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Il fantasma in cima alle classifiche: cosa ci insegna il caso Eddie Dalton

L’ai artist blues sta scalando le classifiche. C’è da preoccuparsi per la cara vecchia musica o è solo concorrenza?

di Gabriele Amante

3' di lettura

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Eddie Dalton, artista AI che è sulla bocca di tutti, vanta già numeri impressionanti per essere un progetto nato, dal punto di vista produttivo, solo ieri. Su YouTube conta più di 50.000 iscritti e i video, caricati nel giro di tre settimane, sfiorano i due milioni di visualizzazioni. Su Spotify viaggia intorno ai 2 milioni di ascoltatori mensili, grazie soprattutto all’inserimento in playlist editoriali di rilievo. Su iTunes ha persino raggiunto la prima posizione nelle classifiche Soul/Blues di diversi Paesi.

Se varie testate giornalistiche stanno parlando di questo “Bluesman”, un motivo ci sarà. Teniamo presente, però, che non è il primo caso di un artista completamente generato che arriva in cima alle classifiche o mantiene un alto numero di ascolti per diverse settimane. Ciò che colpisce qui è la totale assenza di informazioni su chi si celi dietro il progetto. Non sappiamo dove finisca il genio umano e dove inizi quello generativo, poiché non è chiaro se a scrivere i testi ci sia un cervello in carne ed ossa o un semplice prompt ben confezionato.

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Perché il brano ha ingannato tutti?

Analizzando la sua produzione, un orecchio poco attento o non incline al genere Blues farebbe fatica a capire che si tratti di intelligenza artificiale. Tuttavia, esistono alcuni stilemi che tradiscono la natura sintetica dell’opera. In primis il timbro: sfido chiunque ad aprire software come Suno o Udio, generare un brano blues malinconico e non ottenere sempre lo stesso identico colore vocale. Per carità, è possibile differenziarlo, ma richiederebbe prompt estremamente specifici o innumerevoli tentativi sulla stessa generazione. Qui, invece, il timbro appare “sentito e risentito”.

La voce, inoltre, non presenta “errori”: manca quell’imprevedibilità o quell’errore calcolato che una voce umana possiede (e deve avere) per dare un’impronta marcata al brano. I pezzi seguono poi la classica struttura del brano pop commerciale; questo dimostra quanto l’IA attinga a piene mani dalle creazioni umane esistenti per costruire i propri contenuti, spesso senza una reale invenzione o riflessione creativa alla base.

Anche dal punto di vista organologico (gli strumenti presenti) non si notano differenze sostanziali. Certo, gli strumenti definiscono il genere e su questo non si discute, ma dal punto di vista armonico — ovvero come gli strumenti interagiscono tra loro — la piattezza suggerisce che chi sta dietro al progetto abbia semplicemente digitato un prompt del tipo: “fammi un brano blues di 3 minuti”, senza pensare a una vera caratterizzazione. L’indizio più palese, infine, resta visivo: le anteprime dei video su YouTube sono palesemente realizzate con IA generativa. Sebbene molte playlist “pirata” o indipendenti usino immagini AI (pratica che io stesso adotto per le copertine su Spotify), qui tutto suggerisce un uso integrale dell’intelligenza artificiale in ogni dettaglio.

Il ghost marketing invertito

Siamo arrivati al punto in cui il concetto di Ghost Marketing si è invertito. La ghost production — ovvero quando un produttore scrive una hit per un DJ famoso o una popstar — viene capovolta: l’IA pensa a tutto, all’umano resta solo il compito di firmare e metterci la faccia (o uno pseudonimo). Si generano un centinaio di brani e si pubblica quello più riuscito.

Ma c’è di più: se si decide di creare un personaggio fittizio per ingannare il pubblico, bisogna costruire una narrazione, uno storytelling che alimenti il mistero e, di conseguenza, gli ascolti. Molti criticano questa operazione: non è più il pubblico a scegliere l’artista, ma sono gli algoritmi a imporre una visibilità aggressiva e poco concorrenziale. L’ascoltatore si ritrova così in cuffia un brano totalmente generato senza averlo realmente cercato.

L’IA è il nuovo “Turnista Invisibile”?

Le classifiche sono ormai contaminate dall’intelligenza artificiale e la battaglia si sta spostando sulla quota di mercato: l’industria discografica tradizionale sta cedendo pezzi importanti all’IA. C’è da preoccuparsi?

Sì e no. Nel senso che è necessario — come stanno già facendo alcune major — un maggior controllo sulla trasparenza degli artisti virtuali. Bisogna pretendere veridicità da chi gestisce questi progetti. Dobbiamo anche accettare che il futuro sarà fatto di progetti ibridi: l’IA agirà come un “turnista invisibile”, capace di fornire supporto nel marketing, nella produzione e persino nei live, essendo presente dalla fase embrionale di un brano fino alla sua esecuzione sul palco. L’IA impara tutto e sa tutto: il vero interrogativo non è se escluderla, ma come includerla senza perdere l’anima.

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