Mercato in cambiamento

I dazi Ue contro le auto cinesi fanno crescere le fabbriche cinesi in Europa

L’intervento di Bruxelles datato 2024 ha portato il carico sulle BEV prodotte a Pechino a circa il 27% per BYD, al 28,8% per Geely e al 45,3% per SAIC. Nel frattempo il capitale del Dragone è entrato in nuovi siti. A Barcellona, valencia, Zaragoza, Galizia, Rennes, Ungheria e Turingia

Catena di montaggio di un sito automotive cinese (Reuters)

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L’Europa sta scoprendo che, mentre tassare un’automobile cinese è relativamente semplice, ridurre la dipendenza dall’industria che l’ha prodotta risulta assai più complesso. Dal 30 ottobre 2024, quando Bruxelles ha imposto i dazi compensativi — sommati al 10% ordinario — hanno portato il carico sulle BEV prodotte in Cina a circa il 27% per BYD, al 28,8% per Geely e al 45,3% per SAIC. Eppure, il risultato non è stato l’arretramento lineare dei costruttori cinesi, bensì il cambiamento della loro modalità di ingresso, che ha comportato meno dipendenza dalla vettura finita esportata dalla Cina e, al contempo, maggiore ricorso a joint venture, brownfield europei e capacità produttiva collocata direttamente dentro i mercati protetti. Di conseguenza, la questione industriale si è spostata dalla dogana alla proprietà della fabbrica, della batteria, del software e della piattaforma.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il dazio ha colpito l’origine della vettura

La prima conseguenza del regime europeo, che si misura nella divergenza tra origine del prodotto e nazionalità del costruttore, è emersa con chiarezza nei dati di mercato. La quota delle BEV «Made in China» nelle vendite europee di auto elettriche è scesa da circa il 22% del picco del 2024 a circa il 17% nel primo trimestre 2026; nello stesso periodo, tuttavia, i marchi cinesi hanno continuato a crescere, con BYD in forte espansione, mentre SAIC Motor ha sofferto maggiormente a causa del livello più elevato del dazio. Una parte della riduzione statistica della quota cinese deriva inoltre dal trasferimento fuori dalla Cina — da parte di gruppi occidentali come Tesla, BMW e Volvo — della produzione destinata all’Europa: sebbene il dato doganale migliori, ciò non comporta necessariamente una diminuzione della presenza competitiva cinese. Il dazio colpisce il veicolo completo importato dalla Cina, ma non produce lo stesso effetto su un’automobile assemblata nell’Unione europea, né su molte configurazioni PHEV, sui kit CKD e SKD o sulle batterie importate separatamente. Quando il costo del dazio, della logistica e del rischio politico supera il costo annualizzato di una fabbrica locale, l’impresa internalizza la produzione dentro il perimetro protetto. Il risultato è che la tradizionale statistica delle importazioni misura sempre meno ciò che interessa davvero alla politica industriale. Una BYD costruita a Szeged in Ungheria, pur essendo europea per origine doganale, può continuare a essere cinese per capitale, piattaforma, software e parte rilevante della batteria; al contrario, una vettura occidentale prodotta a Shanghai risulta cinese nelle statistiche di origine, pur appartenendo a capitale non cinese. Le due variabili devono ormai essere separate.

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La rete produttiva cinese all’estero diventa sistemica

L’International Energy Agency stima che, per il 2025, la capacità produttiva cinese ICE-EV fuori dalla Cina ammonti a circa 1,7 milioni di veicoli, contro circa 29 milioni all’interno del Paese. Sebbene il rapporto sia ancora nettamente sbilanciato verso il mercato domestico, il dato estero non rappresenta più una somma di progetti marginali, bensì descrive una rete produttiva che collega Sud-Est asiatico, America Latina, Europa, Asia centrale e altri mercati. Nel 2025 gli impianti BEV cinesi in Thailandia lavoravano intorno al 20% di utilizzo, mentre quelli indonesiani erano sotto il 15%. Questo è il punto che più spesso viene perso nel dibattito politico: se da un lato sommare le capacità annunciate genera un’impressione di invasione industriale immediata, dall’altro ignorare gli impianti perché ancora sottoutilizzati significa non vedere la capacità futura. Il portafoglio dei progetti mostra inoltre condizioni molto diverse. BYD ha Rayong operativa in Thailandia; Camaçari in Brasile utilizza l’ex sito Ford con una prima fase da 150.000 unità e un obiettivo futuro molto più elevato; Subang in Indonesia, inaugurata il 3 settembre 2026, presenta una capacità iniziale indicata in 150.000 unità; Szeged in Ungheria è entrata nella fase di avvio, anche se la produzione in serie è slittata verso la fine del 2026; Manisa, in Turchia, è stata messa in pausa; infine, il progetto autonomo di Tanjong Malim in Malaysia è stato abbandonato in favore di un modello CKD con partner locale. Parlare genericamente di “fabbriche cinesi all’estero” cancella dunque differenze decisive tra produzione effettiva, capacità nominale, investimento sospeso e semplice progetto.

