Milano moda donna/3

I giochi di identità di Prada, nuova leggerezza per Emporio Armani

Soli 15 look stratificati per la nuova collezione di Miuccia Prada e Raf Simons, debutto convincente di Leo Dell’Orco e Silvana Armani per il marchio più sperimentale del gruppo

di Angelo Flaccavento

Prada AI 26-27

3' di lettura

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l tema dell’identità - di brand, personale, collettiva - è centrale in quest’epoca di fiction permanente. La consapevolezza, sempre, è che chi si è non sia nulla di stabile, ma un atto relazionale, nel quale un nucleo solido si modella nel rapporto con il mondo esterno, con gli altri, con la storia.

Prada, la collezione per l’AI 26-27

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Miuccia Prada e Raf Simons, da Prada, riflettono su questo tema attraverso un atto di svestizione - tra Gira La Moda ed escavazione archeologica - mentre reimmaginano in fashion show con una trovata di certo facile, ma accattivante. La collezione è composta da soli quindici look stratificati - cesellati con cavillo bizantino nonostante le macchie, gli sbreghi e il pervasivo delabré - che passano quattro volte successive in passerella, ciascuna con un livello in meno: dal cappotto e sciarpa alle culotte, per sintetizzare.

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Il mutare delle pelli vestimentarie modifica potentemente la percezione delle singole personalità, in una escalation verso il fragile e il diretto che culmina nella lingerie dal sapore antico. Così strutturata, la prova ricapitola momenti salienti della storia del marchio, non per gusto di replica, ma, appunto, di affermazione identitaria. È una riflessione sul vestire e lo svestirsi, servita con poco necessari ma abbondanti lambiccamenti intellettuali che sono altrettanto definenti dell’identità pradiana.

Emporio Armani, la collezione per l’AI 26-27

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L’identità armaniana è per sempre legata al dialogo tra maschile e femminile, per come plasmato dell’indimenticabile Giorgio. Impossibile non relazionarsi con il suo lascito, così radicale e senza tempo. Eppure gli eredi stilistici Silvana Armani e Leo Dell’Orco, che da Emporio Armani lavorano in coppia e in modalità co-ed, riescono a rinfrescare e alleggerire la ricetta mentre giocano con il contrappunto tra regola e sua rottura.

Certo, Emporio Armani è un marchio contenitore nel quale molto è possibile, ma il gesto libero si avverte con chiarezza tanto più tonante quanto meno è di rottura. Basta alleggerire tutto, atteggiamento in primis, e il gioco è fatto, in un modo che convince.

Marni, la collezione per l’AI 26-27

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L’arrivo di Meryll Rogge da Marni è un ritorno alle origini, ossia al codice estetico definito da Consuelo Castiglioni, della quale Rogge si dichiara apertamente fan. La collezione riparte addirittura da abiti che, illo tempore, non avevano sfilato, in una palette cupa, e poi si dipana tra riferimenti d’archivio e abrasività metropolitana. È un esordio, questo, e come tale va giudicato, ma si avverte un sentire plumbeo, da peso sul cuore, che andrebbe alleggerito.

Max Mara, la collezione per l’AI 26-27

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In un momento in cui tutto va a ramengo, è singolare l’interesse che la moda rivolge alla storia remota. Il prospetto è certamente singolare da Max Mara, dove si guarda addirittura al medioevo, concentrando l’attenzione sulla figura di Matilde di Canossa. È un medioevo alla Max Mara, naturalmente: riportato nella dimensione del vestire reale e quotidiano, con echi insistenti di Romeo Gigli, che sul calare degli anni Ottanta iconizzò un look neomedievale/preraffaellita fatto di cappotto maxi e scarpe rasoterra. La collezione è una lunga variazione sul tema, in una palette terrosa, fangosa e molto perbene. I capi da mettere abbondano, ma la monotonia distrae.

Da Genny, Sara Cavazza Facchini pensa a storie frivole, immaginando un vago settecento di rouche e piccoli panier per donne edoniste ma non scosciate. Da Giada, il rigore di sempre si scalda, mentre gli orli si accorciano e le scollature sprofondano, dimostrando che il lavoro in sottrazione non necessariamente rima con allure monacale.

Etro, la collezione per l’AI 26-27

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La donna di Boss nella visione di Marco Falcioni veste da uomo, con tanto di cravatta, mentre da Etro Marco De Vincenzo muove in bilico. Da un lato c’è il desiderio di testare nuove strade - il tailoring al maschile, in questo senso, è una eccellente partenza - dall’altro l’accoglimento dei codici della maison, sempre uguali a se stessi pur nella infinita varietà e vitalità del decorativismo boho. Il risultato è un momento di stasi, che chiede un cambiamento di cui De Vincenzo è capace, a patto che anche il management veda il marchio con occhio fresco.

Da N°21, Alessandro Dell’Acqua pensa alla femminilità - e alle forme - degli anni 40, ma ci passa sopra con un salvifico rullo compressore, sgonfiando, torcendo, sporcando con un atteggiamento grunge mai violento. I pradismi sono evidenti, ma l’amore e la sapienza di Dell’Acqua nel far vestiti sono unici, profondamente personali, e questo fa la differenza.

MM6 Maison Margiela, infine, ha fatto della normalità abnorme un topos duraturo, se non proprio un tratto identitario, che questa stagione viene reiterato con rinnovata leggerezza invece che cupezza concettuale, sicché il risultato è fresco e convincente.

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