Nel caso degli Stati Uniti, l’Hamilton Project evidenzia che, «le tasse corrisposte dagli immigrati e dai loro figli – sia legali che non – superano il costo dei servizi di cui essi usufruiscono». Ciò ha perfettamente senso, tenuto conto che gli Usa ricevono un’ampia quota di immigrati altamente qualificati. Il numero degli immigrati legali con un diploma universitario negli Usa, secondo i nostri calcoli, si aggira intorno al 41%; inoltre, si stima che gli immigrati registrino il doppio dei brevetti rispetto ai nativi. Non sorprende, pertanto, che nel 2017, un importante studio realizzato dalle accademie nazionali statunitensi di scienze, ingegneria e medicina sia giunto alla conclusione che «l’immigrazione ha un impatto complessivo positivo sulla crescita economica di lungo termine negli Stati Uniti».
L’apporto dell’immigrazione in termini di dinamismo non è una novità. Ufuk Akcigit e John Grigsby dell’Università di Chicago, insieme a Tom Nicholas della Harvard Business School, fanno notare che anche durante l’“età dorata” dell’innovazione in America, cioè tra il 1880 e il 1940, vi era una percentuale sproporzionatamente elevata di immigrati tra gli inventori. E, guardando al futuro, Jason Furman dell’Università di Harvard ci ricorda che il contributo economico degli immigrati diventerà ancor più importante man mano che la popolazione invecchia.
Allo stesso modo, un certo numero di Paesi europei è riuscito ad attrarre lavoratori immigrati altamente qualificati: il 38% degli immigrati in Svezia e il 48% nel Regno Unito hanno un’istruzione universitaria. Eppure, nel nostro sondaggio, gli intervistati britannici tendevano a credere che solo la metà di essi (25%) avesse un diploma universitario. Altri Paesi come la Francia, l’Italia e la Germania ricevono effettivamente una quota molto più elevata di immigrati meno istruiti. Ma gli immigrati in questi Paesi non sono comunque tanto poveri o a rischio di disoccupazione quanto pensano i nativi.
Non gli estranei che pensiamo
Come dimostra il nostro studio, la maggior parte delle persone tende ad avere idee sbagliate sull’immigrazione. Vale, però, la pena sottolineare che tra queste ve ne sono alcune molto più disinformate di altre. In linea generale, i cittadini che non sono andati all’università, i sostenitori dei partiti di destra o quelli che hanno ottenuto risultati scolastici mediocri e lavorano in settori ad alta densità d’immigrati tendono a percepire l’immigrazione più negativamente. D’altro canto, le persone che hanno tra le proprie conoscenze o amicizie degli immigrati tendono ad avere una percezione più positiva e corretta dell’immigrazione in generale. Naturalmente, la correlazione non implica una causalità, e il solo fatto di avere idee più precise riguardo agli immigrati potrebbe essere di per sé il motivo per cui una persona ne conosce qualcuno.
La diffusa confusione sul tema dell’immigrazione nelle democrazie occidentali ha delle conseguenze nel mondo reale. La percezione errata del pubblico può avere un effetto importante sulle politiche in generale, non solo su quelle rivolte all’immigrazione. La ricerca nel campo delle scienze sociali ha ripetutamente dimostrato che la generosità non resiste bene quando si tratta di gruppi etnici, nazionali o religiosi diversi.