Nuovi strumenti per comunicare

Il futuro delle riunioni aziendali senza barriere linguistiche (grazie all’AI)

Una comunicazione più inclusiva ed efficace può liberare il potenziale di tutti in azienda e migliorare la collaborazione

di Gianni Rusconi

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Una riunione, un commento inespresso, un’idea che non arriva al tavolo della discussione: tre frammenti di una stessa scena per descrivere come le barriere linguistiche possono incidere sulla competitività delle imprese. Secondo una ricerca realizzata da DeepL in collaborazione con YouGov su un campione di mille lavoratori italiani, oltre un professionista su tre (il 36% per la precisione) ammette di essere rimasto in silenzio nel corso di meeting internazionali a causa della poca fiducia nella conoscenza della lingua straniera. Un fenomeno diffuso, che investe direttamente anche la produttività e la valorizzazione delle persone, con il 41% degli intervistati che ammette impatti negativi sul lavoro quotidiano e quasi due lavoratori su tre (il 63%) che ritengono le difficoltà di interazione un ostacolo alla crescita professionale, agendo di fatto come un freno sistematico al potenziale umano all’interno delle organizzazioni.

I costi originati dalle barriere linguistiche sono difficili da quantificare e una soluzione al problema può arrivare dagli strumenti di intelligenza artificiale. Il 59% dei professionisti italiani, in particolare, ritiene che parteciperebbe più attivamente a riunioni internazionali se potesse contare su sistemi di traduzione vocale in tempo reale mentre fra chi già utilizza soluzioni di AI linguistica il 46% segnala un miglioramento della comunicazione interna. Per contro, permangono ancora diversi ostacoli all’adozione della tecnologia e i principali sono la scarsa familiarità con questi strumenti e la mancanza di formazione adeguata. Il tema di fondo, come suggerisce lo studio, non è più (solo) quale lingua parlare per fare business, ma come rendere la comunicazione più inclusiva ed efficace, prospettiva che abbiamo analizzato con Jarek Kutylowski, fondatore e Ceo di DeepL.

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Un terzo dei professionisti italiani resta in silenzio durante le riunioni internazionali per insicurezza linguistica. È un problema di competenze o cos’altro?

Non è un problema di competenza, ma di accesso: chi rimane in silenzio non è meno creativo o talentuoso di chi prende la parola ma semplicemente non si sente sicuro con una lingua che non è la propria. Questo ha un costo enorme per le organizzazioni, che perdono contributi preziosi ogni giorno senza nemmeno rendersene conto. La lingua non dovrebbe mai essere il filtro che determina chi partecipa e chi no e la ricerca lo conferma chiaramente: il silenzio nasce da una mancanza di fiducia, e questo può essere affrontato con gli strumenti giusti.

Qual è oggi il “costo nascosto” più sottovalutato del multilinguismo? 

Quello psicologico. Le aziende misurano il tempo dedicato alla traduzione di documenti, i ritardi nei processi e i malintesi nella comunicazione ma non ciò che non accade, come per esempio le idee che non vengono condivise, le opportunità che vanno perse, i talenti che restano in disparte perché non si sentono abbastanza sicuri da contribuire pienamente.

L’AI linguistica può avere un impatto sulla produttività aziendale persino superiore a quella generativa?

L’AI generativa produce contenuti, mentre quella linguistica abilita conversazioni: la differenza è sostanziale. Una conversazione è bidirezionale, avviene in tempo reale e coinvolge sfumature, toni ed emozioni; migliorare la comunicazione tra le persone significa sbloccare qualcosa di molto più profondo della semplice automazione di task. Quando un dipendente può partecipare pienamente a una riunione internazionale, o quando un manager può negoziare con un partner straniero nella propria lingua, l’impatto non riguarda solo la produttività immediata, ma anche la fiducia, la qualità delle decisioni e la velocità con cui un’organizzazione può agire su scala globale. Questo tipo di impatto è molto più difficile da quantificare, ma è anche molto più trasformativo.

