Banda larga

Il 5G puro accelera nel mondo mentre alle porte si affaccia già il 6G

L’Ericsson Mobility Report segnala un ecosistema in rapida evoluzione. I primi lanci della sesta generazione attesi entro pochi anni

di Andrea Biondi

Oltre novanta operatori nel mondo hanno già acceso o avviato in soft-launch reti 5G standalone, circa trenta in più rispetto all’anno scorso (Reuters/Sergio Perez)

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Il futuro delle reti mobili non è un esercizio di immaginazione: è un’agenda industriale con date, numeri e previsioni concrete. E alla fine ciò che va profilandosi somiglia molto a un cambio di paradigma.

L’ultimo Ericsson Mobility Report, pubblicato una settimana fa, mette agli atti la fotografia di un settore che sta accelerando verso la “personalizzazione” della rete. A scorrere pagine e numeri dello studio, la connettività differenziata, quella che offre prestazioni su misura grazie al network slicing, non appare più come un esperimento per addetti ai lavori: nel 2025 sono già 33 operatori a proporla, per un totale di 65 servizi commerciali attivi, quasi un terzo dei quali lanciati solo quest’anno.

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Alla base c’è l’adozione del 5G standalone (SA) – la versione “pura” del 5G, basato su infrastrutture native senza far leva, quindi, sulla parte legacy del 4G – che, grazie al cosiddetto “network slicing”, la suddivisione in porzioni della rete utilizzabili ad hoc, consente di cucire la rete sulle esigenze del cliente. E qui i numeri parlano chiaro: oltre 90 operatori nel mondo hanno già acceso o avviato in soft-launch reti 5G standalone, circa 30 in più rispetto all’anno scorso e 20 in più rispetto al report di giugno. All’interno di queste reti gli analisti Ericsson hanno censito 118 casi d’uso reali di network slicing, dai servizi premium per utenti consumer alle soluzioni per imprese e amministrazioni pubbliche.

Se la crescita del 5G standalone è la notizia chiave del presente, il futuro ha un nome che ricorre con sempre minore prudenza: 6G. Secondo le previsioni, i primi lanci commerciali arriveranno nei mercati più avanzati – Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Cina, India e alcuni Paesi del Golfo – entro qualche anno. Per fine 2031 si stimano 180 milioni di abbonamenti 6G, un dato che potrebbe crescere rapidamente se l’adozione anticiperà le curve delle generazioni precedenti. Chiaro che tutto dovrà poi essere verificato alla prova dei fatti in una partita che, come accaduto con il 5G, ha un forte sapore geopolitico. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha messo al bando le tecnologie cinesi di Huawei e Zte dalle nuove reti mobili 6G. La decisione di Berlino è in linea con la posizione della Ue che punta su una sovranità digitale sempre più centrale nelle politiche di Bruxelles. I fornitori cinesi sono classificati ad alto rischio.

L’Europa, avverte il report Ericsson, rischia di arrivare comunque al 6G «con circa un anno di ritardo», complice la lentezza nell’implementazione del 5G standalone. Il quale, comunque, continua la sua marcia. A fine 2025 si arriverà a 2,9 miliardi di abbonamenti, pari a un terzo delle sim mondiali, con un incremento di 600 milioni in dodici mesi. Nel 2031 gli abbonamenti 5G diventeranno 6,4 miliardi, pari ai due terzi del totale mobile, e quasi il 65% (4,1 miliardi) sarà in versione standalone. La copertura cresce di pari passo: nel solo 2025 altre 400 milioni di persone hanno ottenuto accesso al 5G, e la metà della popolazione mondiale al di fuori della Cina continentale vivrà in aree servite entro fine anno.

Insomma, il 5G standalone smette di essere un esercizio teorico e diventa infrastruttura commerciale, mentre il 6G non è più un oggetto lontano, ma un progetto in costruzione. Nel mezzo, un mercato che non cresce solo in quantità – abbonamenti, traffico, copertura – ma in qualità, con l’idea che gli utenti, e in particolare il mondo delle imprese, possa ricevere esattamente la rete di cui ha bisogno. In Italia ilò tema si gioca su vari piani. Wind Tre è l’unica telco ad aver annunciato l’avvio della sua rete standalone. Certo è che il Paese non mostra particolari slanci. Anche perché – è stato fatto intendere con chiarezza dai vertici delle compagnie – alla base ci sono investimenti che devono misurarsi con lo stato di salute dei bilanci nel settore delle Tlc e con le prospettive del rinnovo delle frequenze in scadenza al 2029. L’ultima asta, quella del 2018, ha garantito allo stato 6,55 miliardi di introiti. Le telco hanno fatto capire che la dinamica non è replicabile. A fine Agcom dirà la sua sul meccanismo che proporrà per il rinnovo al Mimit cui spetterà la parola finale. Qualche rassicurazione lato governo (le ultime dichiarazioni, in ordine di tempo, sono quelle del ministro delle Imprese, Adolfo Urso e del sottosegretario all’Innovazione, Alessio Butti, al Forum Asstel di dieci giorni fa) è arrivata, ma ora occorrerà attendere la declinazione finale del tutto.

Intanto la fame di dati cresce. In Italia come in tutto il mondo. A livello globale tra il terzo trimestre 2024 e quello del 2025 il traffico mobile è salito del 20%, spinto soprattutto da Cina e India. Entro fine 2025 il 43% del traffico passerà sulle reti 5G (erano il 34% un anno fa), per arrivare all’83% nel 2031, con una crescita media del 16% l’anno. Nel report si segnala anche l’impatto dei video, che stanno diventando la componente dominante del traffico su smartphone, e quello dei nuovi dispositivi come smart glasses e wearable basati su 5G standalone, pronti ad assorbire sempre più banda.

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