Opinioni

I rigori non sono una lotteria ma una questione di metodo

Il Calcio professionistico continua a fingere di non saperlo

di Luca Arnaboldi

 I giocatori del PSG festeggiano con il trofeo dopo aver vinto la finale di UEFA Champions League tra il Paris Saint-Germain e l'Arsenal alla Puskas Arena di Budapest, in Ungheria, il 30 maggio 2026.  EPA/Tibor Illyes UNGHERIA OUT EPA

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C’è qualcosa di profondamente irrazionale nel modo in cui il calcio affronta i calci di rigore. Da decenni allenatori, dirigenti e commentatori continuano a definirli una “lotteria”, un evento quasi casuale, una crudele appendice affidata al destino. Eppure i rigori decidono Mondiali, Europei, Champions League e, spesso anche i Campionati. Determinano carriere, patrimoni sportivi e giudizi storici. Eppure vengono ancora preparati con una superficialità che sarebbe impensabile per qualsiasi altro fondamentale del giuoco.

Nessuna squadra si presenterebbe a una finale senza aver provato schemi su calcio d’angolo, uscite difensive o costruzione dal basso. Ma quando si tratta dei rigori, troppo spesso si procede per improvvisazione, affidandosi al talento individuale o alla presunta freddezza del campione. Al “chi se la sente”.

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È un grave errore concettuale.
Il rigore è probabilmente il gesto tecnico più deterministico del calcio. Se eseguito correttamente, lascia al portiere margini minimi: il tempo di reazione umano ha limiti invalicabili e, quando il pallone parte con velocità e precisione verso l’angolo, il portiere può soltanto tentare di indovinare e spesso non basta. Eppure continuiamo ad assistere a rincorse teatrali (a volte comiche), esitazioni e soluzioni estemporanee che sembrano appartenere più a una rappresentazione psicologica che a una disciplina sportiva professionistica. L’obiezione più frequente è sempre la stessa: “Se hanno sbagliato Baggio o Baresi, allora può sbagliare chiunque”.

I rigori decidono la Champion’s League

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Ma la conclusione corretta è un’altra.
Se hanno sbagliato anche i più grandi significa che il talento non sostituisce la preparazione specifica. La rende ancora più necessaria.
Le squadre moderne investono milioni nell’analisi dei dati, nella preparazione atletica e nella nutrizione. Monitorano il sonno degli atleti e ogni parametro fisico disponibile. Eppure troppo spesso arrivano ai rigori senza specialisti realmente collaudati.

È un paradosso.
In nessun altro settore professionale si accetterebbe che una procedura decisiva venga affidata all’improvvisazione. Nel calcio, invece, una stagione può essere decisa da giocatori che hanno provato quel gesto troppo poco rispetto alla sua importanza.

C’è anche un aspetto economico

Vincere la Champions League può valere decine di milioni di euro tra premi Uefa, sponsor e ricavi commerciali. Una differenza enorme che, talvolta, viene determinata da una serie di cinque rigori calciati da undici metri.

E il tema è diventato ancora più centrale negli ultimi anni. Le modifiche regolamentari e l’introduzione del Var hanno aumentato il numero dei rigori assegnati. Il rigore non è più soltanto l’epilogo eccezionale di una sfida a eliminazione diretta: è un evento sempre più frequente durante l’intera stagione. Proprio per questo appare ancora più incomprensibile che molte squadre continuino a dedicargli una preparazione marginale.

E persino l’impatto economico-finanziario è rilevante: una serie di cinque rigori può decidere una partita che vale decine di milioni di euro di premi Uefa, sponsor e ricavi commerciali, nonostante dietro vi siano organizzazioni che fatturano oltre 800 milioni l’anno, come Psg e Arsenal.

È la natura stessa del rigore a consentire al più debole di avvicinarsi al più forte. Una leva che se ben sfruttata può colmare il gap. Ma proprio per questo la sua esecuzione dovrebbe essere trattata come una scienza, non come una superstizione.
Il calcio continuerà probabilmente a parlare di lotteria. È una definizione rassicurante: assolve gli allenatori, protegge i dirigenti e attenua le responsabilità.
La realtà è meno romantica. I rigori non sono fortuna. Sono preparazione. E quando vengono sbagliati, molto più spesso di quanto si voglia ammettere, non è il destino a decidere. È semplicemente qualcuno che non era pronto a eseguire il gesto tecnico più importante della propria carriera.

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