Gestione Aziendale

I dilemmi di Novo Nordisk e quella linea sottile fra scienza e marketing

Il gruppo farmaceutico danese alle prese con una crisi strategica, tra sfide di mercato e cambiamento culturale nel settore farmaceutico

di Francesco Guidara*

Confezioni di Ozempic e Mounjaro, farmaci iniettabili a base di semaglutide e tirzepatide utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2 e prodotti da Novo Nordisk e Lilly, in una farmacia Rock Canyon a Provo, nello Utah (Stati Uniti), il 29 marzo 2023. REUTERS/George Frey/Foto d'archivio REUTERS

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Presentando i numeri 2026 alcune settimane fa, l’amministratore delegato Mike Doustdar l’ha definita come la necessità di una migliore “commercial execution” e l’abilità di raggiungere i clienti in “modi nuovi”. Una esortazione che nasconde in realtà qualcosa di più profondo: l’urgenza, per Novo Nordisk, di cambiare identità, non solo strategia, davanti alla sfida più difficile della sua storia recente.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il gruppo danese, e con lui una parte rilevante dell’industria farmaceutica europea, sta scoprendo quanto un farmaco bestseller possa sfuggire di mano diventando un fenomeno sociale prima ancora di essere un ottimo prodotto terapeutico. E quanto questo metta in discussione una cultura nata nella disciplina scientifica, nella prudenza regolatoria e nella relazione mediata con i medici.

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Novo Nordisk ha visto evaporare circa il 70% del proprio valore in Borsa dai picchi di metà 2024, schiacciata nella battaglia dell’obesità da Eli Lilly: più rapida, più aggressiva. I primi risultati 2026 hanno avviato un parziale recupero, per quanto il distacco dai massimi resti enorme e la sfida strategica intatta. In farmaceutica, come in molti altri settori, è il mercato americano che incorona - e remunera - i campioni globali, e Novo ha in casa due dei farmaci più potenti dell’ultimo trentennio, Ozempic e Wegovy, prodotti nati per diabete e obesità ma diventati presto qualcosa di diverso.

Lo ha riconosciuto lo stesso Doustdar: il fenomeno per cui un paziente racconta a un altro paziente di un “farmaco fantastico” e quest’ultimo va a procurarselo scavalcando, almeno in parte, l’indicazione medica, non era mai accaduto prima d’ora con queste proporzioni. È un terreno su cui la domanda di salute non nasce più soltanto nello studio del medico, dentro una catena ordinata di diagnosi, prescrizione e trattamento. Nasce nello scroll notturno, nella testimonianza di una celebrità, nella fotografia del prima e dopo, nell’algoritmo che porta la farmaceutica a competere nello stesso spazio mentale in cui si formano desideri, speranze e aspirazioni dei consumatori.

Eli Lilly si muove in questo terreno con naturalezza. Non perché abbia farmaci migliori, ma perché è abituata a una dinamica costruita in decenni di pubblicità farmaceutica diretta al consumatore, liberalizzata negli Stati Uniti nel 1997 e da allora capace di ridisegnare il rapporto tra paziente, medico e brand. Sa anche che il mercato dell’obesità non è soltanto terapeutico: intercetta megatrend che oggi sono diventati cruciali — la longevità, il self-management come forma di responsabilità individuale, il controllo dell’immagine come questione pubblica, il wellness-tech.

L’approccio al consumo di massa

È per questo che la nomina di Poul Weihrauch, amministratore delegato di Mars, come osservatore nel board di Novo Nordisk - annunciata all’assemblea generale di un paio di mesi fa, in vista di una nomina formale come membro nel 2027 - è un primo tentativo di risposta. È il segnale che il gruppo che ha costruito la propria reputazione su insulina, ricerca metabolica e rigore nordico ha deciso di farsi aiutare da chi viene dal consumo di massa. Il presidente Lars Rebien Sørensen lo ha detto con parole chiare: “Dobbiamo iniziare a vedere la nostra comunità più come clienti che come pazienti”. Una frase che cinque anni fa, in un consiglio di amministrazione di una pharma europea, sarebbe stata impronunciabile.

Novo Nordisk sperimenta su di sé ciò che molte aziende europee faticano ancora ad ammettere: nel nuovo healthcare la ricerca scientifica contribuisce, ma non esaurisce, il processo di formazione dell’offerta. Bisogna, oggi come mai, governare la domanda. Il mercato americano sa benissimo come raggiungere un consumatore, ridurre l’attrito all’acquisto, moltiplicare i canali. È evidente però che applicare questo approccio alla salute ha significato abbassare barriere di prudenza che non sono nate per caso, aumentando velocità, pressione commerciale e leggi del consumo.

I dilemmi di Novo Nordisk diventano così un laboratorio che coinvolge il management dei grandi player healthcare e le stesse autorità regolatorie, dall’EMA alla FDA, fino all’AIFA italiana. Anche loro chiamate a riscrivere una parte della grammatica del farmaco: capire dove consentire l’innovazione commerciale, dove accettare nuovi canali di relazione con i pazienti e dove invece tenere fermo il punto. Perché la domanda decisiva è una sola: qual è nel 2026 il confine non negoziabile tra scienza e marketing?

Qui l’Europa, paradossalmente, ha qualcosa da insegnare. Proprio il vincolo che oggi appare uno svantaggio competitivo - la mediazione, la prudenza regolatoria - è il deposito di una stratificazione storica che l’America non ha conosciuto. Quattro secoli in cui il rapporto tra cura, autorità e corpo è stato pensato come questione pubblica e non come transazione: dalle prime regolamentazioni sanitarie delle città-stato italiane fino al welfare novecentesco, passando per l’idea che la malattia non sia un evento privato del consumatore ma un fatto che riguarda la collettività. È una consapevolezza istituzionale che si è sedimentata nelle agenzie regolatorie, nel dettaglio dei foglietti illustrativi, nel ruolo del medico, nella diffidenza verso la pubblicità farmaceutica.

La partita che si apre nei prossimi anni è capire come Novo Nordisk e i grandi gruppi europei sapranno aggiornare il proprio modello commerciale tenendo fermo questo confine. Con un po’ di coraggio l’Europa potrebbe dire qualcosa di inatteso, trovando un nuovo modo di parlare al mercato e senza vendersi l’anima al reparto marketing.

*International Advisory Board GSOM Politecnico di Milano

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