Il cavallo di Troia industriale

In Europa l’espansione cinese assume una forma particolarmente efficiente perché spesso non richiede la costruzione di un impianto da zero. Barcellona ha riattivato l’ex sito Nissan attraverso la struttura Chery-Ebro; Valencia entra nella strategia Geely-Ford; Stellantis ha utilizzato Tychy e sta spostando la localizzazione Leapmotor verso Zaragoza; Rennes è stata indicata nel quadro della possibile cooperazione tra Stellantis e Dongfeng; in Galizia è stata prospettata una presenza SAIC nella parte finale del decennio. Per il Paese ospite il risultato può essere positivo, poiché, invece di perdere un sito, mantiene occupazione, fornitori e infrastrutture. Il prezzo industriale, tuttavia, dipende da ciò che viene trasferito insieme alla produzione: se arrivano soltanto componenti, batterie e sistemi elettronici progettati altrove, mentre l’impianto europeo esegue carrozzeria, verniciatura e montaggio finale, il territorio conserva attività manifatturiera ma non il controllo delle tecnologie più remunerative. È per questo che il vecchio dilemma «fabbrica aperta o fabbrica chiusa» non basta più. La domanda corretta è chi decide il modello da produrre, chi qualifica i fornitori, chi possiede il software, chi controlla gli aggiornamenti, chi produce le celle, dove viene progettato l’e-drive e a chi resta la rendita sull’intellectual property. Il punto più critico resta la batteria. Secondo l’IEA, nel 2025 la Cina controllava oltre l’80% della produzione mondiale di celle, circa l’85% dei materiali catodici attivi e oltre il 90% dei materiali anodici. Anche quando l’auto cambia passaporto produttivo, quindi, il nucleo industriale può restare largamente legato a una filiera cinese. Questa dipendenza non scompare automaticamente aprendo una gigafactory in Europa. Se l’impianto europeo appartiene a un gruppo cinese, utilizza tecnologie di processo cinesi e rimane dipendente da materiali catodici e anodici provenienti dalla stessa catena di fornitura, l’Europa guadagna occupazione, capacità produttiva e resilienza logistica, ma non necessariamente piena autonomia industriale. La geografia produttiva, infatti, cambia più rapidamente della proprietà della tecnologia.

Italia: il rischio è diventare un Paese di assemblaggio senza batteria

Per l’Italia il problema è più urgente perché, sebbene il sistema industriale mantenga competenze automobilistiche, meccaniche e di powertrain, ha perso una parte importante della traiettoria prevista sulle celle. Nel febbraio 2026 Stellantis ha confermato che Automotive Cells Company aveva avviato il processo per bloccare i progetti di gigafactory previsti in Italia e Germania, togliendo Termoli dal percorso industriale originariamente immaginato come terzo grande polo europeo ACC. Termoli conserva comunque una prospettiva produttiva sugli eDCT, con un obiettivo di 300.000 trasmissioni elettrificate l’anno, ma una trasmissione ibrida non sostituisce una base nazionale di celle per BEV. La differenza è sostanziale: l’Italia può rimanere competitiva nella meccanica evoluta e nell’ibridizzazione, mentre il segmento con maggiore crescita prospettica di valore industriale si concentra altrove. È proprio per questo che eventuali nuovi investimenti cinesi in Italia dovrebbero essere valutati non per il numero di veicoli assemblati, bensì per la profondità della localizzazione. Un impianto che importa celle, moduli, e-drive e software e utilizza in Italia soltanto carrozzeria, verniciatura e montaggio migliorerebbe produzione e occupazione, ma non colmerebbe il gap strategico.

