Il futuro dell’industria in un contesto di sfiducia e incertezza
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erosione della centralità del ruolo dell’industria e del lavoro non può essere disgiunta da un’analisi della percezione del contesto attuale da parte degli italiani che, complice anche le difficoltà generate dal conflitto Israele, Usa e Iran dall’inizio dell’anno, è contrassegnata in larga prevalenza in senso negativo. Più di un terzo della popolazione ritiene di aver conosciuto una riduzione della propria ricchezza (37,5%) negli ultimi 5 anni, mentre solo poco più di un decimo (14,2%) ha notato un miglioramento. Tant’è che l’indicatore dell’“ascensore sociale”, ovvero la mobilità da uno strato all’altro, rimane bloccato per il 63,1%. Dunque, nell’immaginario collettivo degli italiani il nostro paese si conferma “bloccato”, ha perso quella dinamicità che l’aveva caratterizzato nei decenni precedenti. Ne consegue che il futuro non è sicuramente tinteggiato di rosa: il 39,1% ha un orientamento pessimista per la fine del 2026, contro un 11,7% di ottimisti. E i due problemi percepiti come più rilevanti sono esattamente la questione dei costi della vita (29,5%) e dei conflitti bellici (26,9%), ambedue in decisa ascesa rispetto a precedenti rilevazioni. Già solo questi elementi di quadro generale fanno intuire qual è il sentiment degli italiani in questa fase storica: la carenza di fiducia e l’incertezza dominano l’orizzonte. Ed è plausibile immaginare che il riflesso di tutto ciò si riverberi anche verso le dimensioni dell’industria e del lavoro.
Chiedilo al Sole
Sul tema lavoro si nota una perdita ulteriore dell’importanza attribuita alle diverse professioni. Già in passato si è osservato come presso le giovani generazioni, in particolare, si registrasse un minor status assegnato alle differenti tipologie di mansioni. Ciò non significa che il lavoro abbia perso di importanza nella vita delle persone, giovani compresi, ma lo status conferito alle professioni pareva perdere di intensità agli occhi della GenZ.
Nell’ultima rilevazione del Monitor on Labour (MOL, Community Research&Analysis per Federmeccanica) se fra i giovani interpellati prosegue – seppur molto gradatamente – quella erosione, è con non poca sorpresa che assistiamo a un fenomeno generalizzato e che vede coinvolta il resto della popolazione. Il prestigio attribuito al ruolo del dirigente passa dall’82,0% del 2022 all’attuale 68,3%, l’imprenditore dal 72,3% al 57,7%, il libero professionista dal 56,0% al 43,0%, solo per citare le prime posizioni. Calo che comunque si estende analogamente a tutte le altre, tranne che per una figura: il blogger/influencer che si attesta al 44,3% (43,6% nel 2022).
Se poi consideriamo il luogo di lavoro in cui idealmente si vorrebbe lavorare notiamo una piccola rivoluzione: l’ufficio pubblico (20,4%, era il 25,7% nel 2023) che da molti anni era percepito come la migliore fra le opportunità lavorative, viene scalzato dalla possibilità di lavorare da casa (21,2%, era il 16,9% nel 2023) che occupa la cima della graduatoria. Il periodo pandemico e le successive modificazioni organizzative del lavoro hanno sicuramente inciso nella percezione delle persone. Tuttavia, tale cambiamento racconta in modo chiaro le trasformazioni nell’approccio al lavoro che è veicolato dalle giovani generazioni in questi anni, ma che si sta via via estendendo anche al resto della popolazione.
Anche il rapporto dell’industria col territorio in cui è insediata, nella percezione degli italiani tende a sfilacciarsi: dall’impegno per una crescita sostenibile, alle collaborazioni con la comunità (scuole, istituzioni, volontariato), passando per il welfare, tutte le voci proposte conoscono un più o meno leggero indebolimento. Tant’è che l’indicatore della percezione di radicamento delle industrie nel territorio vede diminuire il livello di intensità elevata (22,4%, rispetto al 27,6% del 2024), a favore di una maggiore “relatività” (66,4%, dal 58,4%), più che di una “assenza” (11,2%, era il 14,0% nel 2024).






