Intervista a Gabriele Muccino

I miei cinquantenni egoisti e le cose che il successo non sa dire

Il regista romano riflette sul suo percorso artistico e sulle dinamiche dei suoi film, compreso l’ultimo, «Le cose non dette»

di Cristina Battocletti

Regista e sceneggiatore. Gabriele Muccino

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Puoi fare un film come L’ultimo bacio che ha cambiato la rotta del cinema italiano con 13 milioni di incasso in un momento in cui (2001) i film di successo erano solo quelli comici. Puoi venire trascinato sul palco del Sundance per il premio del pubblico, mentre stai salendo sull’aereo per tornare a casa perché proprio non te lo aspettavi, e poi essere chiamato a Hollywood per girare La ricerca della felicità (2006), con cui Will Smith per un soffio non vince l’Oscar. Puoi dirigere star come Catherine Zeta-Jones, Uma Thurman e Russell Crowe. Puoi continuare a stare in cima al box office – Ricordati di me (10 milioni, 2003), Baciami ancora (9 milioni nel 2010) – e temere l’uscita in sala della tua nuova pellicola. Succede a molti artisti e anche a Gabriele Muccino, che il «Sole 24 Ore» incontra in un albergo milanese, in una delle tappe del tour di presentazione de Le cose non dette, che a un mese dall’uscita ha fatto più di 6 milioni e mezzo al botteghino e rimane quarto nel box office italiano sotto il turbine di Cime tempestose, del disneyano Rental family e di Hamnet, in odore di Oscar.

La paura dell’etichetta

«È sempre un momento in cui ci si mette alla prova. Non ho paura della critica, a volte la trovo pretestuosa, mi rimproverano sempre le stesse cose. Il successo cambia lo sguardo degli altri su di te e i giudizi diventano più forti o estremi, spesso superficiali. Ti appiccicano un’etichetta o un aggettivo che ti rappresenta e in cui tu non ti trovi. Ti viene tolta la possibilità di inciampare, di fare un film sbagliato. E poi siamo biologicamente impreparati all’esposizione planetaria dei social: non era mai successo nella storia dell’uomo. Quando Ricordati di me ha superato L’ultimo bacio ho imparato a gestire il successo con un po’ più di disincanto, ripetendomi che sarebbe passato anche quello. Cerco di ripararmi, ma mai abbastanza perché sono figlio di una generazione analogica, dove il corpo è il tuo vero e unico veicolo».

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Tra Tangeri e Roma

Di corpo parla molto anche Le cose non dette che vede protagoniste due coppie di amici di mezza età: Carlo (Stefano Accorsi), Elisa (Miriam Leone), Paolo (Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini), che vivono a Roma e si concedono una vacanza in Marocco. Mentre Roma nasconde, Tangeri rivela: «È una bolla lontana da casa dove le maschere possono cadere. Tangeri è un posto magnetico, porta d’Africa con influenze anglosassoni e francesi, meta di scrittori, contrabbandieri e anche di Garibaldi. Qui i miei protagonisti hanno l’illusione di poter spostare lo sguardo e creare un cambiamento all’interno delle loro vite in stallo. Cercano un po’ di serenità e, invece, usciranno gli scheletri nascosti negli armadi dei non detti che faranno saltare il tavolo».

Ispirato al romanzo americano «Siracusa»

Da qui il titolo, Le cose non dette, che si ispira liberamente al romanzo Siracusa di Delia Ephron (Fazi, 2018), autrice della sceneggiatura insieme allo stesso Muccino. Nel libro, però, ci sono quattro americani in vacanza nella città siciliana. «Ho cambiato meta perché, anzitutto, siamo un popolo dal temperamento molto più caldo. Questo è un film sull’implosione, causata dal fatto di non conoscersi, di non domandarsi chi siamo, di non essere capaci di dirsi la verità perché è scomoda, perché fa male, perché viene giudicata, perché viene biasimata. Gli americani vivono implosioni diverse dalle nostre: litigano molto meno, verbalizzano poco e compensano con l’alcol e molto altro.

I protagonisti cinquantenni

Il risultato comunque non cambia, si scoppia anche se con diverse modalità che fanno la differenza».I personaggi dei film di Muccino crescono con l’età anagrafica del regista. Ne L’ultimo bacio avevano trent’anni, oggi ne hanno cinquanta. E, in parte, Accorsi e Santamaria, i protagonisti delle due pellicole, collimano e conservano gli stessi nomi, Carlo e Paolo. «Con questi attori ho condiviso percorsi importanti, film che ti definiscono e con cui ho conosciuto il successo. Con Santamaria ho anche esordito in Ecco fatto nel 1998. Per me sono un punto di forza».

