Luckin Coffee, debutta a Wall Street con il botto. Ecco l’italiano che ha contribuito al suo successo
di Luisanna Benfatto
4' di lettura
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C’è un collegamento tra Stati Uniti, Cina e Italia e non parliamo né della via di Seta, né di geopolitica, ma di caffè. Un business che vede tra i grandi player mondiali per torrefazione, distribuzione, packaging e produzione di macchine professionali e casalinghe, numerose aziende italiane (Illy, Lavazza, Segafredo, Cimbali, De Longhi, Ima per citarne solo alcune) e che ha come ambasciatore in Oriente proprio un italiano: il coffee trainer Andrea Lattuada.
Bartender e barista per caso, lo faceva per pagarsi gli studi, dopo un laurea in architettura Lattuada approda al mondo della formazione del caffè in Italia e poi in Cina diventando nel 2017 brand ambassador di Luckin Coffee. La catena di caffetterie nata a Pechino, che sta dando del filo da torcere a Starbucks, ha debuttato il 17 maggio a Wall Street con un guadagno il primo giorno del 46%, dopo una Ipo da 561 milioni di dollari e una valutazione di 3,9 miliardi (tra gli investitori c’è BlackRock).
Come si diventa coffee trainer di successo
«Ho iniziato a lavorare come barman nei locali notturni da studente. Ho conosciuto per caso il marketing manager della Brasilia, che allora produceva macchine per il caffè poi fallita (nel 2000) e con cui ho aperto una delle prime accademie per formare i baristi. Poi mi metto in proprio con 9bar che da 17 anni offre numerosi corsi per professionisti certificati Sca, Speciality Coffee Association (dalla latte art alla tostatura)». Inizia la sua carriera come formatore in Cina presso la Milan Gold, fondata a Pechino nel 1995, una delle prime torrefazioni di espresso nella Cina continentale. E poi accumula medaglie. Conquista diversi premi internazionali che aumentano la sua fama all’estero. Nel 2003 è stato Campione Italiano Baristi e si è poi qualificato al 9° posto ai Mondiali.
Le tazzine che verranno in Cina
Lattuada è anche un precursore dei tempi. «Noi beviamo circa 600 tazzine all’anno, in Cina siamo a 5 ma, ma con una popolazione di 1,4 miliardi di persone, il mercato potenziale è enorme» afferma. Lo testimonia una ricerca della Ico (International Coffee Organization) che certifica come la Cina già nel 2015 abbia superato l’Australia nel consumo di caffè e produca più di Kenya e Tanzania insieme. La ricerca stima che nei prossimi anni, soprattutto nelle aree urbane, il consumo possa arrivare a due chili a persona a Hong Kong, quando la media europea (mercato maturo) è di cinque kg. Perché se è vero che nel Paese si beve soprattutto thé (il rapporto è 10 a 1) la cultura delle bevande a base di caffeina sta prendendo piede velocemente.
«È in atto una riconversione delle piantagioni di thè nello Yunnan per il consumo interno - aggiunge Lattuada - e non dimentichiamo che la Cina è anche il più grande investitore del continente africano dove si coltiva il pregiato arabica». La bevanda nera e forte, nota anche per le sue proprietà stimolanti, conquista le grandi metropoli asiatiche e soprattutto i colletti bianchi.




