ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più
Geopolitica
I nuovi equilibri globali del gas e il ruolo del Gnl: l’incognita Hormuz
Dal 2022 il gas liquefatto ha aumentato in misura esponenziale il peso nel portafoglio gas italiano ed europeo con gli Stati Uniti ormai leader mondiali nella produzione
Gas, ritorno al futuro. Parafrasando il titolo del celebre film di Robert Zemeckis, se per ipotesi fosse stato ambientato all’inizio del 2022, poco prima dell’attacco russo all’Ucraina, avrebbe offerto agli operatori del settore scenari assolutamente inaspettati. Questo perché oggi il mercato mondiale del gas, proprio in ragione di quanto accaduto dal marzo 2022 in poi, è completamente diverso da quattro anni fa.
Nuovi equilibri, nuovi fornitori, nuovi mix: il tutto a fronte di una domanda globale che resta sostenuta e con il nuovo choc, molto più recente, della chiusura dello stretto di Hormuz, da cui passa il 20% di tutto il Gnl globale. Gas liquefatto che, vale la pena ricordarlo, è stato di fatto il grande “vincitore” – se così di può dire – del conflitto russo-ucraino, con gli Stati Uniti che hanno scalato le classifiche, diventandone il primo produttore mondiale.
Loading...
Europa e Usa: la rivoluzione del Gnl
Il dato di fatto è che il mercato del gas europeo ha vissuto una metamorfosi senza precedenti, trasformandosi da un sistema continentale, rigido e ancorato a contratti pluriennali (i cosiddetti take or pay) via gasdotto, a un mercato marittimo globale iper-dinamico, liquido ma strutturalmente volatile, governato dalle rotte delle navi gasiere e fortemente vulnerabile ai colli di bottiglia geopolitici, vedi appunto Hormuz. Per misurare la portata di questa transizione è necessario partire dai bilanci del 2021, l'ultimo anno di stabilità pre-conflitto. In quel momento, l’Unione Europea basava il proprio modello economico sul gas a basso costo proveniente dalla Russia, che da sola copriva il 40% del fabbisogno comunitario iniettando nella rete oltre 150 miliardi di metri cubi l’anno via metanodotto. All'interno di questo equilibrio, l'Italia figurava tra i Paesi più esposti, con una dipendenza da Mosca vicina al 40%, equivalente a 29 miliardi di metri cubi importati attraverso il punto di snodo di Tarvisio. L'inizio delle ostilità in Ucraina e la conseguente strategia di sganciamento varata da Bruxelles hanno azzerato questo paradigma: i flussi russi via tubo verso l’Europa sono crollati, mentre il ruolo di pivot della sicurezza continentale per i gasdotti è stato ereditato dalla Norvegia, con il 52% dell'import distribuito nei mercati del Nord e Centro Europa.
Per compensare il gigantesco vuoto di circa 110-120 miliardi di metri cubi apertosi con lo stop al gas russo, l'Europa ha dovuto reinventare le proprie infrastrutture, diventando il principale importatore mondiale del Gnl, le cui importazioni nel 2025 hanno toccato il record assoluto di146 miliardi di metri cubi, arrivando a soddisfare circa metà dell'intero fabbisogno dell'Unione. Il principale beneficiario commerciale di questa svolta sono stati gli Usa, ascesi a superpotenza energetica globale incontestata. Tra il 2021 e la fine del 2025, la capacità produttiva statunitense è letteralmente esplosa grazie all'ampliamento di mega-terminali sulla costa. Qualche numero può dare l’idea del fenomeno. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno aumentato in modo massiccio la capacità di liquefazione e di conseguenza le esportazioni, passate da 104 miliardi di metri cubi del 2021 a 155 miliardi del 2025 alla stima, probabilmente da rivedere al rialzo, di 186 miliardi per il 2027. In parallelo le importazioni europee di Gnl Usa sono passate da 18,9 miliardi di metri cubi nel 2021 a circa 79,4 miliardi nel 2025, con un balzo del 350%: oggi gli Stati Uniti forniscono al Vecchio Continente oltre il 50% del gas liquefatto e potrebbero arrivare all’80% entro il 2030. Chi sono gli altri principali fornitori europei? Nel 2025 la Russia valeva 20 miliardi di metri cubi (ma il percorso per l’addio definitivo sta già restringendo l’import) e poi il Qatar con 12,6 miliardi, di cui la metà verso l’Italia, ma oggi appesi al nodo Hormuz. A sua volta, tuttavia, il traffico verso l’Europa è solo una piccola parte dell’export del Paese del Golfo, che vende oltre l’80% della produzione di Gnl (comunque ormai seconda dietro gli Stati Uniti) principalmente a Corea e Giappone.
