Scenari

Idrogeno verde, perché i costi non scendono e manca domanda

Nel mondo si moltiplicano i progetti cancellati, rinuncia anche uno dei vincitori di sussidi della Europe Hydrogen Bank. Appena il 12% degli impianti proposti nel mondo si è assicurato acquirenti e ci sono ancora incertezze regolatorie, così investire è un rischio

di Sissi Bellomo

4' di lettura

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Costi troppo alti, che non scendono come si sperava, regole ancora incerte, ma soprattutto manca la domanda. E senza impegni di acquisto gli investimenti diventano un azzardo. La febbre da idrogeno si sta di nuovo abbassando e il termometro è il moltiplicarsi di annunci relativi a progetti rinviati o cancellati, persino tra quelli che godono del sostegno di denaro pubblico.

Non è la prima volta che accade. Il vettore energetico è già stato protagonista in passato di fasi di entusiasmo che si sono poi esaurite quando le aspirazioni si sono scontrate con la realtà, che impone di gestire aspetti complessi sul fronte economico, tecnologico e della sicurezza. Ma l’ennesima battuta d’arresto oggi avviene in un contesto peculiare, in cui l’idrogeno – in particolare quello verde, prodotto con fonti rinnovabili – è diventato per scelta politica un pilastro delle strategie di decarbonizzazione in Europa, negli Stati Uniti e in molti altri Paesi. In questo periodo peraltro ci sono evidenti segnali di frenata anche nell’adozione di altre tecnologie “green”, dall’auto elettrica alle pompe di calore, considerate cruciali per la neutralità climatica.

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Le rinunce a investimenti nell’idrogeno sono ormai all’ordine del giorno e coinvolgono anche società energetiche di primo piano. Tra gli annunci più recenti ci sono quelli della danese Ørsted, specializzata in energia eolica, e dell’utility tedesca Uniper, che hanno entrambe revocato piani per produrre idrogeno e carburanti sintetici in Scandinavia.

Il big norvegese degli elettrolizzatori Nel ha comunicato la perdita di un maxi ordine da 1 GW dovuta alla cancellazione del progetto Mississippi Clean Hydrogen Hub, il più ambizioso negli Usa, da parte di Hy Stor Energy. Per il concorrente francese McPhy è invece sfumata una commessa da 24 MW in Europa centrale, che era stata promessa da un cliente non identificato: il motivo è «il ritiro inatteso all’ultimo minuto dell’offtaker che avrebbe dovuto acquistare idrogeno verde».

Dall’altro capo del mondo, in Australia, Origin Energy ha intanto rinunciato a investire nell’Hunter Valley Hydrogen Hub, dichiarando che è troppo rischioso impegnarsi in progetti ad alta intensità di capitale in un mercato ancora immaturo e gravato da incertezze.

Shell ed Equinor hanno citato costi troppo alti e domanda insufficiente per giustificare di aver abbandonato una dopo l’altra a settembre un progetto in Norvegia per produrre ed esportare idrogeno blu (da gas fossile ma con cattura della CO2, Ndr). In Danimarca sono invece slittati dal 2028 al 2031 i piani per costruire una pipeline destinata a trasportare idrogeno verde in Germania.

Si è tirato indietro persino uno dei sette vincitori dei sussidi Ue assegnati con la prima asta della European Hydrogen Bank, che si era tenuta solo in agosto: si tratta di Benbros Energy, che candidava l’impianto El Alamillo H2 in Spagna, ma ora – per motivi non chiariti – ha rinunciato al progetto e ai fondi.

Per la seconda asta, in agenda il 3 dicembre, Bruxelles ha introdotto un nuovo requisito obbligatorio a tutela della filiera europea dell’idrogeno: i progetti potranno impiegare macchinari «made in China» al massimo per il 25% della capacità. Il bando spiega che «la capacità di produzione cinese di elettrolizzatori ha già superato il 50% di quella globale» e c’è «il rischio significativo di una crescente e irreversibile dipendenza dell’Unione Europea dalle importazioni».

Il limite rischia tuttavia di rivelarsi un boomerang, perché senza prodotti cinesi low cost il conto più salato potrebbe scoraggiare ulteriori progetti: per BloombergNEF la misura rischia di «peggiorare le prospettive» di adozione dell’idrogeno verde in Europa.

Il tema dei costi è d’importanza vitale in questo settore. E uno studio di ricercatori di Harvard, appena pubblicato dalla rivista scientifica Joule, mette in guardia dal farsi illusioni: le previsioni ottimiste che circolano non tengono conto dei costi di stoccaggio e distribuzione, ma questi costituiscono da un terzo a metà del prezzo finale, avvertono gli autori, arrivando a conclusioni poco incoraggianti.

«Ai prezzi attuali l’idrogeno verde è una strategia con costi proibitivi» per la decarbonizzazione «in qualunque impiego finale esaminato», afferma lo studio, focalizzato sugli Usa, e anche se il costo di produzione si riducesse a 2 $/kg le opportunità resterebbero limitate a settori che già impiegano idrogeno «a meno che i costi di stoccaggio e distribuzione non diminuiscano».

In sintesi: «Il potenziale dell’idrogeno verde è inferiore a quanto si pensi e questo enfatizza la necessità di ricorrere a una varietà di opzioni tecnologiche per decarbonizzare i settori hard-to-abate», ossia quelli in cui è difficile ridurre le emissioni, come ad esempio la siderurgia.

Platts a fine settembre indicava un costo di 5,8 euro (6,5 dollari) per produrre nel Nord Europa un chilo di idrogeno verde con elettrolisi alcalina (capex incluso). Con la tecnologia Pem si sale a 6,07 euro/kg.

Governi di mezzo mondo hanno messo disposizione sussidi, incentivi e agevolazioni per stimolare la nascita dell’industria dell’idrogeno pulito. Anche l’Italia ha stanziato di recente 3,64 miliardi attraverso il Pnrr. Ma anche con fondi pubblici molto spesso i conti non tornano. Uno dei problemi, secondo molti esperti, è che finora gli aiuti si sono concentrati soprattutto sul fronte della produzione, piuttosto che su quello del consumo. E la domanda tarda a manifestarsi.

Hanno già stretto accordi con i futuri acquirenti appena il 12% dei progetti nell’idrogeno a basse emissioni, stima BloombergNEF. Per tutti gli altri la mancanza di offtakers è una spada di Damocle: il rischio è che restino per sempre sulla carta. «Nessuno sviluppatore sano di mente inizia a produrre idrogeno senza avere un acquirente – commenta Martin Tengler, analista di BNEF – E nessun banchiere sano di mente presta denaro a uno sviluppatore che non abbia la ragionevole fiducia che qualcuno comprerà il suo idrogeno».

In un rapporto pubblicato a inizio ottobre l’Agenzia internazionale dell’energia afferma che nel settore le decisioni finali d’investimento (Fid) sono raddoppiate a livello globale negli ultimi dodici mesi, anche se i progetti si concentrano per oltre il 40% sono in Cina. Se fossero tutti realizzati la produzione di idrogeno verde e blu potrebbe quintuplicare entro il 2030, a 20 GW. Ma l’Aie per prima ne dubita, evidenziando «segnali incerti sulla domanda, ostacoli nei meccanismi di finanziamento, ritardi degli incentivi, incertezze su regolazione, licenze e processi autorizzativi, sfide operative». «Politici e sviluppatori – esorta Fatih Birol, direttore dell’Agenzia – devono considerare con attenzione gli strumenti per sostenere la creazione della domanda, oltre a ridurre i costi e ad assicurare un quadro regolatorio chiaro».

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