L’Iran rischia di diventare l’Alcatraz di Trump
di Giuliano Noci
3' di lettura
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Chi teme l’intelligenza artificiale, vedendola come una sorta di preludio a una mente robotica capace di soppiantare quella dell’uomo, dovrà ricredersi. Almeno per ora, l’Ai sta aiutando l’umanità a far progredire la scienza e, soprattutto, la medicina, con un ritmo mai visto prima d’ora. In questa direzione stanno lavorando, a Genova, i supercomputer di Leonardo e Iit, cioè, rispettivamente davinci-1 (capace di eseguire 5 milioni di miliardi di operazioni al secondo) e Franklin (1 milione di miliardi di operazioni al secondo).
«L’Ai - spiega Carlo Cavazzoni, head of digital infrastructures di Leonardo - è un software che ha bisogno di un hardware per replicare le facoltà cognitive dell’uomo: per farlo ci vuole una grande potenza di calcolo, senza la quale non si crea Ai generativa . Leonardo, nel 2020, con grande lungimiranza si è dotata di davinci-1, una delle prime macchine al mondo ad avere le stesse schede hardware che Microsoft avrebbe, poi, utilizzato per fare ChatGpt, quelle di Nvidia. Questo ci ha permesso di sviluppare, in modo indipendente, un’intelligenza artificiale sofisticatissima. Siamo stati i primi a partire e ora stiamo lavorando al potenziamento di davinci-1, per portarlo ad avere la possibilità di fare miliardi di miliardi di operazioni al secondo. Con l’obiettivo di sviluppare algoritmi indipendentemente dalle grandi major, per esigenze di riservatezza».
Intanto, però, davinci-1 lavora. «Qualche mese fa - prosegue Cavazzoni - è partito, tra gli altri, un progetto, chiamato Sinisa (come Mihajlovic), che ha l’obiettivo di studiare le malattie ematoncologiche e cardiovascolari. In questo ambito, l’intelligenza artificiale viene utilizzata per lo studio del genoma e per trovare i segnali precursori o individuare predisposizioni, rispetto a queste malattie. Nel progetto, davinci-1 supporta il processing dei dati genomici, che ha bisogno di grande capacità di calcolo, e lo sviluppo e l’addestramento di algoritmi di intelligenza artificiale creati ad hoc, su indicazione dei ricercatori, che incrociano i dati genomici anche con altri elementi della popolazione investigata, ad esempio lo stile di vita».
Sul versante Iit, l’intelligenza artificiale è usata, tra l’altro, per lo sviluppo di nuovi farmaci. Iama therapeutics è una start up dell’Istituto, nata dalle unità di ricerca coordinate da Laura Cancedda e Marco De Vivo, con l’obiettivo di portare sul mercato nuovi farmaci, per poter fornire trattamenti a pazienti affetti da patologie neurologiche, come alcune forme di autismo e di epilessia. Per scoprire nuovi farmaci, viene sfruttata l’intelligenza artificiale, utilizzata per generare, al computer, simulazioni delle molecole d’interesse. Partendo da queste simulazioni, si possono scoprire, o costruire, nuove possibili molecole farmacologiche, da testare, poi, in laboratorio e nei trial clinici. La startup, al momento, ha iniziato, «con ottimi risultati», dicono all’Iit, la prima fase prevista per i test clinici su esseri umani del candidato farmaco, che potrebbe ridurre il ritardo cognitivo in alcune forme di autismo.
Non solo la medicina, però è al centro dell’attenzione. Il team di Atomistic simulations coordinato da Michele Parrinello, ha utilizzato l’intelligenza artificiale e il supercomputer Franklin per facilitare la produzione di idrogeno dall’ammoniaca: ha scoperto il meccanismo di un catalizzatore che facilita la conversione, a una temperatura più basse di quelle consuete. Grazie a questo sistema, si punta a ridurre i problemi di distribuzione e stoccaggio dell’idrogeno, favorendo il suo trasporto sotto forma di ammoniaca.