Roma

Il caso Schifano: catalogare l’opera tra contenziosi e rilancio internazionale

Per ridare una dimensione internazionale all’artista si è avviata la mappatura dell’opera dagli anni Sessanta, seguirà un secondo tomo: un regesto con l’archivio completo e online una piattaforma raccoglierà l’intero corpus

di Giuditta Giardini

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È stato presentato a Roma lo scorso 25 marzo il Catalogo ragionato dell’opera pittorica 1960–1969 di Mario Schifano (1934–1998). Il catalogo, edito da Skira, è suddiviso in due tomi e ha un costo di 350 euro. L’evento rientra nella rassegna legata alla mostra «Mario Schifano» al Palazzo delle Esposizioni, aperta al pubblico dal 17 marzo al 12 luglio 2026. Il volume è stato curato dallo storico dell’arte Marco Meneguzzo e da Monica De Bei Schifano, vedova dell’artista, che insieme al figlio Marco Giuseppe cura l’Archivio Mario Schifano in qualità di erede.

Rimpaginato sei o sette volte nel corso della sua gestazione, il catalogo si presenta come un «progetto editoriale atipico». Più che un semplice catalogo ragionato, costruito con rigore scientifico secondo i più stringenti criteri archivistici, la pubblicazione, soprattutto nel primo tomo, restituisce non solo l’opera dell’artista, ma anche la sua vita e l’atmosfera internazionale che gravitava attorno alla Roma di quegli anni.

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Fotografie d’ambiente, azioni e performance si alternano a immagini private che ritraggono Schifano accanto a figure centrali della scena culturale del tempo, come Frank O’Hara, Andy Warhol, The Rolling Stones, Anita Pallenberg, Marianne Faithfull, Alberto Moravia, Dacia Maraini e Sandro Penna. Ne emerge un excursus ricco e coinvolgente attraverso un decennio cruciale, segnato dalla nascita di cicli fondamentali come i «Monocromi», gli «Esso» e le «Coca-Cola», i «Paesaggi anemici», il «Futurismo rivisitato», i «Vero amore», «Tuttestelle», le «Oasi» e i «Compagni Compagni». A rendere ancora più viva la narrazione contribuiscono le didascalie «raccontate», che analizzano dettagli esecutivi, intenzioni artistiche e storie celate dietro opere e fotografie.
Per i decenni successivi si seguirà probabilmente un modello analogo: a un primo tomo «the best of» seguirà un secondo tomo: un regesto con l’archivio completo, opera per opera, mentre online verrà sviluppata una piattaforma progressiva destinata a raccogliere l’intero corpus dell’artista.

Da sinistra a destra: Marco Meneguzzo, Marco Delogu, Monica De Bei Schifano, Luca Massimo Barbero e Daniela Lancioni.

Un Catalogo difficile e in continua espansione

L’archiviazione delle opere di Mario Schifano è stata complessa, soprattutto a causa dei contenziosi tra gli eredi e la Fondazione M.S. Multistudio. Dopo la morte dell’artista nel 1998, è stata istituita la Fondazione (oggi Fondazione M.S. Multistudio), incaricata di conservare e tutelarne l’opera e che ha progressivamente costituito un rilevante archivio. Nel 2003, Monica De Bei ha lasciato la Fondazione e ha creato, insieme al figlio Marco Giuseppe, l’Archivio Mario Schifano. Gli eredi hanno, quindi, avviato diversi procedimenti giudiziari contro la Fondazione, al termine dei quali è stato stabilito che essa potesse rilasciare expertise sulle opere attribuite all’artista, ma non utilizzare il suo nome nella denominazione, né presentarsi come unico soggetto autorizzato alla certificazione dell’autenticità (Trib. Roma, 9 luglio 2010). Nel 2008, la Fondazione, con l’Università di Genova, ha pubblicato lo «Studio metodologico», un’opera in sei volumi contenente la catalogazione informatica di circa 24.000 opere. Gli eredi, tramite l’Archivio Mario Schifano, hanno agito in giudizio per violazione del diritto d’autore. Se la Corte d’Appello di Milano aveva inizialmente ricondotto la pubblicazione all’eccezione di citazione ex art. 70 LdA, la Corte di Cassazione (8 febbraio 2022, n. 4038) ha escluso che la riproduzione integrale delle opere rientri tra le libere utilizzazioni. Essa ha chiarito che tali utilizzazioni sono ammesse solo se limitate, funzionali a finalità di critica, discussione o ricerca e non in concorrenza con lo sfruttamento economico dell’opera, che comprende qualsiasi forma di riproduzione idonea a inserirsi nel relativo mercato, inclusa quella fotografica.

