L’avvio del G7

Il disgelo di Meloni con Trump. Ma per la missione a Hormuz il sì di Roma è condizionato

A Évian-les-Bains il primo chiarimento tra la premier e il presidente Usa dopo il gelo. Per l’invio delle due dragamine nello Stretto l’Italia aspetta di capire i dettagli dell’intesa e l’ombrello dell’operazione

di Manuela Perrone

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Incertezza e diffidenza avvolgono la prima giornata del G7 di Évian-les-Bains sul lago Lemano: sui dettagli dell’accordo Usa-Iran che sarà firmato venerdì a Ginevra, sull’eventuale missione difensiva a Hormuz che Francia e Regno Unito, con Olanda e Italia, si dicono pronti a varare, sul nodo del nucleare iraniano e sul destino del Libano. Giorgia Meloni atterra a Ginevra poco prima delle 18, mentre Donald Trump ed Emmanuel Macron parlano alla stampa prima del colloquio che li vedrà impegnati per oltre un’ora. Il benvenuto, con Macron e la première dame Brigitte che accolgono la premier subito dopo Trump (rilanciato sui social da Macron sulle note di “Felicità” di Albano e Romina), è composto. Meloni sorride solo a beneficio di telecamere.

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Con il presidente Usa va in scena il primo incontro di persona dopo la sigla dell’intesa a Sharm el-Sheikh per la pace a Gaza e, soprattutto, dopo gli attacchi del tycoon a lei e al Papa e il gelo calato con Washington: va in scena il saluto di rito, poi si ride e si scherza. «Parziale disgelo», è la lettura. Il chiarimento è cominciato.

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A pesare ancora è la diffidenza verso gli annunci di Trump, certamente non affievolita dall’atteggiamento con cui il tycoon è arrivato a Évian: minacciando nuovi dazi al 100% contro vini e champagne se Macron non cancellerà la tassa del 3% sui servizi digitali e asserendo via Truth che «purtroppo, se importi persone dai Paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un Paese del Terzo mondo». Un affondo agli europei sull’immigrazione che richiama quello del vicepresidente JD Vance sferrato a Monaco a febbraio 2025.

La premier si fa infatti precedere da una nota diramata di buon mattino sull’intesa Usa-Iran, dopo quella congiunta con Macron, Merz e Starmer di domenica a mezzanotte. L’«occasione di pace va colta», mette a verbale Meloni, ringraziando tutti i mediatori, in particolare Pakistan e Qatar, e confermando la disponibilità «a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto». Ma, aggiunge, «i principi sono chiari: l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare» ed «è necessario che le ostilità cessino anche in Libano, dove l’Italia continuerà a lavorare per sostenere la sovranità libanese». Un messaggio a Israele, anche se al Consiglio Affari esteri del Lussemburgo, dove partecipa il vicepremier Antonio Tajani, si registra una fumata nera per le sanzioni al ministro israeliano Ben-Gvir (manca l’unanimità) caldeggiate anche da Roma dopo la vicenda della Flotilla.

Netti, comunque, i paletti italiani, le «precondizioni» esterne per impegnarsi nello sminamento di Hormuz che il ministro della Difesa Guido Crosetto - a Washington per incontrare il Segretario della Guerra Pete Hegseth - vede per il momento assenti. Precondizioni a cui si aggiungono quelle interne: l’autorizzazione del Parlamento. Le due navi dragamine della Marina militare “Crotone” e “ Rimini” sono già in porto a Gibuti, aggregate alla missione Ue Aspides operativa nel Mar Rosso a protezione dagli Houthi.

Una data per il passaggio parlamentare non c’è, confermano fonti governative, aggiungendo che però, se si chiarisse in primo luogo quale sarà «l’ombrello» (quello dei Volenterosi richiederebbe l’avvio di una missione nuova di zecca; quello europeo dovrebbe invece far allargare il mandato di Aspides o di Atalanta, l’altra missione già operativa per proteggere le navi mercantili che transitano tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano), le comunicazioni della premier (o di nuovo del tandem Tajani-Crosetto) e la relativa risoluzione da votare potrebbero arrivare alle Camere già nei prossimi giorni. Un dossier di Fratelli d’Italia invita comunque alla cautela: prima di arrivare a un quadro definito della situazione «c’è ancora molta strada da fare». E la premier vuole capire se ci sarà un coinvolgimento degli Stati Uniti, il “timbro” di Trump sulla missione. Che l'Italia auspica dall'inizio.

Nessun bilaterale ufficiale è in programma ancora per Meloni: il clou è la cena di lavoro che a sera riunisce i sette leader di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Giappone, assieme al presidente del Consiglio europeo, António Costa, e della Commissione, Ursula von der Leyen. Il titolo è eloquente: «Rispondere insieme alle grandi sfide internazionali».

Oggi il nuovo round nelle sessioni tematiche: sull’Ucraina, con Volodymyr Zelensky; sul Medio Oriente, con Egitto, Emirati e Qatar; sui partenariati internazionali, con Brasile, India, Corea e Kenya. Meloni interverrà in tutte e tre, rilanciando da un lato l’esigenza di un negoziatore europeo per Kiev, dall’altro il modello del Piano Mattei. Ma l’incognita resta sempre una: The Donald.

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