Playlist 2026

I brani da ascoltare almeno una volta nella vita secondo Venerus e Rbsn

Due artisti italiani tracciano una guida di nomi da scoprire o riscoprire. Tra underground, pop e tributi ai classici, in un filo diretto tra passato e presente.

di Cristiana Gattoni

L’artista AndreaVenerus, conosciuto come Venerus. ©Pasquale Rosa

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Quando ci si impegna a selezionare il talento altrui – che è il lavoro che fanno i galleristi, i deejay, i librai, eccetera – è essenziale una personalizzazione forte della scelta e una qualche fiducia e condivisione tra chi sceglie e chi riceve la scelta», scrive Luca Sofri nel suo nuovo libro Playlist (Altrecose, 2025). Nell’era in cui tutta la musica è disponibile ovunque e in ogni momento, la playlist è diventata il nostro principale strumento di orientamento: una forma di racconto personale che convive, non senza attriti, con le logiche dell’algoritmo. Ma cosa succede quando a scegliere sono coloro che la musica la scrivono e la abitano ogni giorno? Per capire quali suoni potrebbero accompagnarci lungo questo 2026 appena iniziato, abbiamo chiesto a due artisti italiani dalla sensibilità e dai profili diversi – Venerus e Rbsn – di costruire una loro personale playlist, capace di parlare a chi ascolta con curiosità, attenzione e gusto.

«Ho messo insieme una selezione di artisti che in qualche modo, per me, influenzano il sound internazionale, dall’alto e dal basso», ci spiega Venerus. Nato a Milano nel 1992 e formatosi musicalmente a Londra, Andrea Venerus è uno degli autori più riconoscibili della scena italiana contemporanea. Nel tempo, ha fatto dell’esplorazione dei territori meno battuti una cifra costante del suo lavoro, costruendo un linguaggio che si muove per stratificazioni, aperture e contaminazioni. Dopo Magica Musica (2021) e Il Segreto (2023), sul finire del 2025 ha inaugurato un nuovo capitolo con Speriamo, album che amplia ulteriormente il suo orizzonte espressivo e che sarà al centro del tour nei club, in partenza in primavera. Questa attitudine si esprime anche nel suo rapporto con la moda: «Mi piace cominciare con la mia immagine, con le cose che ci appoggio sopra. Mi piace trovare modi di indossare le cose per far sì che si aprano nuovi punti di vista, linguaggi. Amo il vintage, dare nuova vita a oggetti che hanno già avuto una storia con altre persone, e cercare cose che potenzialmente ho solo io, oppure dialogare con designer per realizzare pezzi unici per i miei concerti. Con Francesco Risso ho realizzato dei capi molto speciali quando era direttore creativo di Marni, e ora li conservo preziosamente nel mio studio a Milano», racconta. La playlist pensata da Venerus è un percorso che si muove tra pop contemporaneo, territori underground e riferimenti più personali. La prima che cita è la star spagnola Rosalía, con il brano Mio Cristo Piange Diamanti, dal suo ultimo album Lux (2025): «In questo periodo storico è l’artista che sta spingendo più in là la barriera del concetto di pop e mainstream, con un percorso veramente rivoluzionario, originale e sperimentale». Ci spostiamo in Inghilterra con Mind Loaded di Blood Orange (feat. Caroline Polachek), autore che «ha educato il pubblico a una sensibilità leggera, ma contemplativa» e poi in Norvegia con Easy di Smerz: «Un duo che rappresenta un’ondata underground molto viva del panorama contemporaneo. Con l’ultimo disco, hanno trovato una dimora più grunge, post punk. Energia femminile molto raw, elegante e minimalista». Da Baltimora arriva invece Nourished By Time con la sua Baby Baby, tratta da The Passionate Ones (2025), album che Venerus definisce «maturo e completo, personale, ma contestualizzato a un panorama sonoro che ha viaggiato nel tempo». Lo sguardo si sposta poi verso la dimensione strumentale dell’arpista Nala Sinephro (Continuum 1), interprete di uno spiritual jazz riletto in modo molto contemporaneo. Tutt’altra musica con DtMF del rapper portoricano Bad Bunny: «Sono felice che un artista di punta nel panorama latino si sia espresso con questa morbidezza e libertà nel suo ultimo album: è musica positiva che accoglie l’ascoltatore e gli dà speranza». Con Flimsier del britannico King Krule, la playlist si fa più viscerale: «Pura personalità, nei paesaggi sonori, nella delivery, e specialmente nei live» e prosegue con Song of the Lake dell’adorato Nick Cave, «un fiume in piena di emozione, di sangue, di vita, di energia». Tra i riferimenti più personali cita Sentire, brano realizzato da Venerus insieme ad Angelina Mango, «un’artista con un’energia speciale», e Melo di Marco Castello, «un fratello, un artista e un musicista unico. La musica gli scorre dentro, e per fortuna lui è capace di farla uscire pubblicando canzoni libere e speciali».

