Sostenibilità

I giganti d’acqua hanno fame d’aria, dall’Italia alle Hawaii al Giappone

Professione: sentinelle del mare. Se c’è una possibilità perché gli oceani non si trasformino in una vasca surriscaldata senza vita, è in mano a ragazzi dai 5 ai 18 anni.

di Barbara Sgarzi

Uno scatto del fotografo Enzo Barracco dal suo reportage sulle isole Hawaii “The Blue on Fire, Hawai‘i”, presentato a Tokyo durante l’evento dedicato a Sea Beyond, progetto del gruppo Prada in partnership con la Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco. (ph Enzo Barracco)

7' di lettura

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Il mare ha fame d’aria. Il suo respiro, che ha nutrito per secoli la nostra immaginazione, è in pericolo. Prefigurare oggi il futuro dell’acqua che copre il 70 per cento della superficie terrestre restituisce l’immagine di una vasca surriscaldata, priva di ossigeno e di vita. Secondo l’Unesco, entro il 2100 oltre la metà delle specie marine potrebbe estinguersi e la temperatura dell’acqua, aumentata di quasi un grado rispetto al periodo preindustriale, continua a infrangere nuovi record. «L’oceano sta respirando a fatica e noi fatichiamo a renderci conto di quanto poco tempo abbiamo per agire», avverte Vidar Helgesen, direttore generale aggiunto dell’Unesco. Gli impatti si avvertono già nella vita lungo le coste e aumenta la pressione sulle megalopoli nate accanto alle onde – Buenos Aires, Giacarta, Lagos, Los Angeles, Miami, New York, Rio de Janeiro, Shanghai, Tokyo, per citarne alcune –, minacciate dall’innalzamento del livello dell’acqua e da mareggiate e tempeste sempre più violente. È il grido di allarme risuonato a Tokyo durante Sea Beyond, l’evento di Prada e Unesco per sensibilizzare e coinvolgere le giovani generazioni, quelle che più avrebbero da perdere allo scomparire di tanta bellezza vitale. È un progetto rivolto alle scuole, che dal 2019 ha raggiunto oltre 35mila ragazzi tra i 5 e i 18 anni in tutto il mondo, formando giovani sentinelle dei mari. Un dialogo tra scienza, arte e divulgazione che ha unito le parole e i dati di Francesca Santoro alle immagini di Enzo Barracco.

La luce entra a fiotti dalle finestre dell’Aoyama Epicenter di Tokyo, che sembrano grandi alveari. Il mare non è vicino, anche se siamo su un’isola, ma s’indovina nei riflessi dei vetri e si ritrova in tutta la sua forza negli scatti alle pareti. Barracco, dopo aver raccontato la bellezza a rischio di Antartide e Galapagos, è approdato alle Hawaii e le sue foto ci ricordano la fragilità dei giganti d’acqua, polmone azzurro della Terra. Che stiamo rischiando di soffocare.

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«HO BISOGNO DEL MARE PERCHÉ MI INSEGNA»

Francesca Santoro, senior programme officer della Commissione oceanografica intergovernativa Unesco e responsabile mondiale della Ocean Literacy

Le parole di Pablo Neruda sono diventate un mantra per Francesca Santoro. Per lei, il mare è una fonte di apprendimento costante, ma c’è qualcosa che va oltre: il desiderio di condividere ciò che ha imparato. Lo fa con un sorriso rassicurante e la voce calma di chi ha fatto della divulgazione una missione. «Con Ocean Literacy intendo l’abc della conoscenza dei mari», spiega. «Dovrebbe essere insegnata a tutti, dai bambini agli adulti, perché solo attraverso la consapevolezza possiamo agire. Noi lo facciamo partendo dal nostro futuro: i giovani, le scuole. È per questo che la partnership con Sea Beyond è così importante: ci consente di raggiungere i ragazzi attraverso le Scuole Blu, che partecipano al progetto e competono per il premio alla migliore idea di comunicazione sugli oceani». La sua passione per la scienza non nasce solo dall’interesse per il mare, ma da un amore per l’ambiente che ha radici nell’adolescenza. «Il mio liceo aveva un preside ambientalista ante litteram. Mi ha fatto capire quanto fosse importante prenderci cura del Pianeta». Per questo ha lasciato il mare della sua Puglia per trasferirsi a Venezia, dove ha scelto di studiare Scienze ambientali a Ca’ Foscari, rinunciando, lei figlia di una filosofa e di un medico, all’iniziale vocazione per la neuropsichiatria.

