Nei negoziati ha completamente ignorato il settore dei servizi, che è cruciale per l'economia britannica. Alcuni sostengono che non si è troppo curata delle conseguenze per l’economia in generale. Dopo sei anni da ministro degli Interni, artefice di una drastica stretta all’immigrazione e del terribile “hostile environment” per rendere impossibile la vita agli immigrati illegali, la cosa più importante per la May era chiudere le frontiere ai cittadini Ue e questa è stata la sua priorità a scapito di tutto il resto.
Il suo terzo errore è stato quello di indire elezioni anticipate a sorpresa nel 2017, convinta di poter rafforzare la sua posizione in Parlamento e far approvare la sua Brexit più rapidamente. La decisione si è rivelata un boomerang: i conservatori hanno perso la maggioranza e la May ha deciso altrettanto disastrosamente di affidarsi ai dieci deputati del Dup, gli unionisti irlandesi che in seguito più di ogni altro hanno ostacolato l'approvazione dell'accordo di recesso.
Dopo la sconfitta alle urne, il quarto errore della May è stato quello di non aprire un dialogo con i partiti di opposizione per trovare una soluzione concordata e un compromesso accettabile a tutti. Il risultato del referendum era stato 52/48 per cento. Una leader meno dogmatica e piu inclusiva avrebbe cercato di trovare terreno comune invece di escludere del tutto il 48% dell’elettorato concentrandosi solo sulle dinamiche interne del partito conservatore.
L'accordo faticosamente raggiunto con Bruxelles è stato respinto sia dall’opposizione sia da una parte consistente di Tories. Per poter sopravvivere negli ultimi sei mesi la May ha dovuto promettere per ben tre volte di dimettersi. Nel dicembre scorso, subito prima di un voto di fiducia indetto dalla 1922 Committee, aveva dichiarato che avrebbe lasciato prima delle elezioni del 2022. Questo impegno l’aveva aiutata a vincere il voto, restando in sella con una rinnovata legittimità.
La tregua non era durata molto: in marzo la May è stata costretta dai dissidenti del partito ad anticipare ancora la data della sua uscita di scena. Alla vigilia del terzo voto in Parlamento sull’accordo di recesso, la premier si era impegnata ad andarsene prima dell’inizio della seconda fase dei negoziati con la Ue. La sua disperata offerta era: approvate il mio accordo e me ne vado. Questa volta non ha funzionato: l'accordo è stato respinto per la terza volta.