Cinema e vita vera

Il diavolo veste Prada 2, specchio fedele e crudele del giornalismo di moda (e non solo)

Riflessioni - a tratti entusiaste - di una spettatrice riluttante

di Giulia Crivelli

Anna Wintour e Meryl Streep: alla prima è ispirato il personaggio interpretato, nel 2006 e nel 2026, dalla seconda

11' di lettura

English Version

11' di lettura

English Version

Sono andata a vedere Il diavolo veste Prada 2. Premessa: l’ho fatto più per dovere che per piacere. O meglio: l’ho fatto per dovere e per curiosità. Se ne sta parlando tantissimo, le sale sono pienissime e desideravo il piacere – in questo caso davvero – di poterne parlare a ragion veduta. Aggiungo che è un film che, fin dal titolo, parla del mio lavoro e della mia passione.

Vent’anni di rivoluzione

Sono passati 20 anni dal primo Diavolo veste Prada e nel giornalismo è cambiato tutto o quasi. Forse ancora di più è cambiato il giornalismo di moda – nella teoria e nella pratica – ed è cambiata la moda. Cambiamenti che ho osservato – e in gran parte subito, essendo io nata nel 1969, decisamente non una nativa digitale -, per quanto riguarda il giornalismo. Pensavo che, certo, in questi 20 anni di accelerazione digitale, ogni tipo di giornalismo è cambiato e ogni settore dei beni di consumo è cambiato. Ma il giornalismo di moda e la moda, ripeto, battono tutti. Mi spiego meglio: il giornalismo culturale e i libri sono cambiati, certo. Ma le recensioni dei libri o le interviste ai loro autori, ad esempio, esistono ancora, gli eventi culturali pure e così chi li racconta. E a proposito di libri: nel 2000 grandi manager dell’editoria americana (uno su tutti, il ceo di Random House), li dava per prossimi all’estinzione o all’irrilevanza e sappiamo che non è successo.

Loading...

La moda, ahimé, ha molti più problemi dei libri e lo stesso vale per l’editoria – qui, di nuovo, è un problema trasversale a vari settori e lo è a livello globale – e per il giornalismo di moda. Questa eccezionalità della moda, pensavo, potrebbe essere legata al fatto che è stata il settore più colpito dall’avvento degli influencer. Un termine, influencer, che per fortuna nessuno ha osato tradurre dall’inglese all’italiano, rischiando obbrobri cacofonici come la traduzione di expertise in esperienza, sentita, mi dicono, nella versione italiana del D 2. Semplificando, gli influencer per molti anni hanno cancellato il ruolo del giornalismo di moda inteso come conoscenza, osservazione, riflessione e racconto (ai lettori / utenti dei siti). Hanno inoltre attratto piccole o grandi parti dei budget di marketing e comunicazione dei brand, togliendo un polmone all’editoria di moda, gli introiti pubblicitari. L’altro polmone, le vendite in edicola e gli abbonamenti alle versioni cartacee, è quasi collassato per colpa non degli influencer, ma del digitale nel suo complesso. Costruzione di pay wall, abbonamenti alle versioni online e pubblicità online sono una specie di respirazione extracorporea che può tenere in vita il giornalismo e l’editoria di moda, ma non è dato sapere o prevedere per quanto.

Lo scetticismo “smentito”

Queste riflessioni non le avrei forse fatte – o almeno non le avrei messe in fila – se non avessi visto il D 2. Ripeto: non ero ben disposta. Mi ero rifiutata di vederlo doppiato (ormai vedo in originale con sottotitoli anche i film in turco o giapponese) e avevo prenotato per il 30 aprile, trovando poi una scusa per non andare ma obbligandomi a riprenotare. L’ho visto sabato 2 maggio alle 10 all’Anteo e sono molto contenta di averlo fatto.

Una delle ragioni del mio scetticismo era il circo della promozione a cui abbiamo assistito da mesi. Tappeti rossi ovunque per le anteprime, trailer brevissimi anticipati sui social e invasivi, annunci di product placement di abiti e accessori da ogni ufficio stampa conosciuto e, last but not least, l’impegno, in questa fase di promozione, direi “immersivo e totalizzante”, di Meryl Streep. Ma dopo aver visto il film quest’ultimo aspetto me la rende quasi più simpatica: credo che il suo impegno sia certo legato a obblighi contrattuali, ma anche a un sano divertimento, il divertimento che ti dà la moda, che ti può dare la moda, che ti dovrebbe dare la moda. Meryl Streep l’ha scoperto (complice forse sua figlia, che ha catalizzato l’attenzione come interprete di Caroline Bessette in Love Story) e deve aver pensato: ma sì, divertiamoci con la moda come non ho mai fatto nella vita e sicuramente come non avevo fatto nel D 1 (dove i costumi erano una sorta di imitazione caricaturale, per me, di quello che avevamo visto in Sex and the City, che peggiorò ulteriormente in And just like that).