Votata inizialmente alla carriera accademica, l’ha interrotta quando è arrivata la chiamata dell’Unesco, anni dopo uno stage fatto quando era molto giovane e durante il quale, evidentemente, aveva lasciato il segno. Non ha avuto dubbi: ha scelto di lavorare in un’organizzazione dove sente di fare la differenza. Ampliando il più possibile il campo del suo intervento: «Non solo oceani: penso serva anche una “science literacy”, per tutti. La scienza va spiegata, raccontata, mai imposta. Si tratta di un dialogo continuo e le grandi scoperte arrivano per progressive approssimazioni. Occorre dare le nozioni affinché le persone compiano le scelte giuste», spiega. Anche attraverso l’esempio. Come quello ricevuto dal preside del suo liceo, che lei restituisce cercando, a sua volta, di coinvolgere sempre più giovani donne nel mondo della ricerca e delle Stem: «Credo nell’importanza dei role model. Le ragazze che studiano le “hard sciences” – matematica, fisica – sono ancora rare in Italia, forse anche perché hanno pochi modelli ai quali guardare. Io racconto la mia carriera cercando di ispirare, ma in modo onesto, mostrando anche gli aspetti più duri e difficili del fare ricerca». La collaborazione con Sea Beyond è un esempio tangibile di come la scienza possa essere trasmessa in modo innovativo. «Quello che funziona oggi è condividere le informazioni unendo arte e scienza, con il collante delle emozioni. L’arte non trasmette i dati scientifici in senso stretto, ma li reinterpreta, e spesso apre nuovi orizzonti di ricerca. Con Scuole Blu, abbiamo visto che le migliori idee sono venute proprio dall’interazione tra gli insegnanti di materie scientifiche e quelli delle discipline umanistiche».

La collaborazione con il gruppo Prada va oltre il concetto classico di mecenatismo e non si limita solo al finanziamento del progetto. «Ci hanno permesso di aprire un dialogo anche sui materiali che vengono utilizzati per produrre capi e accessori, il che ha contribuito ad ampliare le conoscenze stesse del brand su ciò che è ecologico e ciò che lo sembra solo». Una relazione di fiducia consolidata negli anni, che vede l’Italia in testa per numero di studenti coinvolti. Scuole Blu è iniziato nel 2019 e il prossimo bando sarà a settembre 2025. Guidati dagli insegnanti, i ragazzi si impegnano a creare progetti di comunicazione e divulgazione della bellezza e della fragilità degli oceani, senza vincoli se non quello della creatività. Dai board game in stile Trivial Pursuit ai contenuti video per i social media, gli studenti hanno messo la loro creatività al servizio di un network virtuoso. Sono loro i migliori ambasciatori del progetto: «I vincitori della seconda edizione, due quindicenni peruviani, hanno deciso di investire i soldi del premio per creare una loro Ong, Océanica. Oggi continuano a collaborare con Sea Beyond e organizzano raccolte fondi. Ci sono istituti che partecipano più volte: quest’anno una scuola cinese ha finalmente vinto, dopo che si era sempre qualificata al secondo posto!», conclude sorridendo.

«PER SCUOTERE LE COSCIENZE, CI VUOLE POESIA»

Enzo Barracco, fotografo nominato agli Emmy

I giganti d’acqua hanno sempre più fame d’aria, dall’Italia alle Hawaii al Giappone

