Sviluppo sostenibile

Il cambiamento rigenera le imprese

L’industria può trarre spunti dalla natura: i mutamenti sono essenziali per sopravvivere e crescere. Ma per orchestrare la trasformazione è necessario far leva su tutto l’ecosistema aziendale e avere leader al servizio del progetto

di Ernesto Ciorra

Il terzo paradiso. L’opera di Michelangelo Pistoletto dedicata alle connessioni tra natura e scienza è esposta alla Reggia di Caserta (Reggiadicaserta.cultura.gov.it)

2' di lettura

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La natura ci insegna che per vivere bisogna cambiare sempre. Ogni due ore cambiamo la pelle delle labbra. Ogni venti giorni quella di tutto il corpo. Siamo programmati per trasformarci senza sosta: non per moda, ma per continuare a vivere. Ogni giorno uccidiamo milioni di nostre cellule per rinnovarci.

È un fenomeno splendido chiamato apoptosi: dal greco “cadere più in là”, come le foglie dell’albero che cadono in autunno per permettere alla pianta di tornare migliore in primavera. Questa continua morte e rinascita è vitale, non avviene in modo casuale o isolato, ma in armonia con il contesto che ci circonda. Se viviamo in equilibrio con noi stessi e l’ambiente, stiamo bene.

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La natura insegna: cambiamento e armonia sono essenziali. Cambiare costantemente per migliorarci è la regola.

Tuttavia le aziende non sono programmate per cambiare, come il nostro corpo. Se un modello di business genera profitti, si tende a difenderlo, a non mutarlo. Si teme che il cambiamento possa distruggere valore. Ma intorno a noi tutto muta senza sosta: tecnologie, processi, bisogni dei clienti, mercati. Chi resta fermo mentre tutto cambia, muore. Non cambiare significa scegliere l’estinzione.

Serve dunque un mutamento continuo anche in azienda. Cambiare, in armonia con il contesto interno ed esterno, possibilmente anticipando e guidando i cambiamenti esterni. E questo è possibile solo facendo leva su tutto l’ecosistema aziendale: colleghi, clienti, fornitori, investitori, startup, innovatori nelle accademie e nei centri di ricerca, istituzioni, partner di business, comunità sociali, attivisti sociali. Tutti partecipano al cambiamento collettivo e possono alimentarlo, per gestirlo in armonia e non contro gli stakeholder aziendali.

Per orchestrare questa trasformazione serve una regia: un manager che guidi la doppia transizione, digitale ed ecologica, sposando innovazione e sostenibilità, definendo strumenti, metriche, governance e direzioni del cambiamento, insieme al Ceo. Non un capo, dunque, ma un leader al servizio degli altri. Il suo compito è aiutare tutti a cambiare, per garantire la sostenibilità economica, sociale e ambientale. La sostenibilità economica è la condizione di base, non va mai trascurata. Senza risorse, l’impresa non può perseguire alcun obiettivo. Ma se manca quella sociale e ambientale, l’azienda perde il sostegno del suo ecosistema. Perché non potrà cambiare e innovare senza il supporto di clienti, istituzioni e comunità sociali e senza il sostegno dei migliori innovatori esterni all’impresa. Senza sostenibilità sociale e ambientale l’ecosistema progressivamente muore e l’impresa non può sopravvivere nel lungo periodo, alla pari di una persona che beva, si droghi e dorma poco nel tempo. Se non si è sostenibili, si muore.

Il binomio innovazione-sostenibilità significa proprio questo: un unico respiro che abbracci l’intero ecosistema d’impresa e la società, per creare valore economico e un mondo migliore. Per cambiare costantemente, in armonia con il mondo. Per trasformarsi, creare valore sociale ed economico e continuare a vivere, come la natura ci insegna da sempre. Un respiro che porta ossigeno alle cellule e permette, grazie al sangue, di portar via il passato: quelle vecchie cellule ormai inutili ma tempo prima così importanti. Sapranno le aziende rinnovarsi per essere sostenibili, creando un valore economico e un mondo migliore?

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