Market Mover

Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo ora3' di lettura
3' di lettura
Qualche passo in avanti è stato fatto, ma la strada da percorrere per raggiungere obiettivi soddisfacenti e sostenibili dal punto di vista finanziario è ancora molto lunga. E’ questo, in estrema sintesi, il quadro che emerge sull’idrogeno a basse emissioni (anche detto idrogeno verde) dal Global Gas Report 2026 pubblicato congiuntamente, di recente, da Snam e Igu (International Gas Union). Quella che alcuni, fino a qualche anno fa, indicavano come la nuova frontiera della transizione green si è scontrata via via con la dura realtà. Espressa, nel caso specifico del report in oggetto, da due numeri: da una parte la capacità operativa globale di idrogeno a basse emissioni ha raggiunto 1,2 milioni di tonnellate, ancora lontana dai target di medio periodo; dall’altra parte meno del 5% di tutti i progetti di idrogeno pulito annunciati fino al 2035 è supportata da contratti di acquisto definitivi.
Più in generale, secondo lo studio di Snam e Igu, l'idrogeno verde sta passando dalla fase degli annunci a quella della cosiddetta “attuazione selettiva”, con le decisioni finali di investimento che convergono ovviamente su progetti in cui l'intera catena del valore risulta finanziabile. E in cui sussistono dunque quattro condizioni: costi di approvvigionamento competitivi, un percorso di commercializzazione praticabile, impegni di acquisto da parte di acquirenti solvibili, e il sostegno politico necessario per colmare il divario di costo residuo (in pratica incentivi per sostenere un business che è ancora lontano dal break even).
Numeri alla mano, nel 2025 è entrata in funzione capacità di 0,5 milioni di tonnellate, portando la capacità operativa a quota 1,2 milioni all'inizio del 2026, con ulteriori 1,1 milioni in fase di costruzione. In parallelo, gli accordi vincolanti di acquisto sottoscritti nel 2025 hanno raggiunto un volume di 1,7 milioni attraverso 26 contratti, segnando un aumento del 34% rispetto all'anno precedente. In prospettiva, si prevede che la domanda di idrogeno a basse emissioni raggiungerà gli 8,4 milioni di tonnellate entro il 2030, per poi salire a 29 milioni entro il 2035, trainata dai settori dei fertilizzanti e della raffinazione. L'Europa e l'Asia orientale costituiscono le principali destinazioni di importazione, sebbene con utilizzi finali differenti: il Vecchio Continente necessita di terminali di ricezione e impianti di cracking dell'ammoniaca per riconvertire quest'ultima in idrogeno utilizzabile, mentre Giappone e Corea del Sud utilizzano l'ammoniaca direttamente come combustibile per la generazione di energia. La capacità produttiva annunciata è ancora nettamente superiore e raggiunge 91 milioni di tonnellate a livello mondiale entro il 2035, con l'Asia in testa.
Tuttavia, il vero nodo per lo sviluppo dell’idrogeno verde – secondo il report – è tra i progetti (la pipeline) e la realtà (gli asset effettivamente operativi o in fase avanzata). Sebbene infatti la capacità annunciata superi la domanda prevista, solo 7 milioni di tonnellate sono operative o hanno raggiunto la decisione finale d’investimento, vale a dire meno del 5% della pipeline annunciata al 2035. La sfida – si osserva - consiste dunque nel trasformare questa lungo elenco di progetti in volumi contrattualizzati e finanziabili, collegati ad acquirenti affidabili e ad infrastrutture di consegna. I mezzi fisici per gli scambi sono in gran parte già disponibili, dato che il commercio esistente di ammoniaca movimenta circa 20 milioni di tonnellate via mare, e quindi c’è un potenziale di crescita rilevante. Ma la strada da percorrere è ancora lunga, almeno fino a quando i costi per la produzione di idrogeno verde non riusciranno ad avvicinarsi al break even.