Un ulteriore ostacolo all’archiviazione, ha spiegato Monica De Bei Schifano, ha riguardato la scarsità della documentazione relativa al periodo 1960–1969: «Per gli anni Sessanta avevamo pochissime immagini. Abbiamo incaricato investigatori e fotografi per rintracciare e documentare le opere. Solo dopo tre o quattro anni dall’avvio della ricerca abbiamo iniziato ad ottenere risultati».

In una prima fase, proprio la carenza di materiale iconografico ha spinto i curatori a ri-fotografare le opere, in quanto le immagini disponibili non restituivano correttamente i colori. Una volta ottenute nuove riproduzioni, per alcune opere è stato necessario ripensare l’impaginazione e dedicare loro un’intera pagina. Il volume integra inoltre fotografie tratte da interviste e rassegne stampa, a coronamento di un lavoro durato oltre sette anni.

A complicare ulteriormente il progetto è stata l’emersione tardiva di nuove opere. Come sottolinea Monica De Bei Schifano: «Era importante iniziare e consegnare un punto fermo. Forse domani potrebbe emergere un’altra opera che non avevamo». E infatti: «Alcune opere, tre o quattro, sono emerse solo dopo la pubblicazione del catalogo ragionato e sono state rese disponibili online». Questo flusso continuo e progressivo di nuove immagini ha reso particolarmente complesso anche il lavoro editoriale. Il catalogo è stato infatti reimpaginato sei o sette volte nel corso della sua gestazione.

Il Catalogo come «fortino» a protezione di una produzione artistica minacciata dai falsi

Dopo la banda dei falsari di Bari, arrestati nel 2023, che avevano messo in commercio in tutta Italia migliaia di quadri falsi di Schifano, nel luglio 2025, un noto gallerista torinese è stato indagato per ricettazione in concorso con ignoti e per il reato di cui all’art. 518-quaterdecies, comma 2, c.p., per aver posto in vendita opere ritenute false, tra cui alcune celebri «palme» di Mario Schifano. Un mese prima, un analogo procedimento, sempre relativo a opere dell’artista, era stato avviato nei confronti di un rivenditore ravennate.

In questo contesto, il catalogo già pubblicato, e i successivi, assumono un ruolo centrale anche ai fini dell’autenticazione delle opere. Come osserva il curatore Marco Meneguzzo, «non si comprerebbe mai un falso di Schifano se ne avesse uno autentico vicino»: nelle opere autentiche è sempre riconoscibile una qualità intrinseca, una «zampata» distintiva che caratterizza la produzione dell’artista.

Il catalogo si configura dunque, nelle parole di Luca Massimo Barbero, come un «piccolo fortino»: una testimonianza vitale per chi intende accedere a un universo artistico ancora attuale, in cui emerge il principio della non consunzione dell’immagine e l’idea di un continuo lavoro su di essa, suscettibile di trasformazioni e costanti rielaborazioni.

Il Catalogo per rilanciare un artista «ostracizzato» all’estero

Pubblicato in italiano e in inglese, il catalogo si propone anche come strumento per rilanciare la dimensione internazionale di Mario Schifano. Non a caso, il rapporto con il sistema artistico globale fu segnato da tensioni e rotture, come quella con la galleria di Ileana Sonnabend, che, secondo i curatori, maturò anche in seguito a contrasti sulla direzione della sua produzione artistica: Schifano rifiutava di adeguarsi alle richieste del mercato internazionale, opponendosi all’idea di venire secondo, dopo artisti già affermati, come Jasper Johns, e alla pressione a produrre ulteriori opere, come i «Monocromi», che non intendeva più realizzare. Il suo lavoro ha così conosciuto forme di ostracismo soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Il Catalogo di posizione, quindi, in un contesto in cui, come viene ricordato, «Schifano deve riprendere il suo cammino internazionale».

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