Sviluppo sostenibile

I rifiuti diventano risorse se si investe in nuovi impianti

Le analisi di Teha e Bcg dimostrano che scommettere sull’economia circolare garantisce a industria e Sistema Paese vantaggi su costi e approvvigionamenti dell’energia e sull’impatto climatico

di Claudia La Via

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I punti chiave

  • I numeri dell’Italia
  • Le prospettive per il biometano

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C’è un’Italia che non produce solo rifiuti, ma li trasforma in materie prime. Un’Italia che costruisce impianti, crea tecnologia e corre verso la neutralità climatica. È l’Italia dell’economia circolare, oggi chiamata a un nuovo salto di scala per rendere credibile il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) e allinearsi ai target europei al 2030.

La sfida, però, non è più teorica. Nei prossimi anni serviranno centinaia di nuovi impianti per il riciclo e il recupero dei materiali: plastica, Raee, rifiuti organici, tessili e inerti. Una mappa industriale ancora da costruire, ma già tracciata nelle sue direttrici principali. Se n’è discusso a Roma in un evento promosso dal Gruppo Tesya, che ha riunito esperti, consulenti e rappresentanti del mondo accademico e associativo.

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«Per rispettare gli obiettivi europei al 2030 abbiamo bisogno di centinaia di nuovi impianti e dell’upgrade di quelli esistenti” - ha spiegato Emanuele Belsito, senior advisor di Boston consulting group (Bcg), introdotto dal managing director e partner Davide Veroux -. Gli operatori industriali, dal canto loro, dovrebbero avviare collaborazioni strategiche lungo tutto l’ecosistema e privilegiare il passaggio da venditori di impianti o software a system integrator a valore aggiunto».

I numeri dell’Italia

L’Italia parte da una buona posizione iniziale: l’86% dei rifiuti trattati finisce in riciclo o compostaggio e il waste-to-energy copre un altro 5%. «Ma le discariche si stanno saturando – osserva Belsito –: ben 37 su 149 non sono più attive (dal 2015 al 2023) mentre le altre vedono progressivamente calare la capacità residuale. Inoltre bisogna investire per raggiungere l’obiettivo Ue del 10% di rifiuti urbani in discarica entro il 2035: ora siamo al 9% in totale ma per quanto riguarda i rifiuti urbani siamo al 20%».

Quanto agli imballaggi, tiene banco il dibattito sul nuovo regolamento europeo Packaging and packaging waste regulation (Ppwr). «Dobbiamo arrivare dall’attuale 8% di impiego di plastica riciclata negli imballaggi al 65% entro il 2040; servirà quindi ben altro rispetto ai 31 impianti di selezione e 82 impianti di riciclo meccanico operanti adesso in Italia», ha chiarito Belsito.

Altro fronte interessante è quello dei rifiuti elettrici ed elettronici. «I Raee sono in forte aumento, a partire dall’ondata in arrivo di pannelli fotovoltaici a fine vita tra il 2031 e il 2040 – ha raccontato il Senior advisor Bcg -. Il numero degli impianti per il trattamento dei Raee va significativamente aumentato in Italia, dai 47 attuali». Più lenta, invece, la corsa al recupero dei rifiuti tessili, per i quali la direttiva 2025/1892 introduce la raccolta obbligatoria al 50% entro il 2030, rispetto all’attuale 14%. «Stimiamo che manchino all’appello 20-25 nuovi impianti», aggiunge Belsito.

Le prospettive per il biometano

L’ambito in cui l’economia circolare offre forse le migliori prospettive ora è il biometano. «La crescita degli impianti di produzione di biometano è stata esponenziale negli ultimi anni (ben 34 nuovi impianti solo nel 2024 per un totale di circa 130) – ha spiegato l’analista e consulente -. Il Dm Biometano 2022 ha aumentato ancora gli investimenti, ma per raggiungere gli obiettivi del Pniec al 2030 stimiamo che occorrerebbero circa 500 nuovi impianti». In particolare, il trattamento dei residui agroindustriali sono una grande opportunità di business.

Opinione, questa, condivisa da Alessandro Viviani, associate partner di The European House Ambrosetti (Teha). «Per raggiungere il target ambizioso fissato dal Pniec di 5,7 miliardi di metri cubi (bcm) di biometano all’anno entro il 2030 (dagli 0,57 del 2024) la produzione dovrebbe decuplicare entro il 2030 ma le aste pubbliche per l’accesso agli incentivi, così come sono, ci porteranno circa a un terzo di questo target – ha spiegato -. Occorre attirare investimenti privati, attraverso una chiarezza sul modello di incentivi che si intende mettere in piedi e favorendo il passaggio verso un modello industriale in grado di creare un mutuo vantaggio con le filiere agricole secondo un modello better energy, stronger value food value chain». L’orizzonte non è solo ambientale. «Il biometano come fonte di produzione di energia rappresenta un’urgente necessità per le industrie energivore, visti anche la volatilità dei prezzi energetici e l’aumento di onerosità del sistema Ets (di scambio di quote di emissione)», ha spiegato l’analista e associate partner di Teha, che ha aggregato la community del biometano in Italia. La società rileva che l’adozione combinata di cogenerazione e biometano può migliorare la competitività energetica dell’industria e avere importanti ricadute a livello nazionale, in termini di costo, sicurezza degli approvvigionamenti e impatto climatico.

In un’analisi che considera l’azione congiunta di cogenerazione, biometano, fotovoltaico, biomasse e digitalizzazione, la cogenerazione rappresenta circa il 65% della potenziale riduzione dei consumi; cogenerazione e biometano insieme contribuirebbero al 59% del taglio delle emissioni e al 50% dei risparmi sui costi Ets. Su scala Paese, un’adozione coordinata di queste leve ridurrebbe la spesa per import di gas di circa 3,6 miliardi di euro, di cui il 56% attribuibile al binomio cogenerazione-biometano, e permetterebbe di abbassare l’indice di intensità energetica dell’Italia recuperando competitività.

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