I brand si scoprono imperfetti tra disservizi, disagi e restrizioni
Scaffali vuoti, negozi chiusi, aerei fermi negli hangar: da McDonald’s ai fazzoletti Tempo, la narrazione dell’errore per entrare in sintonia con i pubblici
di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano
6' di lettura
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L’hanno battezzata “missione french fries”. Pochi giorni fa tre Boeing 747 della compagnia americana Flexport sono partiti carichi di patate per salvare i McDonald’s in Giappone colpiti dalla carenza di patatine fritte. Una crisi causata della brusca interruzione della catena di approvvigionamento nel mondo dovuta al covid. Le immagini circolate sui social hanno mostrato le lunghe file fuori dai fast food di Tokyo e gli assembramenti per accaparrarsi le ultime porzioni di patate medie e grandi. Ma il problema non ha riguardato solo i Paesi orientali. A New York l’iconico ristorante di hamburger J.G. Melon ha scritto su Instagram che suo malgrado avrebbe bloccato la vendita delle sue leggendarie patatine.
Scaffali vuoti e logistica in panne
È solo l’ultima delle piroette dei mercati in questo inverno imprevedibile: scaffali vuoti per mancanza di consegne, logistica in panne, aerei negli hangar per assenza di personale, negozi con le saracinesche abbassate in attesa della bonifica degli spazi. Una corsa ad ostacoli a causa del dilagare della pandemia e un’ammissione di imperfezione come nuova espressione di autenticità. Qualcosa che in passato nessuno avrebbe immaginato.
Imperfezione uguale autenticità
«In questi tempi fragili, segnati da restrizioni e disservizi legati a chiusure improvvise per impreviste quarantene, la promessa della perfezione è una chimera. Così i brand migliori decidono di giocare la carta dell’imperfezione», ha scritto Forbes. Un messaggio ripreso anche dal guru del marketing Seth Godin nel suo seguitissimo blog: «Oggi le organizzazioni guadagnano la fiducia venendoci in aiuto nei momenti più difficili. Non sono realtà perfette, ma il modo in cui fanno i conti con l’imperfezione è proprio la ragione per cui ci fidiamo di loro. Anche perché si scopre che gli angoli acuti, i bordi irregolari e le corrispondenze imperfette fanno funzionare le cose meglio, rendendole più umane».
D’altronde “siamo tutti semplicemente umani, eppure ogni tanto ci dimentichiamo cosa significa e ci fissiamo con qualcosa che di umano non ha niente, ossia la perfezione”. Così Tempo, lo storico brand tedesco di fazzoletti appartenente al colosso svedese SCA, ha lanciato una campagna multi-soggetto sull’imperfezione.
Il tramonto del brand eroico
«Siamo cresciuti anche in Italia nella convinzione che un’organizzazione dovesse essere sempre e per forza positiva, solare e quindi perfetta. Oggi invece nell’età delle grandi transizioni ci rendiamo conto che ciò che serve è la necessità di essere autentici e credibili per una marca-prodotto. L’autenticità va guadagnata e non basta più proclamare la propria bravura, qualità, efficacia. Per questo oggi non crediamo a marche che si descrivono come risolutive e disapproviamo i leader di mercato trionfali. Ci fa un po’ tristezza vedere il “wow” a tutti i costi. Se prima era la soluzione ad attrarci con l’eroe vittorioso, ora è il problema a motivarci, con l’eroe o l’eroina che falliscono, esitano, soffrono. È cambiata l’epica d’impresa: dove la condivisione del problema diventa più importante della soluzione. È l’errore, il difetto, l’imperfezione, l’afflizione, il nuovo sistema di relazione tra pubblici e brand. Tutto questo non per esaltare un marketing della sfortuna, quanto piuttosto per elaborare un marketing esistenziale e coraggioso», afferma Andrea Fontana, sociologo della comunicazione e presidente di Storyfactory, in libreria con “Storytelling d’impresa” per Hoepli e “Ballando con l’Apocalisse” per Roi Edizioni.








