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I molti perché del no al referendum in un libro

Marco Travaglio traccia i confini di una resistenza costituzionale in un volume con i contributi di Nicola Gratteri e Gustavo Zagrebelsky

di Gianluca Geraci

I IMAGOECONOMICA

2' di lettura

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Quella che è stata presentata come la riforma della giustizia è tutt’altra cosa? Una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’autonomia e dell’indipendenza della seconda?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

A porsi queste domande, offrendo risposte taglienti, è Marco Travaglio. Il giornalista e direttore de “il Fatto Quotidiano” lo fa nel suo libro “Perché NO. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole”, un volume che si pone di fare chiarezza su dinamiche spesso oscure al grande pubblico.

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Lo scrittore (con i contributi di Nicola Gratteri e l’introduzione di Gustavo Zagrebelsky) si scaglia contro i cinque quesiti referendari che miravano a cambiare profondamente l’ordinamento giudiziario italiano. L’opera si presenta come una vera e propria guida pratica: il cronista si dimostra abilissimo a smontare quesiti tecnici spesso scritti in modo oscuro, spiegando al lettore quali sarebbero le conseguenze pratiche di un “Sì”.

Rapporto tra magistratura e politica

Al centro del testo vi è quello che in Italia è un vero “conflitto eterno”: il rapporto tra magistratura e politica. La separazione delle funzioni è uno dei cavalli di battaglia dei promotori del referendum, ai quali Travaglio si oppone fermamente; se separiamo le carriere il PM finirà prima o poi sotto il controllo del governo, perdendo la sua indipendenza. Per l’autore, il PM deve restare “cultore della prova” accanto al giudice per garantire che la legge sia uguale per tutti, anche per i potenti.

 

L’analisi che emerge dalle pagine del volume non si limita a una sterile contrapposizione ideologica, ma mette a nudo il rischio reale di una deriva di sottomissione della magistratura inquirente. È difficile, infatti, non scorgere lungimiranza nella tesi: la separazione delle carriere viene smascherata non come un intervento tecnico di efficientamento, bensì come il grimaldello politico ideale per isolare il Pubblico Ministero, recidendo quel cordone ombelicale con la cultura della giurisdizione che ne garantisce l’equidistanza.

In questo senso, l’opera assume il valore di un severo monito costituzionale. Se il PM perdesse la sua indipendenza, scivolando inevitabilmente sotto l’influenza o il controllo dell’esecutivo, si assisterebbe al definitivo tramonto del principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. L’analisi del testo, dunque, pone l’accento su un dato di fatto fondamentale: una giustizia debole con i forti e forte con i deboli non è giustizia, ma uno strumento di conservazione del potere. Per Travaglio la tutela dell’autonomia dei magistrati non deve comunque tradursi in un “privilegio di casta” — come certa retorica vorrebbe far credere —, ma essere l’ultimo baluardo a difesa dei cittadini comuni contro i potenziali abusi del potere politico.

A Travaglio il merito di aver tracciato i confini di una resistenza costituzionale necessaria, improntata alla difesa dell’indipendenza della magistratura, ma che non mascheri, dietro la facciata di una finta riforma di efficientamento, il tentativo politico di normalizzare i giudici e garantire l’impunità dei potenti.

Marco Travaglio, “Perché NO. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole.”, Paper First, € 15,00, 194 pagine.

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