Un’altra ragione del mio scetticismo per il D2 era proprio il fatto di non aver amato particolarmente il D 1. Troppo lontano (era il 2006!) dal giornalismo di moda come l’ho vissuto io e anche dalla moda che conosco io, in quanto donna italiana, prima che giornalista di moda. Nel D 1 trovai esagerate le mise, le macchiette e caricature di stilisti e giornalisti e uffici stampa. All’epoca ero al Sole 24 Ore da “soli” sei anni (fui assunta nell’agosto del 2000) e avevo iniziato a osservare e raccontare un mondo che mi affascinava e non mi sembrava in alcun modo somigliante a quello di Runway (che, sia detto, per inciso, in inglese è un modo per dire sfilata o passerella) o a quello di New York. Runway, per chi non lo sapesse, è una rivista “inventata” dall’autrice del libro da cui è tratto il D1 e Miranda Pristley – si è sempre detto – è un personaggio ispirato ad Anna Wintour, direttrice di Vogue America per la quale l’autrice del libro Il diavolo veste Prada lavorò, proprio come Andy Sachs (Anne Hathaway), protagonista del D 1 e del D 2.

Il confronto col film del 2006

Non mi ero ritrovata, vedendo il D 1, nel racconto stesso della moda, che io ho sempre amato, ripeto, da adolescente e poi giovane donna e poi non più giovane donna italiana. L’ho sempre amata come espressione di creatività e come generatrice di meraviglia e da quando racconto, insieme alle mie colleghe, la moda sul Sole 24 Ore, ho imparato ad amarla e rispettarla come filiera, ovvero per tutto quello che c’è dietro quello che vediamo nelle sfilate e poi negozi, dall’approvvigionamento delle materie prime alla manifattura, dalla modellistica al retail. In questi 20 anni ho anche letto molto sulla storia della moda e so per certo quanto la moda conti per me, come persona. Considero le mie scelte di abbigliamento, il cui motore è – anche – la capacità della moda di sfornare continuamente novità, un modo per raccontarmi al mondo (a volte anche a me stessa) e, sì, per stare al mondo facendo un po’ meno fatica e anche senza trovare un posto perfettamente su misura per me, ammesso che esista.

Il D2 mi è piaciuto perché in due ore tutte le corde che ho citato sono state toccate, seppur partendo da un modello, un mondo e una cultura – quella americana e in particolare di Manhattan, neppure di New York – che per tanti versi è lontanissima da noi, in ogni senso.

L’America come motore di evoluzione

Come sempre è accaduto almeno dagli anni 60, è però dall’America che partono i cambiamenti, le vere e proprie rivoluzioni (compresa quella digitale, quasi sovrapponibile al periodo coperto dai due film), le esagerazioni, le cadute degli Dei e le rinascite, vere o figurate. Nella moda, basti pensare ai department store (attenzione a non tradurre mai con “grandi magazzini”), quei grandi – in America tutto è grande, no? – multimarca di alta gamma che hanno rivoluzionato la distribuzione wholesale di moda e lusso, sono stati imitati in tutto il mondo, più o meno bene (in Italia benissimo da Rinascente), salvo poi implodere. Saks Global, che aveva fuso tre insegne di department store – Saks, Neiman Marcus e Bergdorf Goodman – in Europa nello scorso sarebbe fallito, schiacciato dai debiti. In Usa ha chiesto il Chapter 11 alla fine del 2025 e forse entro la fine di quest’anno ripartirà: caduta degli Dei e rinascita, appunto. Un altro esempio di come gli Stati Uniti siano davvero la patria della distruzione creativa di cui parlava Schumpeter: in Europa si discute dell’impazzimento dei prezzi dopo il rimbalzo post Covid, in cui sembrava che si potesse vendere qualsiasi cosa a qualsiasi prezzo. Marchi di media-alta gamma che hanno pensato di trasformarsi in marchi di lusso usando solo o quasi la leva del prezzo. Ma non basta costare come Hermès o Chanel per essere Hermès o Chanel. Gli americani lo hanno capito prima di tutti, con un bel “reality check” che qui deve ancora arrivare: risultato? Le performance migliori sono quelle di Ralph Lauren, Coach, Tory Burch e persino della “rinascente” Gap. Ralph Lauren è forse il più famoso marchio americano della moda: non ha alzato i prezzi come hanno fatto in tanti altri, non ha quindi avuto picchi inconsulti di fatturato nel 2022 e 2023, ma dal 2024 è tornato a crescere, seguendo il paradigma, così americano che molti americani l’avevano dimenticato, “value for money”.

