà molto: la scadenza dei 90 giorni per la mononazionalità, l’implementazione su larga scala dei controlli biometrici. Se gli indicatori macro miglioreranno mentre capitale e talenti resteranno in patria, la scommessa apparirà vinta. Se invece investimenti e mercato immobiliare si raffredderanno, il conto della nuova sovranità potrebbe presentarsi salato. In ogni caso, il segnale è già chiaro nel Golfo: a Kuwait City la cittadinanza è diventata l’ingranaggio centrale di una nuova governance.
A distanza di qualche giorno dalla conclusione del vertice, proviamo a fare un bilancio: chi esce rafforzato da Évian? Quali risultati concreti sono stati raggiunti? E soprattutto: in un mondo sempre più...