Investimenti & guerra

I fattori pro azioni petrolifere: ricostruzione, rotte e infrastrutture

Il settore dei servizi oil beneficerà della necessita di investire nell’industria del greggio. I titoli, nel frattempo, hanno corso molto

di Marzia Redaelli

 (Adobe Stock)

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La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato conseguenze anche in Borsa: è aumentata la percezione del rischio e ha riposizionato il settore petrolifero sotto una nuova luce. Lo shock energetico, infatti, sembra destinato a lasciare effetti di lungo periodo nelle priorità delle compagnie e, a cascata, in quelle degli investitori.

Oltre lo shock

L’Eia (Energia Internazionale per l’Energia) riporta che gli investimenti globali nell’energia saliranno a 3,4 trilioni di dollari nel 2026, dei quali 1,2 in petrolio, gas naturale e carbone. La gran parte delle risorse stanziate, invece, finanzierà le infrastrutture elettriche, quelle delle fonti rinnovabili, il nucleare. Sul comparto petrolifero, quindi, nel medio termine si prevede volatilità: da un lato la domanda di greggio e prodotti derivati resta elevata, dall’altro, le compagnie misurano gli investimenti per capire se la ristrettezza del mercato persista oltre lo shock dell’offerta abbastanza a lungo da giustificare nuovi grandi progetti, che richiedono anni e miliardi di dollari per essere realizzati.

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Dall’invasione russa in Ucraina, quando è suonato l’allarme sulla sudditanza energetica globale dalla Russia e dal Medio Oriente, anche i titoli delle società dei servizi petroliferi sono saliti sull’onda della domanda di forniture per cercare di superare la dipendenza dagli oligopolisti. Queste aziende forniscono tutto tranne il petrolio, dalla tecnologia, all’ingegneria, allo stoccaggio, richiesti per riempire il vuoto delle infrastrutture occidentali.

«Se la domanda di petrolio si dimostrasse più resiliente di quanto ipotizzato da molte previsioni attuali - afferma Maria Shkolnik, Investment specialist Oil & Gas, di Ubp -, anni di investimenti insufficienti potrebbero lasciare i mercati petroliferi sottoapprovvigionati più avanti nel decennio. Proprio mentre i governi e le società ricostituiscono le scorte e le riserve strategiche dopo i recenti shock».

I grandi Gruppi dei servizi petroliferi sono Slb, Halliburton, Baker Hughes, Technip Fmc. Dall’attacco Usa in Iran dello scorso 27 febbraio, però, hanno guadagnato bene anche l’italiana Rosetti Marino, la norvegesw Seadrill (ora registrata alle Bermuda), la canadese Ces Energy Solutions e la giappones Modec.

Le prospettive, secondo Shkolnik, rimangono comunque buone, perché la ricostruzione, il reindirizzamento e il ciclo di sostituzione delle riserve proseguono indipendentemente da ciò che accade sul piano diplomatico. Le armi tacciono, ma le squadre di costruzione no: «Per gli investitori pazienti, questo tipo di spesa pluriennale e non discrezionale rappresenta un fattore di supporto importante ai titoli del settore dei servizi petroliferi, che devono far fronte non a uno, ma a tre fattori di domanda che agiscono contemporaneamente, e ciascuno di essi, da solo, sarebbe sufficiente a tenerle occupate per anni».

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La ricostruzione

«Il primo fattore è la ricostruzione - spiega Shkolnik -, visto che il conflitto ha causato gravi danni alle infrastrutture energetiche in tutto il Golfo. Oleodotti, raffinerie, giacimenti di gas e terminali di esportazione sono stati colpiti, e rimetterli in funzione è un lavoro costoso e meticoloso che solo aziende di servizi specializzate sono in grado di svolgere. Perfino l’East–West Pipeline dell’Arabia Saudita, una delle poche alternative esistenti allo Stretto di Hormuz, è stato attaccato ad aprile, riducendo la capacità di trasporto di circa 700.000 barili al giorno. E quei danni non si riparano da soli».

Nuove rotte

Il secondo fattore è il reindirizzamento delle rotte, perché la crisi ha messo in luce in modo brutale quanto il mondo dipenda ancora da un unico e stretto passaggio marittimo. «Nell’aprile del 2026 - continua Shkolnik -, l’Arabia Saudita ha annunciato cinque nuovi corridoi logistici per il trasporto merci, ampliando i collegamenti terrestri verso i porti del Mar Rosso, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato congiuntamente una rotta alternativa allo Stretto di Hormuz, collegando i giacimenti petroliferi a un porto sul Golfo di Oman. La costruzione e il potenziamento di vie di esportazione alternative — oleodotti, terminali e impianti di stoccaggio — richiedono esattamente quel tipo di competenze ingegneristiche e capacità operative che le aziende di servizi per il settore petrolifero sono in grado di fornire».

Obiettivi di lungo termine

Il terzo fattore è il cambiamento strutturale di lungo periodo, in atto già da prima del conflitto per recuperare il ritardo accumulato dopo un decennio di investimenti insufficienti, quando i Governi di molti Paesi hanno rimesso la sicurezza energetica tra le priorità, per non essere alla mercé dell’Opec e in generale degli estrattori. «Le infrastrutture esistenti nella regione - conclude Shkolnik - consentono un parziale dirottamento dei flussi, ma non offrono alcuna ridondanza a livello di sistema, e risolvere questo problema richiederà anni di investimenti costanti».

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