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Il cantautore e polistrumentista siciliano Marco Castello è tra i protagonisti anche della selezione di Rbsn, questa volta con il brano Editto dal Sottoscoglio: «Marco è una sorta di mediatore culturale, capace di rendere universale un immaginario profondamente italiano», ci spiega. È l’unica sovrapposizione, se così si può dire: la seconda playlist si muove infatti in direzioni diverse, ma altrettanto stimolanti.

Allo specchio, Rbsn, nome d’arte di Alessandro Rebesani. ©Federico Zanghì

Classe 1996, romano, formazione tra conservatorio jazz e scena inglese, Rbsn – nome d’arte di Alessandro Rebesani – è uno dei producer italiani più attenti a un’idea di musica come linguaggio aperto e in continua trasformazione. Dopo Stranger Days (2022), a novembre 2025 ha pubblicato Here, album che amplia il suo universo sonoro mescolando folk, rock, elettronica e suggestioni psichedeliche, confermando una vocazione internazionale (canta in inglese). Come per Venerus, la moda è parte integrante del processo creativo di Rbsn: «È il collante tra ciò che vuoi essere e ciò che sei», racconta, parlando di un rapporto intimo e individuale con i capi che indossa. Per Stranger Days ha collaborato con la giovane designer MANI (Lorena Tiberi), mentre per la cover di Here con il fotografo di moda Edoardo Cafasso; tra i capi a cui è più legato cita un paio di Tricker’s by Junya Watanabe dei primi anni Duemila. Così la sua playlist riflette questa stessa inclinazione: vicino a nomi della scena contemporanea, Rbsn invita a recuperare alcuni brani storici, tracciando una linea diretta tra passato e presente. Accanto a Castello, compare il cantautore torinese Andrea Laszlo De Simone con Immensità, dall’omonimo EP del 2020: «È l’unico artista che mi ha fatto pensare che l’italiano possa essere ancora una lingua di ricerca poetica. Andrea (che ha recentemente pubblicato il nuovo disco Una Lunghissima Ombra, ndr) è un artista senza tempo dall’eleganza ineguagliabile. Ho imparato molto da lui, principalmente come preservare il proprio percorso artistico». Tra i pezzi più recenti spicca Are You Looking Up di Mk.gee, cantautore americano, che ha anche creato la colonna sonora della sfilata Autunno/Inverno 2024 di Jil Sander: «Tecnicamente è fortissimo. Ha un modo di scrivere e registrare la sua musica che, per quanto mi riguarda, ha creato un prima e un dopo». Si cambia completamente rotta con Spectacle of Ritual di Kali Malone, compositrice e organista nata a Denver e stabilitasi a Stoccolma (il 4 febbraio si esibirà nella Chiesa di S. Maria Annunciata in Chiesa Rossa, a Milano, per una performance curata da Fondazione Prada): «Un brano che dura quasi dieci minuti, sicuramente non convenzionale, una delle composizioni più potenti che abbia mai sentito». La selezione guarda poi consapevolmente indietro, verso coloro «che sapevano cosa volevano dalla musica e scavavano per andare a prenderselo»: It’s alright, Ma di Bob Dylan, «uno dei suoi brani meno quotati, ma più sorprendenti», poi The Root del pioniere del neo-soul D’Angelo (recentemente scomparso) tratto dal disco Voodoo (2000), fino a Third Stone from the Sun di Jimi Hendrix («Un pezzo che ogni chitarrista deve sapere, espressione psichedelica di quegli anni quasi al confine col jazz») e In Time di Sly & The Family Stone. Chiude Work Song di Hozier, brano della sua adolescenza che gli ha insegnato «come usare la voce». Una canzone di Rbsn? «The Bear, da Here: un pezzo che guarda al soul e al gospel e che riassume il mio modo di intendere la musica come una vocazione, fatta di scelte nette e di identità non compromesse».

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