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Titoli di Stato sotto tiro
Non si arresta l’ondata di vendite sul segmento dei governativi. Perché? Ne parliamo con Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet AM
Ascoltalo oradi Morya Longo
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Prima è arrivata la crescita economica, un boom post-Covid che faceva sperare in un nuovo miracolo degno del dopoguerra. Poi è arrivata l’inflazione, ma per mesi investitori e banche centrali si sono cullati nella convinzione che fosse temporanea. Ora, nel 2022, arriva l’aumento dei tassi d’interesse: la notizia di lunedì non è stato solo il Nasdaq che cade (da inizio anno ha perso più del 6%), ma anche il fatto che i rendimenti dei titoli di Stato decennali hanno toccato vette mai viste nell’era del Covid sia in America sia in Europa.
Il Treasury Usa decennale è salito all’1,8% (massimo da gennaio 2020) e il Bund tedesco è arrivato a sfiorare lo 0%, livello che non vede dal maggio del 2019.
I tassi di mercato salgono perché anticipano strette monetarie sempre più aggressive da parte della Federal Reserve Usa per combattere quello che è diventato il nemico pubblico numero uno: l’inflazione.
Questo è il nodo del 2022. Ormai è assodato che la Fed (pressata anche dal presidente Biden che vuole evitare tensioni sociali prima della elezioni di mid-term) ha spostato il suo focus dalla crescita economica e dall’occupazione alla lotta all’inflazione. Mercoledì12 gennaio uscirà un nuovo dato sui prezzi al consumo Usa, e gli economisti attendono un 7 per cento.
Troppo anche per la Fed, che aveva cambiato il target di inflazione proprio per tollerare qualche “sparata” verso l’alto. Troppo soprattutto per la società americana, dato che se i salari non salgono di pari passo, le famiglie perdono potere d’acquisto. Cioè ricchezza.