Promossi i campus universitari come volano di rigenerazione dei quartieri soprattutto per sicurezza e verde urbano. Con l’Italia delle città universitarie che da nord a sud cambia pelle attorno ai suoi atenei, ora studenti, docenti ma anche chi vive attorno agli atenei che crescono guarda ai nuovi spazi come un benefit per cui sarebbe addirittura disposto a pagare. Non un paradosso ma il risultato di un’indagine svolta dal gruppo di studio di Sur-Lab dell’Università Bocconi nell’ambito del progetto MUSA.
Il modello europeo dei campus universitari è, in genere, molto diverso da quello americano. Se oltreoceano gli atenei sono per lo più un mondo a sé, attorno a cui in alcuni casi si sono sviluppate piccole cittadine, nel vecchio continente, al contrario, le università convivono e fanno parte del contesto urbano. Un processo che in Italia si era in gran parte arrestato, ma che ha ripreso slancio negli ultimi anni e sta crescendo ovunque dopo la crisi degli alloggi per i fuori sede, con l’esigenza degli studentati.
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I ricercatori del sur-Lab hanno provato a capire cosa ne nasce, cominciando da Milano, secondo polo universitario italiano dopo Roma, ma con gli effetti dei suoi atenei che si fanno sentire ormai in molti quartieri cittadini. Sono state raccolte 4000 interviste dentro e fuori cinque campus: Bocconi, Politecnico piazza Leonardo da Vinci, Bicocca e per la Statale sia la sede principale che al Mind. Chiedendo, di fatto, quali effetti si percepiscano, se i cittadini abbiano la stessa visione di studenti e docenti e quanto si sarebbe disposti a pagare per avere gli stessi benefici innescati dal rinnovamento del quartiere, un parametro economico che dice molto del peso che un servizio abbia.
«Le università si affermano come motori di innovazione e rigenerazione urbana, capaci di generare valore sociale – spiega Edoardo Croci, direttore Sur-Lab-. La ricerca mostra come i campus producano impatti concreti, misurabili e percepiti nelle dimensioni ambientale, sociale ed economica».
Cinque i parametri. A cominciare da un uso ricreativo e sportivo, miglioramento estetico dell'area, e, non da sottovalutare con i cambiamenti climatici in atto, riduzione delle temperature estive e del rischio di allagamenti. C’è poi un effetto Green energy transition indotto dai campus universitari ormai all’avanguardia sotto il profilo energetico: riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, taglio dei costi energetici nel lungo periodo e diminuzione di inquinanti e CO2. Il terzo parametro è la sustainable mobility, con la creazione di nuovi spazi pubblici, miglioramento della qualità dell'aria, riduzione degli incidenti e delle emissioni, vantaggi per la salute fisica e minore congestione del traffico. Anche questi vantaggi che piacciono a studenti ma anche ai residenti. Infine, l’Urban comfort & well-being, vale un aumento della sicurezza percepita, migliore gestione energetica e maggiore qualità e fruibilità degli spazi pubblici. Più riconosciuti da adulti, laureati e residenti prossimi ai campus.
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A spiccare su tutti sono due parametri: sicurezza e verde. Non solo gli studenti, ma gli abitanti dei quartieri apprezzano soprattutto la maggiore illuminazione e l’effetto sicurezza che ne deriva. Così come le aree verdi, sia per l’estetica che come antidoto al caldo. A completare il podio, ma lontano dagli altri due parametri c’è la creazione di aree pedonali. Resta molto indietro la valutazione energetica. Ad apprezzare di più i cambiamenti la comunità universitaria che li vive, ma anche chi abita entro i 500metri, i 35-54enni e chi ha un livello di istruzione più alto.
Tutti indicatori sul tavolo anche per altre realtà e decisioni da prendere. «Il valore generato trova riscontro nella percezione dei benefici, che riguarda la qualità degli spazi, la sicurezza, il benessere e la resilienza delle aree urbane – dice ancora Croci -. Analisi di questi effetti consente di riconoscere le università come attori strutturali dello sviluppo urbano e di offrire ai policy maker indicazioni per orientare interventi e strategie».
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