I quattro fattori decisivi nella corsa alla Casa Bianca
In un incontro alla Luiss spiegazioni, numeri e previsioni nella sfida tra Trump e Biden
di Andrea Carli
3' di lettura
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Che l’Election Day negli Usa del prossimo 5 novembre sarà una partita tra il democratico Joe Biden e il repubblicano Donald Trump, due idee opposte di America, non ci vuole la sfera di cristallo per intuirlo. A otto mesi da quel giorno che farà uscire il nome del nuovo presidente degli Stati Uniti (o confermerà quello uscente), fare previsioni potrebbe risultare un’operazione «azzardata». Eppure qualcuno non si è tirato indietro. Roberto D’Alimonte, fondatore e già direttore del Centro Italiano Studi Elettorale, si è sbilanciato. E lo ha fatto nel corso dell’incontro «Perché Trump può vincere ancora. Numeri, spiegazioni, prospettive e lezioni per l’Italia e per l’Europa» svoltosi a Roma al Campus Luiss. È stata l’occasione per “raccontare” Telescope, il nuovo progetto di divulgazione scientifica sulle elezioni, i comportamenti di voto e la rappresentanza democratica, in Italia e nel mondo, animato dalle analisi e ricerche del Centro Italiano Studi Elettorali (Cise) diretto dal professor Lorenzo De Sio.
La mancanza di un punto interrogativo nel titolo della tavola rotonda non è passata inosservata. «Non ho una sfera di cristallo - ha esordito D’Alimonte - ma una certa dimestichezza con i dati. E i dati dicono che la partita anche a novembre si giocherà su quella che gli americani chiamano Rust belt («cintura di ruggine», ndr)». In particolare, sono tre gli Stati decisivi per il responso del voto. «Michigan, Wisconsin e Pennsylvania nelle elezioni del 2016 hanno sancito per 77mila voti l’elezione di Trump». I numeri consentono di svelare dei “falsi miti”: «Se guardiamo all’elettorato di Trump, il 42% ha una laurea, il 38% sono ispanici, il 35% ha tra i 18 e i 29 anni. L’ex presidente ha messo insieme elettori a cui interessa in particolare una questione, che sia l’aborto o le tasse troppo alte, e votano il candidato che espone su questa questione il loro punto di vista. Nel 2020 il Tycoon ha preso 12 milioni di voti in più, pur perdendo. Dobbiamo chiederci perché».
Secondo D’Alimonte, sono quattro i fattori che decideranno la corsa alla Casa Bianca. Il primo: il sistema dei grandi elettori. Nei cosiddetti Swing State, entrambi i candidati non possono contare su un sostegno tale da garantirsi i 91 grandi elettori. Nelle ultime due tornate elettorali presidenziali, in alcuni Stati l’esito è stato equiparabile a un lancio di dadi, con vittorie risicate inferiori all’1% di margine. Secondo fattore, altrettanto strategico: l’economia. La polarizzazione del mercato del lavoro, la crescita del gap tra produttività e compenso medio dei lavoratori, l’aumento dei prezzi di immobili, benzina e generi alimentari, la crescita dei tassi di interesse, agitano le opinioni di voto. Secondo due elettori su tre, l’economia durante la presidenza Trump andava bene, mentre attualmente solo il 38% dà un giudizio positivo. E poi c’è il terzo fattore: l’immigrazione. Appena il 18% degli americani dà un giudizio favorevole delle politiche messe in campo da Biden. E tra gli elettori democratici, l’approvazione dell’operato del Governo si ferma al 26%. Infine, il fattore età. L’81enne Biden viene considerato incapace di restare alla Casa Bianca dal 45% degli americani, un dato che scende al 19% se riferito al 77enne Trump. E oggi solo il 53% degli elettori democratici crede che Biden sia mentalmente lucido, un dato in continuo calo. «Trump - ha ricordato De Sio - ha preso un’importante posizione di policy nel 2016: per la prima volta ha sostenuto una scelta protezionistica, che non faceva parte del Dna dei repubblicani».
A questo punto verrebbe da pensare che la partita per Biden è già persa. «Non è così - ha chiarito D’Alimonte, ricorrendo al più classico dei colpi di scena -. Esiste un “sentiero ristretto” per il presidente uscente che punta alla riconferma. Questo sentiero si chiama “Donald Trump”. Gli americani si troveranno a scegliere tra due candidati sgraditi, che non piacciono. La campagna elettorale di Biden in questi mesi può fare la differenza. Se riesce a far passare un’immagine diversa di sè, potrebbe anche vincere. Stando agli ultimi sondaggi, la distanza non è incolmabile. Contano i numeri di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania ...».
Anche per Sergio Fabbrini, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche Luiss, non è ancora detta l’ultima parola. «Oggi è il 14 marzo e non il 5 novembre: abbiamo ancora diversi mesi. Questa è la buona notizia. La cattiva è che probabilmente non ci sarà un vincitore. Se per caso Biden vince di misura, accetterà Trump il risultato?». Anche questa è una bella domanda.









