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Il dividendo, la strategia del proprietario e l’imprenditore nelle imprese familiari

di Bernardo Bertoldi*

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familyandtrends ritiene che una delle gravi mancanze cui l’Accademia dovrebbe porre rimedio sia definire una solida teoria della proprietà delle aziende familiari. Questo è particolarmente importante quando una famiglia imprenditoriale ha già compiuto passi rilevanti: ha definito una buona governance, ha avviato o completato un passaggio generazionale e si trova con un numero crescente di azionisti. In questa fase, tuttavia, può emergere un vuoto: la proprietà cresce e si organizza, ma non sempre sviluppa una vera strategia del proprietario. Lo stesso accade quando l’impresa ha piani a tre o cinque anni molto strutturati, ma manca una visione chiara e tangibile del lungo termine e un livello di ambizione esplicitato per il futuro dell’impresa.

C’è un momento ogni anno in cui, definita o meno, la strategia della proprietà deve esprimersi: questo momento dell’anno si sta concludendo: è la stagione delle assemblee dove i consigli di amministrazione propongono e le assemblee dei proprietari approvano, o non approvano, la proposta.

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Il dividendo è l’architrave operativa della strategia del proprietario perché definisce quanto si vuole reinvestire nell’impresa e quanto si vuole distribuire in ricchezza fungibile per i proprietari. Il dividendo è la parte di utile che viene divisa tra i proprietari, essendo funzione dell’utile è, come quest’ultimo, soggetto al rischio d’impresa e variabile nel tempo. Nelle famiglie imprenditoriali, con il passare delle generazioni è buona abitudine cercare attraverso la holding di dare stabilità con una crescita moderata al flusso di dividendo in modo che gli azionisti possano programmare la propria vita contando su un flusso di ricchezza fungibile più stabile e meno esposto alla variabilità annuale dei risultati dell’impresa.

Il dividendo è ricchezza fungibile in quanto viene distribuito ai soci sotto forma di denaro e può essere utilizzato per ogni necessità o desiderio; anche la parte di utile non distribuito è ricchezza per il proprietario ma viene utilizzata per lo sviluppo e la crescita dell’impresa e non può essere usata per altro.

In questo contesto perché la scelta del dividendo è l’architrave della strategia del proprietario? Perché se decido di distribuire il 10% dell’utile sto affermando che vedo delle opportunità di crescita per l’impresa e voglio che il 90% dell’utile fatto quest’anno diventi capitale da investire per l’anno prossimo; se decido di distribuire il 90% significa che vedo poca prospettiva per la crescita futura.

Nel medio lungo termine questa decisione ha un impatto enorme sul futuro dell’impresa posseduta dalla famiglia imprenditoriale. Prendiamo, come esempio, un’impresa che ha 1.000€ di capitale investito e un ritorno per gli azionisti (ROE: Return On Equity) del 10%. Nell’anno 1 l’utile sarà 100€ (1.000x10%), distribuendo 10% il dividendo sarà 10€ (100€x10%), distribuendo 90% il dividendo sarà 90€ (100x90%). La parte di utile non distribuita diventa, nell’anno successivo, capitale messo al lavoro nell’impresa al 10% di ritorno (ROE), quindi il secondo anno nel caso distribuzione 10% si avrà un capitale di 1.090, un utile di 109 e un dividendo di 10,9€, nel caso distribuzione 90% si avrà un capitale di 1.010, un utile di 101 e un dividendo di 90,9€. Già nel secondo anno si vede l’impatto della strategia del proprietario: in entrambi i casi i dividendi sono cresciuti di 0,9€, ma per il caso distribuzione 10% si tratta di un incremento del 9% per il caso distribuzione 90% di un incremento dell’1% (certo partendo da un valore assoluto di gran lunga superiore).

Perché questa differenza di crescita? Dipende dal fatto che il capitale non distribuito sotto forma di dividendo viene lasciato “a lavorare” in impresa: i 90€ lasciati rendendo il 10% generano 9€ di utile aggiuntivo, i 10€ rendono 1€. Come proprietario se ogni anno lascio il 90% dell’utile all’interno di un’azienda che rende il 10% mi posso aspettare una crescita del dividendo del 9% (90%x10%).

Nel capitalismo familiare, ciò che conta è il lungo termine, non il secondo anno: cosa succede dopo 10 anni? Nel caso distribuzione 10% il dividendo sarà 21,7€ e nel caso distribuzione 90% 98,5€. Nel secondo caso il dividendo continua a essere di gran lunga superiore e i proprietari in 10 anni si sono messi in tasca una somma di gran lunga maggiore; cosa è successo al capitale dell’impresa: nel caso distribuzione 10% il capitale dell’impresa è 2.367€, nel caso 90% è 1.161€. Il valore dell’impresa è più che raddoppiato.

10 anni sono lungo termine? Nel capitalismo familiare si lavora per consegnare alla generazione futura qualcosa che sia un po’ meglio di ciò che si è ricevuto. Poniamo 30 anni come generazione e vediamo cosa sarà successo: il dividendo sarà 121,8€ nel caso distribuzione 10% e 120,4€ nel caso distribuzione 90%. La matematica ci dice che intorno all’anno 29, qualunque sia il capitale iniziale e la dimensione dell’impresa, i due dividendi diventano uguali. Cosa è successo al capitale dell’impresa? 13.268€ nel caso distribuzione 10% e 1.348 nel caso distribuzione 90%. Questi numeri spiegano in modo semplice l’impatto della strategia del proprietario e perché la decisione del dividendo ne sia l’architrave.

In questo noioso esempio c’è un’assunzione di base: la stabilità del rendimento del 10% (ROE) per il capitale lasciato a lavorare in impresa e non reso denaro fungibile per gli azionisti. Per raggiungere quel rendimento è necessario che l’impresa sia competitiva rispetto ai concorrenti e generi un prodotto/servizio per cui i clienti sono disponibili a pagare: questo si ottiene avendo familiari pronti a sacrificarsi e capaci imprenditorialmente. Ecco perché nelle assemblee dei soci, i proprietari delle imprese familiari devono prestare più attenzione alla capacità e determinazione di chi i dividendi li propone rispetto all’ammontare proposto.

Docente di Family Business Strategy - Università di Torino - bernardo.bertoldi@unito.it

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