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Il consiglio di Robert Capa – «se le tue foto non sono abbastanza buone, è perché non eri abbastanza vicino» – Enzo Barracco l’ha fatto suo. Persino troppo. Come quando, in Antartide, fotografava dal mare una parete di ghiaccio, cento metri di muro verticale. A un certo punto ha fermato tutto e ha detto al suo team “andiamocene!” appena in tempo prima che la parete collassasse su se stessa rischiando di investire il gommone. «Non so spiegare che cosa ho sentito, ma ho notato che gli albatros erano spariti, c’era un silenzio strano. È stato come ricevere un messaggio dalla natura. Con il crollo, si è alzata un’onda spaventosa e il pezzo di ghiaccio più piccolo che galleggiava intorno a noi aveva le dimensioni di un autobus!», ricorda. Il rumore dell’enorme iceberg che si frantumava, «il più forte che ho sentito in vita mia», ha dato il titolo al libro dedicato al continente di ghiaccio. Collaboratore storico di Sea Beyond, Barracco ha lasciato un lavoro nella moda, folgorato dalla figura dell’esploratore Ernest Shackleton, per poi tornare a collaborare con una maison del lusso come Prada, ma da un altro punto di vista. «Oggi il mio lavoro è focalizzato sugli oceani. Scelgo luoghi remoti, selvaggi, che raccontino la biodiversità. Anche per far comprendere quale tesoro perderemmo se li rovinassimo per sempre. Credo che ognuno di noi debba fare la sua parte per combattere il cambiamento climatico. Io lo faccio con la fotografia, perché non ha bisogno di traduzione e può essere compresa ovunque». Davanti a una foto scattata in Antartide, mi spiega: «Ho visto un iceberg che aveva perso la sua forma, stava ruotando perché si stava sciogliendo. Quello scatto, un blocco di ghiaccio che lotta per sopravvivere, non è solo una bella foto, ma una testimonianza. Perché per scuotere le persone servono la scienza e la comunicazione, ma anche la poesia».

Per Sea Beyond ha lavorato su Antartide e Galapagos, raccontando il fascino delicato, ma anche la forza degli ecosistemi marini. Il lavoro è diventato una mostra nell’headquarter newyorkese di Prada e ne sono nati due libri: The Noise of Ice, Antarctica e The Skin of Rock, Galapagos, per il quale ha ricevuto una nomination agli Emmy. Il terzo step, presentato a Tokyo, è dedicato alle Hawaii: una selezione di immagini e un nuovo libro, The Blue on Fire, Hawaii, con la prefazione di Lorenzo Bertelli.

Anche questa volta, non è mancato un episodio da brividi. La foto di copertina, onde grigioverdi in tempesta, spruzzi argentei, è stata scattata letteralmente dentro l’acqua. «Ero in spiaggia alle Hawaii, a North Shore, la zona dei surfisti per eccellenza. Ho iniziato ad avvicinarmi per scattare immagini dell’impact zone, il punto dove l’onda si richiude su se stessa: sono un freediver, ero certo di sapere quello che stavo facendo. Ma, non so come, mi sono ritrovato a nuotare verso il punto di impatto. Ho scattato sott’acqua, trascinato dai marosi enormi che mi hanno poi sbattuto sulla spiaggia. Dentro l’immagine, per davvero!». Il fotografo siciliano, che vive tra Londra e New York, racconta come nascono i suoi reportage: «Per prima cosa, scrivo. L’idea parte sempre dalla scrittura del progetto. Certo, si tratta di linee guida, non puoi fare programmi dettagliati con la natura. La moda può essere imprevedibile – e quando ci lavoravo, lo è stata – ma mai come gli ecosistemi naturali. Per questo cerco sempre di anticipare quello che potrebbe accadere, sapendo però che spesso sarà più grande di me e di ogni previsione», racconta. Viene spontaneo chiedergli come vive un fotografo di solidissime basi e metodologia di lavoro vecchio stile – prepara il viaggio, va sul posto di persona, fa i sopralluoghi, lo scatto arriva solo dopo giorni di preparazione – in un mondo sempre più dominato dalle intelligenze artificiali. «Non mi sento minacciato. L’IA è solo uno strumento, che peraltro io non utilizzo. Il mio lavoro è connettere un pubblico con la natura, nel modo più autentico possibile; se non vai sul posto, non riesci a trasmettere emozioni. Ho fatto una mostra a Ginevra con le foto sull’Antartide e una donna ha colto il senso di pericolo guardando la foto del muro di ghiaccio che sarebbe crollato di lì a poco. Se sei onesto quando scatti, la gente lo comprende. Questo non ha nulla a che vedere con l’intelligenza artificiale».

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