La diseducazione sentimentale dei giovani

A stupire davvero è il punto di vista sugli adolescenti, in questo caso Vittoria (Margherita Pantaleo), la figlia di Anna e Paolo. «Insegnando recitazione nei ritagli di tempo ho a che fare con giovani che vanno dai 15 ai 25 anni, quindi conosco perfettamente chi è Vittoria e chi è Blu – Beatrice Savignani, studentessa di filosofia nel film n.d.r. – , ossessiva, ma capace di darsi tutta. I giovani non hanno i filtri del disincanto che, invece, gli adulti sommano con l’esperienza, delusi dalle cose che non sono andate come volevano. I giovani non sono, auspicabilmente, ancora feriti, hanno le verità in tasca e l’ingenuità di pensare che se si ama, lo si fa in modo assoluto e per sempre. Questo li rende forti, potenti, impetuosi e deflagranti. Ma nel personaggio di Vittoria c’è una diseducazione sentimentale, perché i genitori sono egoisti, rivolti verso i propri narcisismi, la propria paura di invecchiare, piuttosto che abbracciare l’invecchiamento e mantenere il ruolo di genitori. Quindi, i figli in un’epoca in cui non si verbalizza più con la voce, con il corpo, ma con un telefonino, sono impreparati alle delusioni formative della crescita, che ti costruiscono un carattere e ti fanno accettare gli abbandoni. Quello che manca veramente ai giovanissimi è lo stare insieme in modo analogico, perché è lì che si forma la nostra collettività, la conoscenza del corpo e come metterlo in relazione con quello degli altri».

La scatola del cinema

In questo il cinema e la sala possono aiutare. «Il cinema è una meravigliosa scatola ottica in cui ci si ritrova tutti insieme a condividere emozioni. Anche questo film ne ha tante ed è carico di impulsi. Me ne accorgo dalle reazioni del pubblico che è attentissimo. A volte sbotta in risate catartiche, perché ci sono dei momenti tragicomici o anche semplicemente comici. La risposta degli spettatori è molto superiore a quella che mi aspettavo. Temevo si confondessero in questo labirinto di personaggi che, invece, decodifica benissimo. Io parto dal mio punto di osservazione, che è stato sempre quello di chi sta fuori dall’arena. Ho fatto una gavetta lunga dieci anni, così quando ho esordito ero pronto a raccontare il mio sguardo sul mondo sapendo quale linguaggio del cinema volevo usare, imparando sempre meglio a dirigere gli attori e portarli a quella temperatura che molti registi giudicano estenuata. Per me è una modalità di esasperazione che sta dentro i miei personaggi, che arrivano a un bivio, trascinando una crisi diversa da quella che gli intellettuali esplicitano leggendo e nutrendosi di silenzi.

Il cambio di rotta

I miei protagonisti sono come molti di noi, a volte esauriti e al limite, e desiderano cambiare drasticamente le proprie esistenze. È un leitmotiv che ricorre in tutti i miei film, anche in quelli americani, come La ricerca della felicità, Sette anime, Padri e figlie. I miei eroi tentano di cambiare la rotta delle loro esistenze ed è per questo che ho deciso di fare il regista». Ci sarà anche un ragione più cinematografica... «Ladri di Biciclette e Umberto D di Vittorio De Sica. Soprattutto quest’ultimo che nella sua semplice, ordinaria vita racconta una storia macroscopica e universale. E in qualche modo è quello che cerco di fare anche io: osservare le persone e le loro relazioni intime. Individui tutto sommato semplici, ma articolatissimi, perché siamo, comunque, complicatissimi».

Lo slow motion

Ne Le cose non dette la macchina da presa è molto mobile, con un uso marcato del ralenty. «Lo slow motion è la frammentazione di ciò che l’occhio non riesce a catturare. Per esempio, le micro espressioni che assumiamo in momenti importanti, spesso illeggibili perché troppo veloci. Lo slow motion rende rarefatto il momento e lo esplora in modo cinematografico per porgerlo allo spettatore. Emotivamente ha un impatto importante, una sorta di grassetto sotto le parole».

Vita da attore

Nel 2023 e nel 2024 al regista romano è capitato di star davanti alla macchina da presa interpretando sé stesso in Vita da Carlo 2 e Call my agent-Italia. «In verità, quando avevo 21 anni ho recitato per 9 mesi in una sitcom prodotta da Pupi Avati, ma volevo già fare il regista. Ho sofferto moltissimo perché ero totalmente a disagio, ma mi è servito a capire più a fondo i tormenti degli attori. In Call my agent-Italia mi sono messo a fare la parodia di me stesso, divertendomi a ironizzare su tutte le mie nevrosi». Poiché in quelle vesti appariva con un corno gigante al collo, forse, tra queste, c’è la scaramanzia...«No, era una collana che mi sono trovato tra le mani. Non ho nessuna forma di scaramanzia, anzi, gli vado incontro. Se c’è una scala gli passo sotto, se attraversa un gatto nero mi ci butto subito dietro. Nel mio secondo film, Come te nessuno mai, la protagonista era vestita tutta in viola».

Rifare «Ricordati di me»

Rifarebbe un suo film? «Mi piacerebbe riadattare Ricordati di me, perché è talmente visionario che potrebbe essere un bell’esperimento. Hitchcock l’ha fatto con L’uomo che sapeva troppo a distanza di 20 anni e ha vinto anche un Oscar (per la miglior canzone, Que sera sera, cantata da Doris Day, n.d.r.). Sarebbe una sfida interessante, anche se non mi fa mai bene riguardare i miei film, perché se sono fatti bene ho paura di non essere più all’altezza di girarne uno altrettanto buono. Se sono mediocri, me ne vergogno».

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