Le belle sorprese del «D 2»

Ma torniamo al D 2: una positivissima sorpresa è stata l’assenza assoluta degli influencer. Come dire: se c’è una crisi – e la moda è in crisi, per i prezzi ma anche per un eccesso di offerta, questo però è un altro discorso -, la prima cosa che deve sparire – o sparisce da sé – è l’inconsistenza, il fumo senza arrosto, la panna montata talmente in fretta da sgonfiarsi come un pessimo soufflé.

Non sono spariti, né dal nostro mondo né dal D 2, i social, la parte digitale delle nostre vite che non accenna o forse non può più sgonfiarsi. Dallo spostamento online del modo di informarsi non si torna indietro. Perché è più facile, veloce, deresponsabilizzante e – almeno per ora – meno dispendioso. Qualsiasi abbonamento alla versione digitale di un quotidiano, rivista, magazine, costa meno, molto meno, della sua versione cartacea. Per ora sembra vincente anche il modello di business – al centro del D 2, peraltro. Fare informazione digitale taglia i costi della carta, della stampa, del trasporto, degli intermediari (le edicole, che, come si sa, stanno sparendo anche in Italia).

Penso però che prima o poi si dovrà affrontare il tema dei costi dell’energia necessaria a un modello di business digitale, specie se potenziato dall’AI e dai data center, che come sappiamo sono tra le “creature” più energivore che l’essere umano abbia immaginato e costruito.

Forse qualcuno presto farà un confronto – parlo degli editori ma anche degli inserzionisti e di noi lettori / utenti – e magari si scoprirà che spendiamo di più, per produrre e consumare informazione, nell’era digitale di quando accadesse prima.

Il digitale, dicevo, è centrale al D 2. Anzi, è proprio da lì che tutto parte. È una crisi reputazionale diventata virale sui social a riportare Andy Sachs a Runway. Ed erano stati i costi del giornalismo inteso come creazione di contenuti da parte di esseri umani a far licenziare Andy, che dopo essersene andata da Runway, alla fine del D 1, ci viene raccontata come una super inviata che per 20 anni ha girato il mondo e il suo Paese raccontando storie lontane dalla moda.

In questo inizio ho trovato in realtà una stonatura, quella che più mi ha disturbato del film. Si, gli Usa hanno inventato i social. Sì, gli Usa hanno coniato i termini vitale, meme ecc. Sì, negli Usa si sono appena celebrati i primi processi contro i giganti tech per i danni sociali dei social (!). Ma non credo che neppure lì, negli Stati Uniti, nel 2026, il digitale possa causare disastri reputazionali così irreparabili. Un esempio? Il segretario alla Difesa che cita Pulp Fiction credendo di citare la Bibbia, fa il giro del mondo per questo in pochi minuti e non sente neppure il bisogno di spiegare. Anzi, dopo pochi giorni partecipa a una maratona di letture della Bibbia (quella vera). Un tempo era sicuramente vero che la fiducia dei lettori e la reputazione potessero essere gravemente compromesse e mai totalmente recuperate. Oggi il digitale accelera e intensifica le shit storm ma forse anche il perdono. Cancella gli scandali, perché ne crea in continuazione. Ne sappiamo parecchio anche in Italia.

