Il nodo dello Stretto

Hormuz, anche l’Italia fa i conti con il sistema di pedaggi imposti dall’Iran

Teheran ha delegato la gestione del traffico marittimo nello Stretto ad una Autorità ad hoc (Persian Gulf Strait Authority). Si tratta di un’agenzia governativa, alla quale gli armatori, compresi quelli italiani, si devono rivolgere in via preliminare per ottenere il via libera al transito

di Andrea Carli

Tensione nello stretto di Hormuz: nuove immagini di navi

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Nell’attesa che maturino le condizioni per una tregua tra Usa e Iran, Teheran mantiene il controllo sullo Stretto di Hormuz. Sono circa 160 le petroliere, con a bordo 170 milioni di barili di greggio, ferme nel Golfo Persico in attesa di passare. Molti marittimi sono bloccati sulle navi. Le Guardie della rivoluzione islamica iraniana hanno dichiarato che, dopo aver ottenuto il loro permesso, 24 hanno attraversato lo Stretto nelle ultime 24 ore.

La gestione dello Stretto nelle mani dell’Autorità iraniana

Il 21 maggio l’Iran ha istituzionalizzato la gestione del traffico marittimo nello Stretto da parte di una Autorità ad hoc (Persian Gulf Strait Authority). Si tratta di un’agenzia governativa, alla quale tutte le navi, anche quelle italiane, si devono rivolgere in via preliminare per ottenere il via libera al transito. Teheran ha dunque “normalizzato” i pedaggi, mantenendo grazie alla Marina dei Guardiani della rivoluzione islamica i transiti a 26 navi al giorno.

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No al blocco dello Stretto, ma negoziazione permanente

Questa strategia potrebbe dimostrare che l’Iran non mira a bloccare Hormuz in maniera indefinita — l’economia iraniana non lo reggerebbe — ma a trasformare il blocco in uno strumento di negoziazione permanente che comunque genera un valore aggiunto geopolitico.

Lo scenario che si delinea è quello che non contempla uno stop assoluto ai traffici petroliferi, ma un regime di transito controllato da Teheran dove i premi assicurativi e i tempi di consegna rischiano comunque di rimanere elevati. «Particolare preoccupazione desta la condizione delle navi impegnate nel trasporto di fertilizzanti e di altre merci strategiche, oggi bloccate nel Golfo», ha sottolineato il presidente di Confitarma Mario Zanetti.

Non solo. L’Iran ha minacciato di bloccare lo Stretto di Bab al-Mandab, che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden. La tregua tra gli Usa e gli Houthi scattata il 6 maggio appare fragile. L’avanzata degli israeliani in Libano (l’Idf è andato oltre il Litani per 35 km, conquistando il castello di Beaufort e bombardando i sobborghi meridionali di Beirut) potrebbe spingere i ribelli dello Yemen a riattivarsi. In questo scenario, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’Africa, con conseguente aumento dei costi.

La trattativa bilaterale

L’Iran punta a fare in modo che ogni Paese negozi con i pasdaran il proprio passaggio. Nel momento in cui il singolo governo decide di partecipare alla trattativa, di fatto riconosce in maniera implicita l’autorità iraniana sullo Stretto, il tutto a discapito del principio, rivendicato dagli Usa, della libera navigazione in quelle acque. Il Golfo Persico da corridoio di mare aperto diviene così un’area per attraversare la quale gli armatori devono pagare una tassa. Con i tempi di transito che sono comunque destinati ad aumentare.

S&P: con chiusura prolungata Hormuz recessione Ue più vicina

Il blocco di Hormuz – attraverso cui transita abitualmente un quinto delle forniture mondiali di petrolio e di gas liquefatto – ha provocato carenze di offerta e forti rincari delle materie prime energetiche. In un recente report sull’impatto della guerra all’Iran, S&P ha lanciato l’allarme: «prevediamo - si legge nel documento - un rallentamento dell’economia europea e un aumento dell’inflazione, con impatti negativi sulla domanda dei consumatori. Una recessione diventa più probabile quanto più a lungo lo stretto (di Hormuz, ndr) rimane di fatto chiuso».

Ocse: in Italia shock da prezzi energetici

Per quanto riguarda l’Italia, la crescita del Pil - si legge nelle Prospettive economiche dell’Ocse presentate mercoledì 3 giugno Parigi - dovrebbe assestarsi allo 0,5% nel 2026, a causa «del nuovo shock sui prezzi energetici che pesa sul consumo delle famiglie, sugli investimenti e sulle esportazioni. L’aumento dei prezzi dell’energia - prosegue l’Ocse - causerà un aumento dell’inflazione, cancellando la recente progressione dei salari reali». Sempre secondo l’Ocse, nel 2027, «il ripiegamento dei prezzi energetici e l’attenuazione delle incertezze porteranno la crescita allo 0,6%. Le prospettive dell’Italia - precisa l’Ocse - sono relativamente esposte all’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, vista la quota elevata di energia prodotta a partire da combustibili fossili importati e il peso della produzione manifatturiera esportata».

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