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Politiche sportive
Il Calcio italiano e la dispersione del talento
L’Italia è stata sconfitta dalla Bosnia nello spareggio per qualificarsi al mondiale, ma dall’ultimo in Brasile ha perso per strada 40mila giovani calciatori
Superata l’Irlanda del Nord, l’Italia ha perso contro la Bosnia lo spareggio per l’accesso al mondiale. La prestazione degli Azzurri ha confermato come uno problemi più gravi che il calcio italiano si trascina dietro, da un paio di decenni, sia la mancanza, ovvero la dispersione, del talento, con conseguenti danni sportivi, sociali e in ultima analisi economici.
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I dati sullo scarso minutaggio dei calciatori italiani under 21 sono noti (in linea con Premier e Bundesliga, ma la metà della Liga e della Ligue 1) ma da soli dicono molto e allo stesso tempo molto poco sul fenomeno. Se gli under 21 italiani non vengono schierati è anche perché non sono ritenuti pronti da allenatori che non possono rischiare di non raggiungere certi risultati (mancare la qualificazione alla Champions significa per quasi tutti i club tricolori mandare in fibrillazione i conti).
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Perchè dunque i ragazzi italiani non sono ritenuti pronti a differenza dei pari età di molti altri paesi? Evidentemente, perchè anche quando i settori giovanili sanno riconoscere e coltivare il talento diffuso sul territorio, la filiera del professionismo o del semi-professionismo non è più capace di far maturare questo talento in tempi ragionevoli (tanto che alcuni dei migliori prospetti sono oggi costretti ad emigrare). Se si guarda al minutaggio maturato in prima squadra nelle principali competizioni europee di club da parte dei talenti italiani convocati per la nazionali giovanili nei campionati Mondiali ed Europei di categoria disputati nel triennio 2023-2025, in cui l’Italia ha spesso primeggiato, il deficit di esperienza accumulato rispetto agli avversarsi è impressionante. Basti citare i nomi di Desplanches e Casadei (2003), Hasa (2004), Pafundi (2006) o Liberali (2007) e dei loro coetanei stranieri per capirlo: Gavi (2004), Douè (2005), Bellingham (2003), Cubarsì (2007).
Ma non è solo un fenomeno che riguarda i giocatori top. Se si va a guardare il numero di calciatori tra i 15 e 21 anni tesserati in Figc per club di Serie A nella stagione 2014/15, come registra il Reportcalcio 2025 realizzato dalla Federcalcio, PwC e Arel, si deve constatare che dopo 10 anni, nella stagione 2023/24, appena il 4,5%, ossia 109 calciatori, gravitavano ancora in club del massimo campionato, il 3,6% è in una squadra di Serie B e l’8,6% in Serie C. Sui 2.175 tesserati per club di Serie B, sempre nella stessa fascia d’età e nell’annata 2014/15, appena l’1,5% era ancora in cadetteria dieci stagioni dopo e appena 13, lo 0,6%, sono riusciti a fare il salto in Serie A. Dei quasi 5mila tesserati per club della terza serie professionistica, solo 90, l’1,8%, sono rimasti dopo un decennio allo stesso livello, lo 0,3% è approdato in Serie A e lo 0,6 in Serie B.
Più in generale, dei 9.600 calciatori tesserati in club professionistici - ragazzi che si allenano almeno quattro giorni a settimana, più l’impegno della partita nel weekend - in definitiva dopo dieci anni, appena lo 0,5% raggiunge il traguardo. Il 46% viene assorbito nel settore dilettantistico e il 42% (4mila calciatori) dopo dieci anni risulta “svincolato”, ovvero ha abbandonato calcio. Significa che dall’ultimo mondiale che ha visto l’Italia qualificarsi nel 2014 in Brasile, sono stati “persi” circa 40mila calciatori tra i 15 e i 21 anni che partivano dall’essere già inseriti nei settori giovanili di club professionistici.
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La selezione è ovviamente fisiologica nella piramide calcistica, ma c’è da chiedersi se tra quei 4mila calciatori che mediamente ogni stagione si trovano ad essere “espulsi” dal sistema, per una ragione o un’altra, non ci fossero calciatori che, con una formazione diversa e più oculata, avrebbero potuto militare in squadre di rango.
Il calcio dilettantistico e giovanile italiano è numericamente tra i più sviluppati a livello internazionale. È un tesserato Figc, infatti, un calciatore su 14 tra quelli tesserati per federazioni del Vecchio Continente (Uefa) e 1 su 25 tra quelli affiliati alle 200 e passa federazioni Fifa. Tuttavia, anche il passaggio dal settore giovanile scolastico e/o dilettantistico a quello dei settori giovanili professionistici è una sorta di chimera, dal punto di vista statistico. Si tratta di numeri da prendere come stime indicative per la complessità della materia e delle catalogazioni e che meriterebbero un approfondimento a parte. Ma anche se letti in un’ottica di tendenze sono piuttosto significativi: nella stagione 2023/24 risultavano operative quasi 11mila società (quasi 9mila dilettantistiche e 2mila del cosiddetto settore giovanile e scolastico) per un totale di oltre 64mila squadre, in cui militano 1,1 milioni di tesserati.
Ebbene nella stagione 2023/24 poco meno di 700 giovani calciatori tra i 15 e i 21 anni formati da società di calcio giovanile e dilettantistico, le cui attività pure generano un contributo complessivo sul Pil italiano di circa tre miliardi di euro, sono riusciti ad accedere al calcio professionistico. È evidente che esiste un naturale filtro quantitativo rappresentato delle 100 squadre professionistiche ma considerando che un terzo di questi tesserati fa il salto solo perché rimane nell’organico di formazioni promosse dalla Serie D alla Serie C, stiamo parlando di una percentuale inferiore allo 0,1 per cento.
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