Personaggi, parodie, confronti

Altre cose che mi sono piaciute del D 2, più legate all’essenza cinematografica del racconto (non sono una critica cinematografica, penso e scrivo da appassionata di cinema o se vogliamo da semplice spettatrice). Primo, la bravura sconcertante dei protagonisti: nei dialoghi medio-lunghi sembra di essere a teatro, con in più il vantaggio tutto cinematografico di vedere i volti da vicino. E che boccata di ossigeno non solo sentire le voci che recitano splendidamente (questo si potrebbe dire anche per Nicole Kidman), ma vedere volti che non sono stati deturpati dalla chirurgia o almeno “annullati” nella capacità espressiva dalla chirurgia, come è successo, appunto, a Nicole Kidman. Stanley Tucci, dal quale trapela l’amore per il nostro Paese e la nostra lingua (sulla Cnn ha persino un programma in cui racconta le meraviglie enogastronomiche dell’Italia), è straordinario. Non amo i sorrisetti e le faccine e le mossette e le corse fintamente impacciate di Anne Hathaway (non la dimenticherò mai nel ruolo che ebbe in Brokeback Mountain, anche se lei sembra fare di tutto per farlo dimenticare), ma è comunque bravissima e bellissima. Mi è piaciuto moltissimo il personaggio di Amari (che interpreta il ruolo che fu di Andy nel D 1, prima assistente di Miranda), peraltro vestita immensamente meglio di Andy vent’anni fa. Altra boccata di ossigeno: pochissime tette schiacciate ed è la ragione per la quale non credo affatto che Emily Blunt voglia far pensare a Lauren Sanchez, la seconda moglie di Jeff Bezos, come ho letto in diversi articoli. Forse è comunque un personaggio intrappolato e “fermo” al D1, ma comunque bravissima. Non credo inoltre che Emily Blunt voglia far dimenticare interpretazioni come quelle in Sicario o La ragazza del treno. Bisognerebbe forse chiedere al regista e agli sceneggiatori spiegazioni ulteriori. Forse Emily Blunt qualche concessione alle sirene della medicina estetica – non credo della chirurgia – l’ha fatta. Ma può anche darsi che i suoi lineamenti siamo semplicemente sepolti da troppo trucco per esigenze di copione. In ogni caso, ripeto: niente tette di marmo in bella vista, niente labbra pronte a esplodere.

Semplicemente geniale il personaggio del nerd diventato trilliardario e che quindi molla la prima moglie (stupenda e peraltro pacificata col mondo Lucy Liu) e si illude di potersi trasformare in superuomo, con lo scopo, ovviamente, di adescare il tipo di donne che “al liceo non lo avrebbero neppure guardato”. Qui il pensiero va, sì, a Jeff Bezos o magari a Bill Gates. Non certo a Elon Musk, che è sì cambiato fisicamente, ma non per avere “donne trofeo” accanto. Le altre strade che ha scelto Musk (tantissimi figli con madri surrogate) forse sono – seppur in modo diverso – il sintomo di un profondo disagio esistenziale, più che “estetico” e per sentirsi protagonista sembra puntare più alla vicinanza al potere “tossico” di Trump che a relazioni con donne sfigurate dalla chirurgia.

Da donna, restando in tema, mi ha colpita a dire il vero non proprio positivamente, l’apparente indipendenza di Stanley Tucci dalle sirene della moda: ha il suo stile, tanto che sfido chiunque a identificare i marchi di quello che indossa. Le protagoniste femminili sono invece, volenti o nolenti, “fashion victim”.

Altre piccole stonature? Andy è forse troppo bella, brava e buona e alla fine trova pure una specie di adorante fidanzato che non c’entra con il mondo della moda. Ma bisogna pur consolarsi e, lo sappiamo, agli americani piacciono gli “happy endings”. Bello invece che Miranda venga dipinta come donna inaspettatamente colta (scena in cui spiega a Andy alcuni segreti de L’ultima cena), cercando forse di allontanare il paragone con Anna Wintour, la cui cultura personale, aldilà della moda americana, resta un oggetto non identificato. Vero, la promozione del D 2 ha visto Wintour e Streep molto impegnate, una accanto all’altra. Ma cosa non si fa per non allontanarsi dal trono (?) di donna più potente del giornalismo di moda… Trono per altro molto vacillante. Nella realtà, non sul grande schermo.

Milano superstar e i tocchi di idealismo

Altro punto positivo: Parigi assente nel D 2, sostituita da Milano al suo meglio. Una Milano (con appendice sul lago di Como) da cartolina, ammetto, ma pur sempre vera, non generata dall’AI.

Da sognatrice e idealista, nonostante tutto e nonostante il fatto che la vita, dopo 56 anni, forse avrebbe potuto o dovuto cambiarmi, ho apprezzato infine lo spiraglio di “riscatto” che vediamo nel finale per quanto riguarda Emily e la sua capacità di essere leale, trasparente e persino di poter e voler diventare amica di Andy.

Ultimissima cosa: il personaggio di Stanley Tucci. Il collega che credo molti vorremmo. Come capo o come parigrado o come “sottoposto”. Leale nei fatti. Onesto nei fatti e quindi a volte brutale nelle parole. Perché la sincerità, legata alla lealtà, può essere brutale. Da sogno le sue debolezze e fragilità, che convivono con una forza (e purezza) d’animo difficili da trovare. Non so se sia più lontana dalla realtà un’aspirante (ma alla fine fallita) Miranda come Emily o una persona autenticamente leale come Stanley Tucci. Ma è bello pensare che da qualche parte, in qualche redazione, in qualche Paese, persone come lui esistano.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti