Il cinema Made in Vda cresce, fa tesoro di Schiavone e della storia della montagna
L’industria dell’audiovisivo ha portato ricadute dirette per quasi 14 milioni - Gandolfo (Film Commission): «Sosteniamo produzioni di rilevanza nazionale e internazionale»
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«Rocco e la Valle d’Aosta sono come Sandra e Raimondo, si odiano e si amano». È con questa battuta che il presidente della Film Commission della Valle d’Aosta, Simone Gandolfo, sintetizza il rapporto strettissimo che in questi anni si è creato tra il vicequestore creato da Antonio Manzini, spedito da Roma ad Aosta ad un certo punto della sua carriera, e i panorami della regione che ospita la sua storia malinconica.
Le riprese dovrebbero iniziare nel 2026 per arrivare, l’anno dopo, alla settima edizione di un prodotto dell’ingegno che ha sposato alla perfezione un territorio. L’industria del cinema Made in Valle d’Aosta è cresciuta ed è maturata nel tempo, passando attraverso film d’autore come Le otto montagne e grandi produzioni americane legate agli Avengers (2014). Un salto di qualità passato anche attraverso il sostegno alle imprese e alle maestranze locali attive nelle produzioni cinematografiche, favorito dalla modifica della legge regionale, che ha portato da 180mila a 300mila euro i contributi alle case produttrici.
«Per noi prodotti come Rocco Schiavone o le Otto montagne sono veri e propri assi nel nostro mazzo, ci lavoriamo tanto e con grande cura, ma riserviamo grande attenzione a quelle storie che potrebbero non essere realizzate in Valle d’Aosta, perché non sono strettamente ambientate nella regione e che vogliamo attirare». Il “mito” della promozione del territorio attraverso luoghi reali va in fondo sfatato, ragiona Gandolfo, come dimostra il caso del paesino siciliano di Montalbano, che non esiste nella realtà eppure è molto visitato, o dei lughi dove è stato girato parte del kolossal Dune, in Veneto. «Luoghi cercati e visitati dagli amanti del cinema, a prescindere» aggiunge.
Sono due le principali produzioni principali ospitate in Valle quest’anno, la prima riguarda una commedia di Natale, la seconda invece rappresenta una storia identitaria legata alla montagna. «Con il film Bianco - racconta la direttrice Alessandra Miletto - di Daniele Vicari racconteremo la storia di Walter Bonatti al Pilone centrale del Freney, una vicenda tragica del 1961, entrata nella storia dell’alpinismo». A lei tocca raccontare i dietro le quinte, i segreti, di una industria incredibilmente suggestiva. E così descrive ad esempio la gamma di palette studiate per la serie di Schiavone, tra i toni del blu e del verde, «capaci di restituire una Valle d’Aosta vista dagli occhi di un uomo ribelle e devastato dal dolore».
Oppure Castel Savoia, trasformato ad un certo punto in una sede delle SS, con soldati in uniforme e bandiere con la svastica, o la Gressoney, vestita da Saint Moritz, nel pieno del Covid, dunque blindata, per ospitare le riprese di Gucci. Il cinema dunque è altro rispetto alla promozione attraverso immagini “cartolina” e crea legami profondi tra i luoghi e gli appassionati.



