Statistica

I dati non sono neutrali: come le ricercatrici stanno cambiando il modo di leggere la società

Dalla statistica pubblica alla demografia, fino alla data visualization: studiose come Linda Laura Sabbadini e Chiara Saraceno mostrano come il modo in cui costruiamo i dati influenzi politiche e interpretazione dei fenomeni sociali

di Ilaria Potenza

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Per molto tempo i dati sono stati raccontati come se fossero neutri. Eppure, negli ultimi decenni, la ricerca sociale ha mostrato che anche i numeri nascono da scelte. Cosa misurare, come farlo, quali variabili includere e quali lasciare fuori: ogni dataset è il risultato di domande preliminari. E quando cambiano le domande, cambia anche il quadro che emerge.

Oggi la produzione statistica di genere è al centro di una trasformazione culturale con iniziative quali l’European gender data hub dell’European institute for gender equality, e con l’introduzione sistematica di indicatori disaggregati per sesso da parte di istituti come l’Istat. A dimostrazione ulteriore di come il modo in cui osserviamo le disuguaglianze si sta evolvendo, occorre anche citare lo strumento Valutazione di impatto generazionale introdotto in Italia lo scorso anno per chiedere alle istituzioni di misurare sistematicamente gli effetti sociali e ambientali delle leggi su diverse fasce della popolazione nel tempo, in particolare sulle giovani generazioni e sui gruppi vulnerabili. Una parte importante di questa trasformazione è guidata da statistiche, demografe, economiste e data journalist che stanno contribuendo a ridefinire il modo in cui osserviamo i fenomeni sociali ed economici. Non si tratta semplicemente di una maggiore presenza di professioniste nei centri di ricerca, ma di un cambiamento nello sguardo analitico. L’introduzione sistematica di indicatori di genere nella statistica pubblica, la rilettura dei dati demografici alla luce delle nuove forme familiari, la revisione delle metriche sul lavoro e sul welfare sono esempi concreti di come la prospettiva con cui si costruiscono i dati possa modificare la comprensione della realtà.

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I numeri delle donne e della violenza sulle donne

Una delle figure più influenti in questo processo è la statistica Linda Laura Sabbadini, che per molti anni ha diretto il Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat. Sabbadini è stata tra le principali promotrici dell’introduzione sistematica della prospettiva di genere nella statistica ufficiale italiana. Negli anni Novanta ha guidato la costruzione di indagini innovative su temi fino ad allora poco esplorati nelle statistiche pubbliche, come la violenza contro le donne, l’uso del tempo in un’ottica di genere e le trasformazioni delle famiglie. L’indagine Istat sulla violenza di genere, avviata nel 2006 e poi aggiornata negli anni successivi, è stata una delle prime in Europa a produrre dati comparabili su questo fenomeno. Grazie a queste rilevazioni è stato possibile stimare che circa il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Numeri che hanno avuto un impatto diretto sul dibattito pubblico e sulla costruzione di politiche di prevenzione e supporto alle vittime.

Sulla violenza di genere si concentra il lavoro della sociologa Giusy Muratore, all’Istat dal 1994 e che, praticamente da sempre, si occupa di violenza sulle donne, di raccogliere numeri e dati, di coordinare ricerche, di dare un senso a questa raccolta e di comprendere e spiegare un fenomeno drammatico che ancora non si riesce a scardinare. Nell’Istat è dirigente di ricerca e responsabile del gruppo di lavoro sullla violenza di genere. L’ultima importantissima indagine (la prima parte) è stata pubblicata in occasione del 25 novembre 2025, a distanza di undici anni dalla precedente, quella del 2014.

Il focus della demografia: il tema natalità al centro

Anche nel campo della demografia i dati stanno contribuendo a ridefinire il modo in cui interpretiamo le trasformazioni sociali. L’Italia è oggi uno dei paesi con il più basso tasso di fecondità al mondo. Nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso intorno a 1,20, uno dei valori più bassi mai registrati nel paese. Comprendere le ragioni di questo risultato richiede analisi che combinano dati economici, sociali e culturali. Tra le studiose che hanno contribuito maggiormente a questa rilettura c’è Chiara Saraceno, sociologa che per decenni ha utilizzato dati comparativi europei per analizzare le trasformazioni della famiglia, della povertà e delle politiche sociali. Le sue ricerche hanno mostrato come molti indicatori tradizionali non fossero più adeguati a descrivere la pluralità delle forme familiari contemporanee e come le politiche pubbliche dovessero adattarsi a una società sempre più diversificata.

Accanto a Saraceno si colloca il lavoro di una nuova generazione di demografe che utilizzano dataset internazionali e metodi quantitativi avanzati per interpretare le trasformazioni sociali. Alessandra Minello, ricercatrice all’Università di Padova e al Max Planck Institute for demographic research, ha studiato l’impatto della pandemia di Covid-19 sulle scelte riproduttive delle coppie europee. Attraverso indagini internazionali, Minello ha mostrato come l’incertezza economica e le difficoltà nella conciliazione tra lavoro e vita familiare abbiano contribuito al calo delle nascite osservato nel 2020 e nel 2021 in molti Paesi europei. Il suo lavoro ha evidenziato come dietro indicatori demografici apparentemente neutri si nascondano effetti sociali profondamente differenziati.

