L’addio di Cingolani: «Nato difficile da smantellare, ma l’Europa si rafforzi»
di Celestina Dominelli
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Pace e buona finanza stanno insieme. Il report di Etica Sgr - società di gestione del risparmio del gruppo Banca Etica, in occasione del 25/o anniversario dalla fondazione – mette in correlazione due aspetti di cui si parla (e scrive poco): la finanza può contribuire in modo concreto alla tutela della pace. «Non come ideale astratto ma come responsabilità verso le persone e i popoli», viene fatto notare. Il problema è che negli ultimi anni l’esposizione dei fondi Esg europei verso i titoli della Difesa è più che raddoppiata.
Il rapporto (gli ultimi dati aggiornati sono del 2023) evidenzia come nel mondo ci siano oltre 50 conflitti attivi, 59 crisi interstatali e 78 Paesi coinvolti in dinamiche di instabilità oltre i propri confini, il sistema internazionale registra la maggiore espansione della violenza armata dal 1946 e – considerato quanto successo nell’ultimo biennio – i dati sembrano in aumento. Questo provoca riflessi nel mondo finanziario: nel 2024 la spesa militare globale ha toccato il record storico di 2.718 miliardi di dollari, con i soli Paesi europei della Nato che hanno superato i 454 miliardi (l’Italia ha raggiunto i 38 miliardi), in linea con il target del 2% del Pil promosso dall’Alleanza Atlantica.
Gli studi mostrano anche che investire nel settore militare non è una strategia economica efficace: ad esempio si stima che un miliardo di euro destinato alla Difesa generi appena 741 milioni di produzione aggiuntiva, mentre la stessa cifra investita in istruzione, sanità o ambiente può arrivare a produrre fino a 1,9 miliardi. La differenza è altrettanto marcata sul fronte occupazionale: circa 3.000 nuovi posti di lavoro creati dalla spesa militare contro un potenziale fino a 18.000 nell’economia civile.
L’ultimo biennio ci mostra un’instabilità geopolitica crescente. Questo produce, come conseguenza, un impatto molto negativo con la finanza sostenibile.
Secondo il report, l’esposizione dei fondi Esg europei verso i titoli della Difesa è più che raddoppiata: da 3,2 miliardi di euro nel 2022 a oltre 7,7 miliardi nel 2025. Nel rapporto si evidenzia che «i fondi Articolo 8 con più del 5% del portafoglio in società belliche sono triplicati, mentre solo una minoranza — 28% dei fondi Articolo 9 e 16% degli Articolo 8 — applica un’esclusione totale sulle armi nucleari. Aziende come Lockheed Martin, Rheinmetall e Bae Systems compaiono in centinaia di portafogli Esg, trainate anche dalla performance: nel 2024 il comparto difesa ha segnato +17% contro il -27% dell’indice delle rinnovabili. Questo incentiva i gestori di capitali a mantenere o aumentare l’esposizione, anche a costo di sacrificare la coerenza con i criteri etici o ambientali, e ad assumersi rischi reputazionali». Tutto ciò «indebolisce la credibilità degli investimenti sostenibili».