La situazione italiana
In questo maxi riassetto globale degli equilibri del gas, l'Italia ha mostrato una significativa capacità di riconversione. Azzerato l’import da Mosca, la nuova spina dorsale del Paese è diventata l'Algeria, che tramite il gasdotto sottomarino TransMed ha convogliato a Mazara del Vallo la cifra record di oltre 20 miliardi di metri cubi (pari al 32,8% del totale nazionale). Parallelamente, il Gnl è diventato un pilastro imprescindibile grazie ai rigassificatori di Cavarzere, Livorno, Panigaglia e alle nuove unità galleggianti di Piombino e Ravenna: nel 2025 il gas liquido ha superato i 18,7 miliardi di metri cubi, coprendo quasi un terzo della domanda energetica nazionale. Certo, il blocco di Hormuz ha fatto accendere nuovamente la spia rossa di emergenza: l’interruzione del traffico ha congelato circa il 20% della fornitura globale di gas liquefatto – pari a 110 miliardi di metri cubi all'anno – paralizzando totalmente i carichi in uscita dal Qatar. Se per il petrolio esistono parziali valvole di sfogo via oleodotto attraverso i territori sauditi ed emiratini, per il Gnl non esistono alternative fisiche: il combustibile deve necessariamente viaggiare liquefatto su navi gasiere dedicate. Questo blocco ha evidenziato le vulnerabilità italiane, seppur inferiori rispetto al passato. Nel portafoglio di Gnl strutturato dall'Italia nel 2025 il Qatar rappresentava il secondo fornitore complessivo dopo gli Stati Uniti, garantendo circa 7 miliardi di metri cubi all'anno. Di conseguenza, lo stop a Hormuz ha tagliato istantaneamente l'11% dell'intero fabbisogno energetico italiano, costringendo il governo a riaprire canali d'emergenza con l'Algeria e l’Azerbaigian.
Loading...
La Cina punta su soluzioni “autoctone”
Un’analisi dei nuovi equilibri globali del gas non può prescindere dall’Asia. La Cina, che nel 2021 registrava tassi di crescita a doppia cifra nell'import marittimo per sostenere i piani di decarbonizzazione urbana, ha attuato progressivamente una decisa strategia di protezione e diversificazione interna. Le importazioni cinesi di Gnl nel 2025 sono scese del 10-12% rispetto ai picchi del 2024, registrando il livello più basso dal biennio della pandemia. Questa riduzione non riflette una crisi industriale, bensì una pianificazione strategica volta a evitare i prezzi esorbitanti del mercato spot del Gnl: Pechino ha incrementato massicciamente l'estrazione dai propri giacimenti nazionali, ha accelerato l'installazione di impianti solari ed eolici (contribuendo al surplus commerciale record di 1200 miliardi di dollari nel 2025) e ha blindato le forniture via tubo aumentando i flussi di gas continentale a basso costo dalla Russia – attraverso il gasdotto Power of Siberia 1 – e dal Turkmenistan. Stesso trend per il Giappone, mentre l'India si è mossa in forte controtendenza, spinta da un'espansione manifatturiera impetuosa e dalla necessità di alimentare il comparto chimico e metallurgico.
Le vulnerabilità europee e le opportunità per l’Italia
Riassumendo, il panorama energetico internazionale sta attraversando una trasformazione senza precedenti, ridisegnando le mappe della dipendenza e della produzione globale. A partire dal gas, che si conferma il perno attorno al quale ruotano la sicurezza e la stabilità della transizione energetica, specialmente per l'Europa. Si tratta di un mercato immenso, le cui dinamiche sono guidate da profonde asimmetrie geografiche. Da un lato, gli Stati Uniti si sono consolidati come grandi esportatori globali grazie allo sviluppo tumultuoso del Gnl, dall'altro, colossi industriali come la Cina dimostrano una forte resilienza interna, arrivando a produrre quasi il 60% del gas che consumano.
In questo scacchiere, l'Europa rappresenta una vera e propria anomalia di vulnerabilità: è l'unico continente a produrre meno del 10% del gas che consuma, una quota che in Italia crolla addirittura sotto il 4%. Questo deficit strutturale costringe l'intero blocco europeo a dipendere quasi totalmente dalle importazioni e a muoversi rapidamente per garantire la propria sicurezza energetica. Un problema che per l’Italia può diventare una grande opportunità: diventare, grazie al corridoio sud (Algeria e Tap) e al consolidamento del Gnl, il nuovo e vero hub del gas per l'Europa centrale con un’inversione dei flussi da Sud a Nord. Un processo già avviato, come dimostrano i 2 miliardi di metri cubi di gas esportati dal nostro Paese nel 2025, quattro volte tanto rispetto all’anno precedente.
Perché alcuni studiosi definiscono oggi il Regno Unito “la nuova Italia”? Un viaggio tra Brexit, crisi delle appartenenze politiche e fine del mito della governabilità britannica all’indomani delle dimissioni...