Il disequilibrio economico Usa e le reazioni europee
3' di lettura
3' di lettura
La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti, che ha dichiarato incostituzionali i dazi imposti con ordini esecutivi del Presidente sulla base dell’ International Emergency Economic Powers Act del 1977 (IEEPA), è di grande importanza sul piano degli equilibri istituzionali americani ma non entra, ne poteva farlo, nel merito delle scelte economiche dell’amministrazione Trump. E’ di grande importanza perché ristabilisce il principio generale che le tasse che gravano sui cittadini americani devono essere decise dal Congresso e, poiché i dazi sono tasse, non è nei poteri dell’esecutivo imporli, se non in casi specifici e con i limiti fissati dalle leggi. Al tempo stesso, dichiarando incostituzionali i dazi imposti in base al IEEPA, la Corte Suprema ha affermato l’insussistenza della condizione di emergenza invocato dal Presidente. Un giudizio inattaccabile in quanto il deficit commerciale degli Stati Uniti e la loro conseguente de-industrializzazione, che sono stati i motivi portati a giustificazione dei dazi, non rappresentano una situazione di emergenza ma una condizione strutturale dell’economia americana fin dal secolo scorso.
Ma gli squilibri dell’economia americana restano. L’economia americana, in assenza sostanziale di risparmio interno, vive attraendo risparmio dal resto del mondo grazie al ruolo del dollaro come moneta internazionale e alla fiducia nella sostenibilità fiscale del debito americano i cui titoli, i Treasury bond, sono considerati i safe asset globali, e quindi oggetto di appetito internazionale. Oltre che grazie all’attrattività dei titoli delle Big tech americane.
L’altra faccia della medaglia è che questo afflusso di risparmio dal resto del mondo si traduce in una domanda di dollari che determina una sopravvalutazione del loro tasso di cambio e di conseguenza un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti americana di parte corrente e un corrispondente surplus commerciale strutturale del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti. In altri termini, ciò significa che il resto del mondo vende beni negli Stati Uniti più di quanto ne acquisti da loro e poi investe questo surplus in attività finanziarie americane, cioè presta agli Stati Uniti le risorse con le quali essi possono continuare a importare in eccesso rispetto alle proprie esportazioni, sostenere i propri investimenti anche in assenza di risparmio interno e finanziare il deficit pubblico che sostiene l’eccesso di domanda interna. E’ un equilibrio instabile che consente ancora ai cittadini americani di consumare troppo rispetto a quanto producono, ma a costo di ampliare sia gli squilibri macroeconomici di fondo sia gli squilibri sociali. Le risorse finanziarie che arrivano negli Stati uniti arricchiscono, infatti, gli strati sociali più ricchi, mentre la perdita continua di produzione manifatturiera impoverisce soprattutto gli strati sociali più bassi. La risposta di Trump è stata quella di dichiarare che questo “equilibrio instabile” complessivo non risponde più agli interessi americani. Tuttavia, l’uso dei dazi come mezzo di correzione degli squilibri indicati è una scelta politica errata, in parte suicida, perché non incide sui motivi di fondo degli squilibri stessi.
Ma in che modo la sentenza della Corte suprema avrà un impatto rilevante su questa politica? Probabilmente non molto nel breve periodo, perché l’amministrazione Trump ha immediatamente annunciato di voler ricorrere ad altre coperture legali per imporre dazi almeno corrispondenti a quelli decaduti. L’effetto sarà maggiore caos e incertezza nel commercio mondiale e nei mercati globali. Il tema è come il resto del mondo, e soprattutto l’Europa, dovrebbe reagire. La prima reazione della UE è stata solo quella di rinviare la ratifica dell’accordo raggiunto con gli Stati Uniti nell’estate scorsa su un limite ai dazi (in media 10 per cento) sulle importazioni dall’Unione europea. Tuttavia, la vera risposta dovrebbe essere quella di costruire pazientemente un consenso internazionale intorno a un negoziato globale, commerciale e monetario, che stabilizzi i mercati e tenga conto anche dei problemi americani che Trump sta affrontando in modo inefficace, dannoso per tutti e anche pericoloso. E’ necessario, in particolare, un negoziato sul tasso di cambio del dollaro sia rispetto al renminbi, la moneta del principale rivale e partner commerciale, sia rispetto all’euro. Sarà difficile coinvolgere Trump in questo negoziato, seppur indebolito sul piano interno anche dal probabile fallimento delle sue ricette economiche. In ogni caso, Trump non è eterno e gli squilibri americani vanno affrontati. L’alternativa, con o senza Trump, è una possibile perdita di fiducia nel dollaro che provocherebbe una instabilità finanziaria crescente e una politica americana sempre più aggressiva e conflittuale. La Cina sarebbe probabilmente interessata al negoziato multilaterale, perché non ha nulla da guadagnare dal caos e dall’incertezza, così come lo sarebbero gli altri paesi dell’occidente “allargato” intorno all’Europa, e gli altri paesi emergenti asiatici. E’ l’alternativa al protezionismo e al conflitto. Non è forse un obiettivo raggiungibile nell’immediato, ma potrebbe rapidamente diventare ineludibile.







