Protagonisti

Housing sociale, una sfida che chiama in causa pubblico e privato

Tra i temi del dibattito sulle abitazioni accessibili, anche il crescente coinvolgimento delle imprese

di Margherita Ceci

Milan aerial panoramic view. Milan is a capital of Lombardy and the second most populous city in Italy.

4' di lettura

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Fiducia, allineamento tra i vari soggetti, solidarietà, accompagnamento all’abitare, cooperazione, impegno: sono le parole chiave su cui dovrà basarsi non solo l’housing sociale, ma anche e soprattutto le politiche cittadine. Perché una città che non riesce a trattenere i giovani e il ceto medio, si deteriora. È quanto emerso durante il dibattito No Need to Leave: affordable Milano, all’interno del festival festival internazionale di city making Utopian hours, in cui Lombardini 22 ha lanciato una riflessione sulle nuove politiche abitative e le sfide che devono affrontare le città.

Prendendo Milano, nel 2025 chi ci vive spende più del 40% del suo stipendio in affitto o mutuo. Una spesa non sostenibile per studenti e giovani lavoratori, due categorie attratte dalla città, ma impossibilitate a rimanere per gli alti costi abitativi. «Lasciare scoperta tutta una fetta di mercato causa, in prospettiva, problemi di carattere economico - così è intervenuto Juri Franzosi, direttore generale di Lombardini 22 -. Quello che abbiamo fatto noi è partire dal bisogno di questa fetta di mercato e andare a ritroso, capendo cosa si può fare e cosa no. Mancano i fondi pubblici, la ricchezza è nelle mani dei privati, ed è questa ricchezza che dobbiamo attivare».

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«La parola chiave - ha proseguito - è fiducia. Un sistema produttivo frazionato fatica a lavorare insieme e costruire un modello nuovo. Non credo che avremo condizioni di finanza pubblica e di mercato che ci consentiranno di superare il disagio abitativo, come invece succede all’estero: significa che dobbiamo trovare una formula italiana».

Il punto è cambiare mentalità: una casa pensata non per essere l’abitazione per la vita, ma un luogo di passaggio, che consenta a chi ci vive di crescere e stabilisrsi. «Il prodotto che dobbiamo fare è una casa “che ti permette di”, che sia quindi temporanea. In questo modo riusciamo a connettere il patrimonio unitilizzato con le esigenze abitative, ma per farlo dobbiamo creare un modello che sia in grado di attrarre investimenti privati, con volumi di capitale significativo».

Un modo di agire è la collaborazione con le imprese. Intercettare quelle aziende che faticano a trovare giovani lavoratori proprio per gli alti costi abitativi che quest’ultimi dovrebbero sostenere. È quello per esempio che sta cercando di fare Nhood, società di soluzioni immobiliari che sta portando avanti il progetto di riqualificazione urbana dello scalo ferroviario Ravone-Prati a Bologna. «Oltre a lavorare con banche e cooperative, abbiamo coinvolto anche Confindustria - ha spiegato Carlo Masseroli, manager della società -. La proposta che abbiamo fatto alle imprese è di comprare gli alloggi a 3.800 euro al mq, per poi usarli come strumento di welfare per trovare sistemazione ai propri lavoratori e attrarre talenti. In questo modo si innesta un meccanismo di attivazione dei capitali privati».

L’ostacolo però rimane sempre il rapporto pubblico-privato. Ai costi dell’area bisogna aggiungere i costi di costruzione, saliti non di poco dopo il Covid, e gli oneri di urbanizzazione. Senza contare il tempo che può intercorrere per le autorizzazioni, che può bloccare i capitali per 6-7 anni. «Se l’investitore è accogliente mi fa vendere gli appartamenti a 4mila euro al mq - prosegue Masseroli -. Significa mille euro al mese di canone, che non è sostenibile con un primo stipendio di un neolaureato. La parola chiave è allineamento, che deve essere fatto sia tra i soggetti pubblici che privati».

All’estero, virtuoso è il caso di Parigi. Tra i tanti progetti, l’esempio di Clichy-Batignolles spicca come esperimento riuscito: 145 case sociali in centro città, con un progetto largamente perimetrato dall’amministrazione cittadina e grandi spazi pubblici. «Questi interventi all’estero funzionano ancora molto bene, nonostante gli aumenti dei costi edili, perché ci sono finanziamenti a fondo perduto e prestiti a tassi molto bassi - ha detto Giordana Ferri, direttrice esecutiva della Fondazione Housing Sociale -. Inoltre, la contrapposizione pubblico-privato non esiste, tutto viene realizzato in grande collaborazione con il Comune. Nello stesso intervento si fanno appartamenti in vendita a prezzi alti e appartamenti sociali. Cosa che noi facciamo fatica a fare, anche perché in Italia c’è molta diffidenza nei confronti del privato. Milano in questo senso ha fatto un passo avanti, ma bisogna ancora pensare a vie preferenziali che facilitino l’iter approvativo, perché se un progetto impiega sei anni per essere realizzato disincentiva gli investitori. Serve approfondire, avere la forza di lavorare davvero sulle idee, far sì che non siano solo slogan».

Oltre alla carenza di case accessibili, un altro fenomeno che si sta allargando nelle città è quello della gentrificazione, che allontana il ceto medio. «È un peccato, perché la città perde il mix di classi sociali. Per fare degli interventi che funzionino però serve una regia pubblica forte: devono essere scelte strategiche del Comune. La parola chiave è cooperazione tra i vari soggetti», ha spiegato Andrea De Maio, head of development management di Investire Sgr.

Ma la spinta è anche sociale, oltre che immobiliare: Homes4All, società Benefit nata a inizio 2020 che punta a intervenire sul tema del disagio abitativo. «Ad oggi abbiamo 170 soci, con quote da 500 euro in su (il diritto di voto è per chi detiene quote sopra i 50mila) - ha raccontato il presidente Giorgio Mosci -. Per noi la parola chiave è solidarietà: quello che facciamo è anche accompagnare le famiglie nel trovare una soluzione».

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