Francia: il vantaggio è aver già spostato la battaglia dalle auto alle celle

La Francia parte da una posizione differente perché ha già localizzato una parte significativa della produzione di celle. L’impianto AESC di Douai realizza elettrodi, celle e moduli con una prima fase da circa 9 GWh, mentre la Commissione europea ha autorizzato 48 milioni di euro di aiuto pubblico francese per il progetto, associato a circa 1.000 posti di lavoro diretti. Questa struttura colloca Parigi un gradino più in alto rispetto a una politica concentrata esclusivamente sull’assemblaggio automobilistico. Sebbene la Francia non controlli automaticamente il capitale o l’intera chimica delle batterie, dispone sul proprio territorio di capacità produttiva che crea competenza industriale, personale specializzato e potenziale domanda per fornitori locali. Sul lato veicolo, il possibile coinvolgimento dello stabilimento Stellantis di Rennes nella localizzazione europea di modelli Dongfeng mostra però che anche la Francia si trova davanti allo stesso problema di governance: mantenere capacità produttiva nazionale è positivo, ma il beneficio di lungo periodo dipende da quanto engineering, software, batteria e procurement vengano realmente trasferiti. Parigi dispone quindi di un vantaggio rispetto all’Italia, poiché può negoziare la localizzazione cinese partendo da una struttura industriale che comprende già una base batterie e un forte ecosistema di progettazione automobilistica.

Germania: la forza manifatturiera non elimina la dipendenza tecnologica

La Germania rappresenta il caso più sofisticato perché, pur disponendo del più ampio ecosistema automobilistico europeo, di engineering avanzato e di un sistema di fornitori ad alta intensità tecnologica, una parte crescente della capacità batterie è legata a produttori asiatici. CATL ha localizzato produzione di celle in Turingia, dando alla Germania capacità reale di fabbricazione e know-how operativo, ma lasciando al gruppo cinese il controllo del capitale e della tecnologia proprietaria. La questione tedesca è quindi più complessa della semplice protezione delle case automobilistiche nazionali. Se i gruppi tedeschi continuano a mantenere software, engineering e integrazione di sistema ma dipendono da piattaforme batteria e materiali controllati altrove, la perdita di autonomia può avvenire senza una perdita immediata di produzione.

Il Regno Unito e l’uscita dall’Ue

Il Regno Unito dispone di una posizione peculiare perché, sebbene non sia soggetto allo stesso perimetro tariffario europeo, possiede un cluster consolidato intorno a Sunderland. AESC opera da anni nella produzione di batterie per Nissan e la seconda fase del progetto è associata a 15,8 GWh di capacità annua, oltre a più di 1.000 posti di lavoro, mentre Agratas aggiunge un secondo grande progetto collegato al gruppo Tata. Per Londra il vantaggio è la presenza di capacità produttiva reale sulle celle e una maggiore diversificazione degli investitori. Il limite è che entrambe le principali direttrici restano legate a capitale straniero, per cui la sovranità britannica è superiore a quella di un Paese privo di gigafactory, ma inferiore a quella di un ecosistema capace di controllare direttamente tecnologia, materiali, proprietà intellettuale e decisioni d’investimento. Il Regno Unito dovrà inoltre decidere nei prossimi anni se adottare una risposta più vicina al modello europeo, basato sulla gestione dell’accesso cinese, o a quello statunitense, molto più restrittivo.

Parallelamente, Bruxelles dovrà decidere se continuare a misurare la sicurezza industriale attraverso l’origine doganale o introdurre indicatori capaci di seguire nazionalità del marchio e del capitale, Paese di produzione, produttore delle celle, provenienza di catodi e anodi, utilizzo reale degli impianti, localizzazione del software e proprietà dell’IP. Il costo dell’inerzia non sarebbe necessariamente una deindustrializzazione immediata. Potrebbe essere un risultato più ambiguo e politicamente più difficile da riconoscere: fabbriche ancora aperte, occupazione ancora presente e produzione contabilizzata come europea, mentre batterie, piattaforme, software, standard tecnici e rendite industriali vengono progressivamente controllati fuori dall’Europa.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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