Come immagina una riunione internazionale fra cinque anni?

La immagino come una conversazione in cui la lingua di ciascuno diventa irrilevante ai fini della comunicazione, ma non scompare come tratto identitario. Ognuno parla nella propria lingua, ascolta gli altri nella propria lingua, e il tutto avviene in modo così fluido da non percepire più alcun attrito. Con DeepL Voice stiamo già lavorando in questa direzione, e i risultati in termini di accuratezza, fluidità e affidabilità confermano che siamo molto vicini. Tra cinque anni, la traduzione vocale in tempo reale sarà integrata nelle piattaforme così come lo sono oggi microfoni e videocamere: un’infrastruttura invisibile, che c’è e funziona, a cui nessuno deve pensare. L’obiettivo che ci siamo dati è esattamente questo, ovvero sia una conversazione totalmente fluida, in cui le persone non solo si capiscono tra di loro, ma si sentono a proprio agio. La lingua che parliamo è parte di chi siamo, e questo rimarrà vero anche quando la tecnologia avrà risolto il problema della comunicazione cross-linguistica.

Quando si parla di agenti AI si pensa soprattutto alle loro doti di ragionamento. La capacità linguistica sarà uno dei fattori decisivi per rendere questi strumenti realmente utili in azienda?

Assolutamente sì. La capacità di ragionare senza competenza linguistica è come avere un motore senza trasmissione. Gli agenti AI opereranno in ambienti aziendali reali, dove le istruzioni arrivano in linguaggio naturale, dove i documenti sono scritti in decine di lingue e dove la comunicazione con clienti e partner è al centro di ogni processo. Un agente che non comprende le sfumature linguistiche, il tono o il contesto culturale non è davvero utile. La competenza linguistica è essenziale affinché gli agenti operino con l’accuratezza e l’affidabilità che le aziende richiedono.

Negli ultimi decenni l’inglese è stato “la lingua” del busines. Se l’AI riuscisse a eliminare le barriere linguistiche, vivremo in un mondo in cui non esisterà più un idioma dominante?

Stiamo assistendo a un cambiamento strutturale, ma non alla scomparsa di una lingua dominante dall’oggi al domani. L’inglese rimarrà importante come lingua di riferimento per molto tempo, perché è radicato nell’infrastruttura del business globale, nei contratti, negli standard e nella cultura corporate. Ciò che cambia è il requisito a livello individuale: non sarà più necessario parlare inglese per accedere al mercato globale.

Ultima domanda: in futuro, la conoscenza di una lingua straniera diventerà per manager e professionisti una competenza meno rilevante? 

Sarà meno rilevante come requisito operativo, ma resterà preziosa come competenza culturale. Imparare una lingua significa imparare un modo diverso di vedere il mondo e questo ha un valore che l’intelligenza artificiale non può sostituire. Io stesso sono cresciuto tra Polonia e Germania e comprendere quei due mondi, la loro storia, il loro modo di pensare, le loro aspettative implicite, mi ha dato una prospettiva che nessuno strumento può replicare. Ciò che cambia è il ruolo strategico della lingua come requisito di accesso: fino a poco tempo fa, un’azienda straniera che voleva espandersi in Italia doveva assumere persone che parlassero italiano, oggi non è più necessario. L’AI linguistica libera le organizzazioni dai vincoli operativi della lingua, garantisce a tutti la possibilità di comunicare e consente alle aziende di concentrarsi sulle competenze che fanno davvero la differenza, come il pensiero critico o la capacità di costruire relazioni. Tra dieci anni, chi parlerà una lingua straniera avrà un vantaggio diverso da oggi, ovvero sia la capacità di capire davvero l’altro, di anticipare le sue aspettative, di costruire fiducia in modo autentico. Quello resterà il vero vantaggio competitivo e nessuna macchina, per quanto sofisticata, potrà sostituirlo del tutto.

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