Sempre nel campo della demografia comparata si distingue Letizia Mencarini, professoressa all’Università Bocconi e tra le principali studiose europee dei comportamenti familiari e della fecondità. Mencarini ha mostrato, ad esempio, come la divisione del lavoro domestico all’interno delle coppie influenzi direttamente le decisioni di avere figli. Nei contesti in cui il lavoro familiare è distribuito in modo più equilibrato, la probabilità di avere un secondo figlio risulta significativamente più alta secondo diversi studi comparativi europei.

La terza età e l'economia del lavoro

Nel campo dell’economia del lavoro e dell’invecchiamento della popolazione si distingue invece Agar Brugiavini, economista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e tra le principali esperte europee di sistemi pensionistici. Brugiavini ha partecipato allo sviluppo del database internazionale Share (Survey of health, ageing and retirement in Europe), una delle principali indagini europee dedicate alle condizioni di vita della popolazione over cinquanta. In Europa le donne sopra i sessantacinque anni hanno in media pensioni inferiori di circa il trenta per cento rispetto agli uomini, una differenza legata a carriere lavorative più discontinue e salari mediamente più bassi durante la vita attiva. I dati Share hanno inoltre evidenziato che gli individui con livelli di istruzione più elevati vivono fino a sette anni in più in buona salute rispetto a quelli con istruzione bassa, sottolineando il forte legame tra condizioni socio-economiche, salute e qualità dell’invecchiamento.

L'importanza di saper raccontare i numeri

Accanto alle ricerche accademiche, negli ultimi anni è cresciuto anche il ruolo delle professioniste che lavorano nell’ambito della visualizzazione e della comunicazione dei dati. Tra queste spicca Giorgia Lupi, designer dell’informazione e cofondatrice dello studio internazionale Accurat. Il suo lavoro ha contribuito a ridefinire il modo in cui i dati vengono rappresentati visivamente, dimostrando che la visualizzazione non è soltanto un esercizio estetico ma uno strumento di interpretazione della realtà. Si pensi al suo progetto Dear Data, diventato anche un libro e realizzato insieme alla designer statunitense Stefanie Posavec. Per un anno si sono scambiate ogni settimana cartoline disegnate a mano che rappresentavano dati raccolti sulla propria vita quotidiana, dalle interazioni sociali alle emozioni o alle abitudini giornaliere. Il progetto ha dimostrato come anche piccoli dataset personali possano essere trasformati in narrazioni visive capaci di rendere i dati più umani, comprensibili e accessibili al pubblico.

Un contributo importante alla diffusione della cultura dei dati arriva anche dal lavoro di Donata Columbro, giornalista e data humanizer. Nei suoi lavori analizza femminicidi, migrazioni e disuguaglianze sociali, evidenziando l’importanza di osservare i dati nel tempo tramite le cosiddette “serie storiche”. Per esempio, in Italia nel 2025 sono state uccise 97 donne, contro 118 nel 2024 e 120 nel 2023, con la maggior parte dei casi che continuano a verificarsi in ambito familiare o affettivo. Senza confrontare questi dati con gli anni precedenti, il fenomeno può sembrare isolato, mentre le serie storiche mostrano che la violenza di genere è un fatto strutturale e persistente. Il lavoro di Columbro dimostra quindi come l’interpretazione dei dati, considerando andamenti nel tempo e contesto, possa correggere percezioni distorte, influenzare il dibattito pubblico e guidare politiche più consapevoli.

Nel campo della statistica metodologica emergono invece figure come Monica Pratesi, docente di statistica economica all’Università di Pisa e già presidentessa della Società italiana di statistica, che si è distinta per lo sviluppo di metodi statistici avanzati, in particolare le tecniche di Small Area Estimation, che permettono di stimare indicatori di povertà e condizioni di vita a livello territoriale molto dettagliato, come province o comuni. Questi modelli consentono di individuare con maggiore precisione le aree più vulnerabili e di orientare politiche pubbliche mirate. Sono stati utilizzati per mappare la distribuzione della povertà educativa e delle disuguaglianze territoriali in Italia.

Nel campo della medicina di genere emerge la figura di Flavia Franconi, farmacologa specializzata sull’analisi di dati clinici disaggregati per sesso, mostrando come farmaci e terapie possano avere effetti diversi su uomini e donne. Il suo lavoro ha evidenziato, ad esempio, come molte sperimentazioni cliniche tradizionali abbiano storicamente utilizzato campioni prevalentemente maschili, producendo lacune nella conoscenza degli effetti dei farmaci sulle donne.

Quello che emerge dall’insieme dei contributi di queste studiose è che non si tratta solo di aggiungere donne ai dati, ma di trasformare il modo in cui i dati stessi vengono concepiti e interpretati. Ogni dataset, ogni indicatore, ogni modello predittivo porta con sé ipotesi implicite sul mondo: ciò che si sceglie di misurare, come lo si misura e quali categorie vengono considerate determinano in modo decisivo le conclusioni che possiamo trarre. Le ricercatrici italiane citate hanno dimostrato che applicare una prospettiva più diversificata significa rendere visibili fenomeni che altrimenti resterebbero marginali. In questo senso, la presenza femminile nella produzione dei dati arricchisce l’intera narrazione scientifica. Non solo amplifica voci trascurate, ma cambia il modo stesso in cui la società decide. I dati, così ridefiniti, diventano strumenti di empowerment per l’intera comunità, perché rendono la realtà più equa e più aperta a soluzioni basate su evidenze concrete.

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