Ospitalità

Hotel, il 60% della fascia media è in mano alle famiglie: le sfide tra eredità e modelli di gestione

In Italia il 50% dell’offerta è a 3 stelle. Gli operatori sono solidi ma stretti tra crescita e competizione internazionale

di Rossella Savojardo

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Non solo extra-lusso e operatori internazionali. Il cuore del settore dell’hôtellerie italiana è composto da imprese familiari che spaziano principalmente dai 3 ai 4 stelle, fino ad arrivare ai 5 stelle di prima fascia. Pur restando meno sotto i riflettori rispetto al boom dell’ultra luxury, questi gruppi continuano a costituire la struttura portante del settore alberghiero e sono oggi protagonisti di una fase di trasformazione decisiva che mira anche a un posizionamento più alto.

Oltre il 50% dell’offerta è a 3 stelle

Guardando ai numeri, il mercato alberghiero nazionale è fortemente concentrato nel segmento midscale, con gli hotel a 3 stelle che rappresentano circa il 50% dell’offerta complessiva, stando all’analisi di Deloitte, per un totale di oltre 15 mila strutture. Oltre il 60% delle strutture comprese tra 3 e 4 stelle è ancora riconducibile a proprietà indipendenti o familiari: una quota nettamente superiore a quella di altri grandi mercati europei, dove il processo di brand affiliation e di consolidamento è storicamente più avanzato.

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Gli hotel 4 stelle coprono invece circa il 22% del mercato, mentre il segmento luxury rimane ancora relativamente contenuto, con gli hotel 5 stelle che incidono per poco più del 2 percento. Analizzando l’evoluzione dell’offerta alberghiera dal 2020 a oggi, emerge un quadro di sostanziale stabilità. Il segmento 3 stelle ha mantenuto pressoché invariato sia il numero di strutture sia il totale delle camere disponibili, segno di una domanda consolidata e di una buona capacità di adattamento del comparto anche negli anni successivi alla pandemia. Analogamente, il segmento 4 stelle ha registrato una crescita piuttosto contenuta, pari a circa l’1,5%, indicando uno sviluppo graduale e selettivo dell’offerta upscale. Gli hotel 5 stelle invece registrano una crescita del numero di strutture superiore al 6 percento. Nel complesso, il mercato italiano appare quindi caratterizzato da una forte continuità strutturale, con il segmento luxury che occupa una nicchia ridotta rispetto ai principali mercati internazionali ma con una crescita più importante nell’ultimo quinquennio.

In termini di numero di strutture, gli hotel a 3 stelle sono passati dalle 14.859 strutture del 2020 alle 15.021 del 2024. Nello stesso periodo, l’offerta di fascia superiore ha registrato una crescita più decisa: gli hotel a 4 stelle sono aumentati da 6.144 a 6.639, mentre il comparto del lusso dei 5 stelle ha visto l’incremento più significativo, passando da 571 a 771 unità. Sotto il profilo geografico, nel segmento 3 stelle, l’Emilia-Romagna ha confermato il primato. Nei 4 stelle, la Lombardia ha ceduto la leadership che deteneva nel 2020 con 620 hotel a favore del Veneto, che nel 2024 è diventata la prima regione con 682 strutture. Per i 5 stelle, la classifica è stata rivoluzionata dal Lazio, che è passato dalla terza posizione del 2020 (55 hotel) al primo posto assoluto del 2024 con 109 hotel, superando la Toscana.

I protagonisti del settore

I protagonisti del settore spaziano dai gruppi di maggiori dimensioni come Th Group e Hnh Hospitality fino a quelli più modesti ma presidiati da famiglie che lavorano da generazioni nel settore. È il caso dei Risatti di Blu Hotels, i Bocca di Sina Hotels, degli Zacchera, dei Roscioli e dei Vedani di Planetaria. Le strategie di crescita seguono direttrici comuni ma con approcci differenti: Th Group sta ampliando il portafoglio attraverso acquisizioni e l’ingresso nel segmento luxury, così come Hnh Hospitality che si sta sempre più posizionando sul segmento più alto. Mentre Blu Hotels e CDSHotels puntano sull’espansione dell’offerta con nuove strutture e resort, altri operatori come Zacchera Hotels e Planetaria stanno concentrando gli investimenti sulla valorizzazione degli asset esistenti, e realtà come i Roscioli rafforzano la presenza nell’hospitality attraverso boutique hotel e integrazione con la ristorazione.

