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I buyer: la guerra pesa sui mercati, ma la richiesta di made in Italy resta alta

Quasi 400 operatori internazionali, tra cui 264 buyer, selezionati e invitati da Agenzia Ice al salone del Mobile

di Giovanna Mancini

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Meno arrivi dai Paesi del Golfo, come era prevedibile, e anche da alcuni paesi asiatici, in particolare dall’India, a causa delle cancellazioni o dei rincari dei voli. In compenso, sono aumentati i visitatori dal Nord e dal Sud America, dalla Cina e dalla Corea e questo ha fatto sì che il Salone del Mobile si sia confermato la più internazionale delle manifestazioni fieristiche italiane.

I attesa dei numeri ufficiali della fiera, abbiamo a disposizione lo spaccato degli operatori selezionati e invitati al salone da Agenzia Ice, in collaborazione con il Salone: il programma di incoming ha portato a Milano 395 operatori, di cui 264 buyer provenienti dai principali mercati di interesse e 131 giornalisti da 35 Paesi.

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La guerra, con l’instabilità e i timori che ne conseguono, si sta facendo sentire ovunque, non solo in Medio Oriente: tutti - dall’Europa all’Oceania - parlano di un rallentamento del mercato e di una fase di sospensione, di attesa, eppure confermano l’interesse dei rispettivi mercati verso il design made in Italy, apprezzato soprattutto per la sua qualità, il suo stile e la capacità delle aziende italiane di rispondere alle esigenze di un settore ormai fondamentale in tutti i continenti, quello dei grandi progetti.

Che non si ferma nemmeno nei Paesi più vicini al conflitto, come ci racconta Riyas Cherukunnum, procurement manager di Absal John Paul, società di costruzioni di Riyadh che da 15-16 anni lavora con aziende italiane fornitrici di marmi, arredi e tutto quello che occorre per realizzare i progetti di maggiore pregio - appartamenti e hotel. «Compriamo mobili e materiali dai maggiori brand italiani per i progetti a 4-5 stelle, mentre per i progetti di livello medio ci rivolgiamo a fornitori locali», precisa. Ammette un po’ di rallentamento nel business a causa della guerra, ma senza particolari ripercussioni: «I progetti vanno avanti, abbiamo qualche ritardo nelle consegne ma non registriamo cancellazioni in Arabia Saudita».

Da Dubai arriva Dan Mounir, art director di Bravacasa Interior, studio di progettazione con 200 dipendenti, che prova a rassicurare le imprese sulla situazione nel suo Paese: «Ci sono problemi di logistica, nella spedizione delle merci, ma nessun progetto si è fermato, registriamo solo ritardi nelle consegne. Sono certo che supereremo questo momento e gli Emirati rimangono un ottimo mercato per le aziende italiane». L’architetto dà anche alcuni consigli: «Credo che sia opportuno aumentare i volumi di prodotti a magazzino, almeno per 2-3 mesi, per garantire la stabilità dei prezzi. Sarebbe un segnale importante per i clienti emiratini: far sentire che le aziende italiane sono dalla nostra parte e ci sostengono».

Tra i mercati ritenuti strategici dall’Ice e dalla farnesina nel Piano per l’export c’è l’Africa: dak Ghana arriva Augustine Lawrence Owusu-Ansah, architetto e partner dello studio Tetteh&Associates di Accra. «C’è già un buon numero di brand italiani che fa business nel nostro Paese - spiega -. Lavoriamo soprattutto nell’ambito dei grandi progetti, in particolare alberghi, spazi commerciali e residenze private». Gli effetti della guerra si vedono già in Ghana, soprattutto in termini inflattivi in seguito all’aumento dei prezzi del carburante. «Anche per quanto riguarda i progetti che seguiamo, le spese di spedizione e quelle delle assicurazioni, sono già cresciute enormemente», aggiunge. Certo, i clienti che tipicamente acquistano made in Italy sono in genere altospendenti, ma il Paese arriva già da una crisi valutaria che ha ridotto il potere d’acquisto e la nuova crisi ai aggiunge dunque alla precedente.

Il tema dei costi di spedizione interessa ancora di più i mercati lontani, come la Nuova Zelanda, da dove arriva Kristina Storey, manager di Wolf&South, rivenditore che lavora con architetti e interior designer soprattutto per ville e residenze private di alto livello e qualche spazio commerciale. «Lavoriamo già con due brand italiani - racconta -. In Nuova Zelanda i marchi europei, e in particolare italiani sono molto apprezzati per la qualità e lo stile e sono disposti a spendere di più per avere questi prodotti perché c’è un’ottima comprensione del loro valore. È considerato un investimento».

Meno preoccupato per gli effetti della guerra si dice Meriem Youssoufi, architetto e ceo dello studio Design&Deco di Tashkent, in Uzbekistan. «Realizziamo edifici, hotel, business center, ville private, università e scuole, uffici e sedi di rappresentanza di politici e parlamentari... È una grande azienda, abbiamo sette showroom e lavoriamo da anni con diversi brand italiani dell’arredo di lusso», spiega. Al Salone cerca contatti soprattutto con aziende del classico, lo stile che ha maggiore domanda nel suo Paese e, più in generale, nei mercati dell’Asia centrale, dove si trova una clientela con levata capacità di spesa, che non risente ora degli effetti della guerra.

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