Cultura antica

I viaggi di Ercole, fili che uniscono il Mediterraneo

Giovanni Brizzi propone un periplo da Tiro, all’oceano, fino a Crotone sulle tracce di Eracle/Melqart, al quale guardarono Alessandro Magno e Annibale

di Maria Luisa Colledani

Glicone di Atene, «Ercole Farnese (o Eracle a riposo)», III secolo d.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale

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Il Mediterraneo è esperanto di dèi, miti e imbarcazioni, tessitrici di fili culturali e legami fascinosi. In quella rete di lingue, commerci, religioni che si intrecciano c’è anche la trama di Eracle/Melqart che Giovanni Brizzi, professore emerito dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, ricostruisce con cura e curiosità in Le vie di Ercole, libro nutrito e problematico, esso stesso sovrapposizione di decenni di ricerche e domande: «Quelle di Eracle/Melqart sono vie, o piuttosto percorsi ideali; e, tutti, sono da un lato vettori di una simbolica civilizzazione, dall’altro tramiti di un riconoscimento reciproco tra culture diverse. Hanno, secondo me, un cuore grande; sono anzi, davvero, oltre che il cuore, le vene stesse di un mondo».

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Eracle, figlio di Alcmena, nasce con la letteratura dell’Ellade, e quindi dell’Occidente: è un combattente formidabile, arrogante e violento, tanto da sfidare gli dèi. È anche un viaggiatore instancabile dalla Spagna all’India e, per Pisandro di Rodi, è il «più giusto degli uccisori», capace di eliminare i mostri purificando la terra e diventando guida del movimento coloniale greco: è l’«héros culturel», anima duplice che nasce dalla sinergia tra il menos, la furia del leone, e la metis, l’accortezza della volpe. Forse – scrive Brizzi – «prima di lui, si è mosso Melqart, gemello fenicio e antecedente, che Erodoto scoprì in Egitto e poi a Tiro, e che all’eroe greco verrà sempre più assimilato, forse imbarcato già come il più illustre dei passeggeri sulle navi di Hiram di Tiro, contemporaneo di Salomone, partite in cerca di metalli e generi pregiati verso Ophir e il Corno d’Africa, e verso Tarsish/Tartessos, il regno indigeno nel sud della Spagna». Così, il viaggio che lo studioso ci fa compiere è un avvincente periplo del Mediterraneo in cui intreccia fonti letterarie, dati di scavo e suggestive ipotesi di lavoro. Memfi, sul delta del Nilo, dove la presenza di Eracle è confermata, è l’inizio del viaggio, per poi arrivare a Tiro dove Erodoto incontra il Melqart fenicio: sono entrambi dio e uomo, sperimentano la vita e la morte, fondano città. Poi, la rotta è verso Cipro e Cartagine, e fino ai bordi del Sahara, a Lixus, sull’oceano, e alle Colonne d’Ercole, alle «porte della sera».

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Eracle/Melqart arriva in Spagna, a Cadice, supera Pirenei e Alpi, e Annibale, che muove guerra a Roma, ha gioco facile a identificarsi nel dio, percorrendo, da Cadice verso l’Italia, una sorta di sanguinoso pellegrinaggio dedicato al dio. Arriva, secondo Livio, fino «ad portam Collinam, usque ad Herculis templum» (Eracle, accolto a Roma nel lectisternium e diventato Ercole, era diventato già nel 312 a.C. oggetto di un culto di Stato), ma Roma non viene vinta. E il condottiero si rifugia a Crotone, al tempio di Hera al Lacinio, dove incontra il pitagorismo, di cui Eracle è un simbolo. Come lo era stato, prima, anche per Alessandro Magno: le infinite vie di Ercole quasi disegnano un cuore, quello della nostra civiltà, quello da cui tutti veniamo. Il Mare è davvero nostrum.

Giovanni Brizzi, La vie di Ercole, il Mulino, pagg. 200, € 15

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