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«Il cinema italiano ha retto, ora va fermata la crescita dei costi di produzione»

Intervista all’amministratore delegato di Rai Cinema, Paolo Del Brocco, che alla vigilia dell’81esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia fa il punto sul settore. «Bebe la riforma del tax credit»

di Andrea Biondi

Campo di Battaglia è uno dei film di Rai Cinema in concorso alla 81esima Mostra del Cinema di Venezia in partenza il 28 agosto

4' di lettura

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Il cinema italiano «ha retto mostrando una grande resilienza». Ora però, spiega in questa intervista al Sole 24 Ore Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, c’è da muoversi in maniera mirata per non perdere l’abbrivio. «Bene la riforma del Tax credit», sottolinea, ma occorre «una maggiore selezione nei film» e soprattutto cercare di interrompere «la pressione inflattiva che si è creata sul settore, con un aumento del 40% dei costi di produzione».

Paolo Del Brocco. (EPA/Mohammed Badra)

Da principale player di mercato italiano e alla vigilia della Mostra del Cinema di Venezia, come giudica la salute del settore?

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Siamo ormai usciti da uno dei momenti più difficili della storia di questo medium, non solo per la pandemia ma anche perché negli ultimi anni si è consumata una trasformazione epocale delle modalità di fruizione. Il box office dello scorso anno è cresciuto più del 60% rispetto al 2022, superando i 70 milioni di biglietti venduti, ed è di poco inferiore alla media degli anni precedenti alla pandemia: -16% rispetto alla media 2017-18-19. Crediamo possibile raggiungere gli 80-90 milioni di biglietti venduti ogni anno prima della pandemia. Se ci riusciremo sarà un traguardo straordinario. Perché nel frattempo il mondo è cambiato: le piattaforme non c’erano o non erano così diffuse. Se guardiamo poi solo al cinema italiano, dal 1° gennaio al 20 agosto, grazie anche a Cinema Revolution, i titoli sono arrivati a pesare per 8 milioni di biglietti venduti, pari a 59 milioni al box office, e una quota di mercato di quasi il 21%: meglio del 2023 e in linea con il 2019 in cui l’incasso per i film italiani era di 59 milioni per 9 milioni di biglietti venduti e quota di mercato del 17,5% A ogni modo c’è una particolarità.

Quale?

Il nostro cinema ha raggiunto un alto livello sia di qualità produttiva sia di contenuti. Il punto dolente è che i film italiani “medi”, quelli che incassavano tra 1 e 3 milioni, si sono ridotti: 11 titoli nel 2023 contro quasi il doppio del 2018 e del 2019. Stesso discorso per i film italiani con incassi oltre i 5 milioni. Occorre una riflessione.

Troppi film? Questo il problema?

Il punto su cui riflettere non è se produciamo troppo, ma cosa produciamo, quanti di questi film siano realmente “professionali”, qual è la capacità di questi film di interessare il pubblico. Nel 2023, se escludiamo i film evento e i documentari, ci sono stati 145 film italiani usciti in meno di 50 sale e solo 70 usciti in più di 50 sale. Si potrebbe pensare ad un aspetto legato più ai benefici ottenibili con un’uscita in sala che ad una reale strategia sul theatrical. Un dato peggiorativo rispetto al periodo pre pandemico.

Che stagione sarà la prossima per il cinema italiano?

L’obiettivo è quello di migliorare i risultati del 2023. Di sicuro lo stato complessivo della nostra industria ha come driver fondamentale la quota di mercato della produzione nazionale che dobbiamo mantenere alta, almeno intorno al 25%, anche per dare la giusta continuità alla nostra industria.

Produttori, distribuzione, attori: chi di più e per primo dovrebbe muoversi per dare una sterzata al settore?

Per prima cosa tutte le componenti devono cercare di lavorare per contenere i costi di produzione che sono aumentati del 40%. I grandi volumi produttivi dell’audiovisivo in generale, gli investimenti delle major e delle piattaforme internazionali in Italia, l’incremento del sostegno pubblico hanno, combinati insieme, determinato pressioni inflazionistiche e reso i budget non più compatibili con uno sviluppo sostenibile del cinema.

La riforma del Tax credit era secondo lei necessaria?

È necessaria nella misura in cui un sistema dinamico come il nostro non può essere fotografato in maniera statica. Alcuni aspetti del vecchio quadro normativo presentavano dei limiti e consentivano degli eccessi che questa nuova riforma cerca di attenuare.

Il ritardo con cui sul Tax credit si è arrivati a chiudere il cerchio può aver impattato o può impattare sulla prossima stagione?

Qualche ritardo ci sarà ma è difficile quantificarlo a priori. Le società dimensionalmente più forti sono riuscite ad andare avanti magari anticipando parte del piano finanziario. Il discorso per le case di produzione più piccole e indipendenti è naturalmente diverso. Bisogna però dire che ogni cambiamento introdotto in un sistema complesso richiede dei tempi di set up e possono esserci delle ripercussioni. Ci vorrà del tempo per capire quali sono gli effetti reali del cambiamento. Non vedo ad ogni modo una situazione catastrofica, come dipinta da alcuni, all’orizzonte.

Rai Cinema è il player di riferimento del sistema. Quali prospettive per il prossimo anno?

Durante la pandemia ci è stato chiesto di fare la nostra parte e dare tutto il sostegno possibile all’industria del cinema. Lo abbiamo fatto contribuendo nel quadriennio 20/23 alla realizzazione di 280 film e 120 documentari, collaborando con 190 società di produzione e 330 registi e investendo 325 milioni. Sono numeri che fanno riflettere sul momento straordinario che abbiamo vissuto e a cui, come azienda, abbiamo cercato di dare una risposta svolgendo una vera e propria funzione di volano economico. Adesso dovremo necessariamente tornare a un numero di produzioni in linea con i livelli pre pandemici e sostenibile per il nostro sistema cinematografico.

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