Il diavolo veste Prada 2, specchio fedele e crudele del giornalismo di moda (e non solo)
Riflessioni - a tratti entusiaste - di una spettatrice riluttante
11' di lettura
I punti chiave
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Sono andata a vedere Il diavolo veste Prada 2. Premessa: l’ho fatto più per dovere che per piacere. O meglio: l’ho fatto per dovere e per curiosità. Se ne sta parlando tantissimo, le sale sono pienissime e desideravo il piacere – in questo caso davvero – di poterne parlare a ragion veduta. Aggiungo che è un film che, fin dal titolo, parla del mio lavoro e della mia passione.
Vent’anni di rivoluzione
Sono passati 20 anni dal primo Diavolo veste Prada e nel giornalismo è cambiato tutto o quasi. Forse ancora di più è cambiato il giornalismo di moda – nella teoria e nella pratica – ed è cambiata la moda. Cambiamenti che ho osservato – e in gran parte subito, essendo io nata nel 1969, decisamente non una nativa digitale -, per quanto riguarda il giornalismo. Pensavo che, certo, in questi 20 anni di accelerazione digitale, ogni tipo di giornalismo è cambiato e ogni settore dei beni di consumo è cambiato. Ma il giornalismo di moda e la moda, ripeto, battono tutti. Mi spiego meglio: il giornalismo culturale e i libri sono cambiati, certo. Ma le recensioni dei libri o le interviste ai loro autori, ad esempio, esistono ancora, gli eventi culturali pure e così chi li racconta. E a proposito di libri: nel 2000 grandi manager dell’editoria americana (uno su tutti, il ceo di Random House), li dava per prossimi all’estinzione o all’irrilevanza e sappiamo che non è successo.
La moda, ahimé, ha molti più problemi dei libri e lo stesso vale per l’editoria – qui, di nuovo, è un problema trasversale a vari settori e lo è a livello globale – e per il giornalismo di moda. Questa eccezionalità della moda, pensavo, potrebbe essere legata al fatto che è stata il settore più colpito dall’avvento degli influencer. Un termine, influencer, che per fortuna nessuno ha osato tradurre dall’inglese all’italiano, rischiando obbrobri cacofonici come la traduzione di expertise in esperienza, sentita, mi dicono, nella versione italiana del D 2. Semplificando, gli influencer per molti anni hanno cancellato il ruolo del giornalismo di moda inteso come conoscenza, osservazione, riflessione e racconto (ai lettori / utenti dei siti). Hanno inoltre attratto piccole o grandi parti dei budget di marketing e comunicazione dei brand, togliendo un polmone all’editoria di moda, gli introiti pubblicitari. L’altro polmone, le vendite in edicola e gli abbonamenti alle versioni cartacee, è quasi collassato per colpa non degli influencer, ma del digitale nel suo complesso. Costruzione di pay wall, abbonamenti alle versioni online e pubblicità online sono una specie di respirazione extracorporea che può tenere in vita il giornalismo e l’editoria di moda, ma non è dato sapere o prevedere per quanto.
Lo scetticismo “smentito”
Queste riflessioni non le avrei forse fatte – o almeno non le avrei messe in fila – se non avessi visto il D 2. Ripeto: non ero ben disposta. Mi ero rifiutata di vederlo doppiato (ormai vedo in originale con sottotitoli anche i film in turco o giapponese) e avevo prenotato per il 30 aprile, trovando poi una scusa per non andare ma obbligandomi a riprenotare. L’ho visto sabato 2 maggio alle 10 all’Anteo e sono molto contenta di averlo fatto.
Una delle ragioni del mio scetticismo era il circo della promozione a cui abbiamo assistito da mesi. Tappeti rossi ovunque per le anteprime, trailer brevissimi anticipati sui social e invasivi, annunci di product placement di abiti e accessori da ogni ufficio stampa conosciuto e, last but not least, l’impegno, in questa fase di promozione, direi “immersivo e totalizzante”, di Meryl Streep. Ma dopo aver visto il film quest’ultimo aspetto me la rende quasi più simpatica: credo che il suo impegno sia certo legato a obblighi contrattuali, ma anche a un sano divertimento, il divertimento che ti dà la moda, che ti può dare la moda, che ti dovrebbe dare la moda. Meryl Streep l’ha scoperto (complice forse sua figlia, che ha catalizzato l’attenzione come interprete di Caroline Bessette in Love Story) e deve aver pensato: ma sì, divertiamoci con la moda come non ho mai fatto nella vita e sicuramente come non avevo fatto nel D 1 (dove i costumi erano una sorta di imitazione caricaturale, per me, di quello che avevamo visto in Sex and the City, che peggiorò ulteriormente in And just like that).