Parallelamente, il comparto open-air è in forte crescita e vede operatori come Club del Sole e Human Company attraversare una fase di significativa espansione, anche grazie al crescente interesse e supporto da parte di investitori istituzionali di primario standing. In tutti i casi, le strategie prevalenti puntano su una crescente attenzione ai segmenti di fascia superiore, resort e lifestyle. «Si tratta di operatori strutturati e qualificati che sono stati in grado di occupare una posizione indipendente - spiega Bruno Fondacaro, partner di Advant Nctm - questi gruppi gestiscono centinaia di strutture e decine di migliaia di camere sul territorio nazionale, con fatturati aggregati che si misurano in centinaia di milioni di euro. Non sono dunque una nicchia ma un pilastro dell’offerta ricettiva italiana, con una capacità di presidio territoriale che le grandi catene internazionali faticano a replicare».

L’hôtellerie di fascia media e le famiglie italiane proprietarie

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La sfida dei passaggi generazionali

Il segmento resta però molto frammentato e deve fare i conti con un contesto sempre più competitivo. L’aumento dei costi operativi si somma alla pressione delle piattaforme di distribuzione online e alla crescita dell’offerta extralberghiera. «Il comparto 3 stelle è oggi il più sotto pressione dell’intera industria alberghiera italiana - aggiunge Fondacaro -. Nelle principali destinazioni turistiche molte strutture stanno cercando di riposizionarsi, investendo per ottenere la quarta stella, accedere a tariffe più sostenibili e alla clientela internazionale, oggi dominante. In altre aree, invece, aumentano le operazioni di riconversione, vendita o affiliazione a network in grado di garantire maggiore visibilità commerciale».

Parlando di famiglie, tra i temi più spinosi c’è indubbiamente il passaggio generazionale. «Un momento critico», secondo Fabio Braidotti, head of hospitality di Ey in Italia, perché stretto tra «la necessità di agganciarsi a un sistema distributivo, fare investimenti spesso cospicui per rimanere al passo con la concorrenza, oppure vendere. Quando la nuova generazione non ha interesse o la capacità finanziaria per sostenere questo percorso, la cessione diventa la conseguenza naturale, e se non preparata correttamente si traduce in distruzione di valore per la proprietà». Un passaggio quindi già ricco di ostacoli, in un settore su cui catene e fondi hanno il faro puntato. «La transizione verso la terza generazione, o verso modelli di governance più professionali, rappresenta una sfida delicata - concorda Angela D’Amico, partner e real estate sector leader di Deloitte -. Senza una governance solida e una visione strategica chiara, anche i gruppi con asset di qualità rischiano di perdere competitività e di lasciare il posto alle catene e a operatori più strutturati che vedono in questi asset potenziale inespresso».

La gestione diretta è il modello prevalente

Il modus operandi predominante dei gruppi - sia nel segmento midscale che in quello upscale - è la gestione diretta. Una scelta che consente ai proprietari di mantenere il controllo dell’attività e preservare l’identità della struttura. Accanto a questo modello però stanno emergendo formule più flessibili. Il contratto di locazione è oggi una delle principali leve di crescita per gli operatori di medie dimensioni perché consente di espandere il portafoglio senza però immobilizzare capitale prendendo in affitto l’azienda. Anche il management contract è in crescita e permette ai gruppi italiani di avvicinarsi alle logiche delle grandi catene internazionali, avendo un operatore che apporta il brand e un proprietario che mantiene la titolarità dell’asset.

Non da meno il franchising con brand internazionali , come Best Western o le affiliazioni “soft brand” di Marriott e Ihg. «Un modello percorribile per chi vuole accedere a sistemi di distribuzione globali senza cedere la proprietà della struttura. Ma richiede investimenti e costi ricorrenti che non tutti i margini operativi del segmento medio riescono ad assorbire agevolmente», aggiunge Fondacaro.

Secondo la partner di Deloitte, la tendenza verso modelli gestionali più flessibili e orientati all’ottimizzazione dei rendimenti è destinata a rafforzarsi. In termini di mercato, lo spazio di crescita per la fascia media dell’hôtellerie potrebbe essere significativo a patto che si rompa col passato attuando una trasformazione consapevole e strategica. «Il cambiamento è comunque iniziato - chiosa D’Amico - ci sono operatori innovativi che stanno creando dei nuovi brand su questo segmento come da The Social Hub, B&B Hote, o esempi nazionali come Yellow Square. Qualcosa sta cambiando, anche nei segmenti di prima fascia con grandi investitori che targhettizzano per la prima volta anche gli ostelli».

Se fino alla ripresa turistica post-Covid poteva essere sufficiente essere presenti sul mercato, oggi dunque «le condizioni per cogliere lo spazio di crescita sono diventate più selettive e richiedono anche accesso al capitale e capacità di differenziazione», conclude Braidotti. In un’epoca in cui autenticità e territorio guidano le scelte dei viaggiatori, l’hôtellerie familiare può essere un vantaggio competitivo unico, difficile da replicare per i big internazionali.

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