Hotel, cresce il successo dello «stay&dine»
L’offerta di una stanza d’hotel a chi accetta di cenare nei ristoranti degli alberghi è una formula che si diffonde e che consente di recuperare un po’ di cassa, limitando i danni della pandemia
di Laura Dominici
4' di lettura
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Dai Covid hotel al lancio di soluzioni “stay & dine”, gli albergatori escogitano nuove formule di ospitalità che consentano di recuperare un po' di cassa e limitare i danni della pandemia.
Da un lato un supporto alla sanità, dall’altro un’esperienza da far vivere ad un ospite di prossimità: sono le due facce di un mondo che si adatta ai tempi.
Tra le tante proposte lanciate in queste ultime settimane, il Grand Hotel Palace di Ancona, che con il Wine Not? continua ad offrire il servizio di ristorazione agli ospiti dell’albergo e lancia la formula weekend, che include pernottamento e cena, dal venerdì alla domenica, a un prezzo speciale. L’hotel offre anche la possibilità di asporto del piatto cult.
Sulla stessa linea d’onda il pacchetto “Easy” del ristorante Antica Cantina Forentum, punto di riferimento per la tradizione gastronomica lucana nel centro storico di Lavello, che dà la possibilità di cenare e pernottare in una delle suite del suo albergo diffuso. Starhotels ha invece lanciato lo slogan “Fermati a cena da noi”, mentre per una fuga romantica a Firenze il Brunelleschi Hotel offre il pernottamento a chi prenota una cena stellata.
La crudezza dei numeri
Gli sforzi non devono però offuscare la visuale e i numeri dimostrano che il settore è in estremo affanno. Nei primi 10 giorni di novembre 2020 l'analisi della società di consulenza Str ha rilevato che su un campione di 139 hotel monitorati sul mercato di Milano hanno trasmesso i dati 82 strutture. «In altre parole – spiega Marco Malacrida, direttore Italia di Str – su un campione di 19.372 camere risultano attive nel periodo 9.884 camere; il tasso di occupazione delle strutture attive è stato mediamente del 10,8% contro l'83,2% dello stesso periodo 2019. Se si include la disponibilità delle strutture non attive, l'occupazione effettiva è del 5,5%, con una variazione percentuale rispetto all'anno precedente di -93,3%».
I ricavi relativi alla vendita delle camere, al netto di colazione e tasse, non lasciano spazio ad eventuali speranze: «Sono stati pari a 1,06 milioni di euro – spiega l’analisi – contro i 24,65 milioni dello stesso periodo del 2019, corrispondenti ad una variazione di -95,7%».
Conferma il quadro di chiusure l’analisi di Federalberghi. «Molti hotel sono chiusi da marzo ed altri, che tra giugno e settembre avevano riaperto, lanciando il cuore oltre l'ostacolo, sono stati costretti a chiudere nuovamente – avverte il presidente Bernabò Bocca –. La situazione purtroppo sta velocemente tornando ai tempi del lockdown primaverile, quando – pur in assenza di un obbligo di legge – la stragrande maggioranza degli alberghi fu costretta a chiudere».
Stefano Bonini, senior partner di Trademark Italia, aggiunge: «A chiudere sono soprattutto gli alberghi senza ristorante e ubicati nelle città d’arte e d’affari».Sull’operazione stay & dine il presidente degli albergatori precisa: «Al momento l’applicazione è limitata, anche perché il mercato è quasi completamente fermo. I casi che hanno fatto notizia in questi giorni sono sporadici».
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