Hiv e Aids in rialzo sui livelli pre Covid ma i test sono «tardivi» nel 60% dei casi
La European Testing Week e il Congresso Icar di Padova sono l’occasione per rilanciare l’importanza della diagnosi precoce e per sottolineare l’importanza di un accesso tempestivo alle terapie antiretrovirali che azzerano anche il rischio-contagio
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C’è qualcuno che pensa ancora all’Hiv-Aids? Purtroppo l’attenzione delle istituzioni appare in sordina e pesa ancora come un macigno lo stigma sulla malattia: di conseguenza è decisamente bassa nella popolazione generale la prevenzione di questa infezione che fu il big-killer degli anni Ottanta del secolo scorso.
Epidemia in rialzo
«Eppure - come spiega Annamaria Cattelan, Direttore Unità operativa complessa Malattie infettive dell’Azienda ospedaliera di Padova, città che ospita dal 21 al 23 maggio la 17ma edizione di Icar, Italian Conferenza on Aids and Antiretroviral Research di cui Cattelan e co-presidente - i numeri ci dicono che l’epidemia ha rialzato la testa anche in Italia dove nel 2023 siamo tornati a 2.349 diagnosi, un numero quasi sovrapponibile al pre Covid e con il dato drammatico di un 60% di persone che scopre di avere l’infezione ormai in fase avanzata. Con una doppia conseguenza: da un lato, danni avanzati al sistema immunitario per l’alto livello di infiammazione che causa la compromissione ad esempio degli apparati cardiocircolatorio e neurologico così come lo sviluppo di tumori; dall’altro, il contagio diffuso al resto della popolazione dovuto alla mancata consapevolezza della malattia. L’infezione una volta scoperta può essere efficacemente contrastata con le terapie antiretrovirali, ormai da anni di facile somministrazione e - sottolinea Cattelan - a bassa tossicità tanto che possono essere assunte per tutta la vita. I farmaci se assunti in modo appropriato permettono di azzerare la carica virale nel sangue e quindi la possibilità di contagio».
La European Testing Week
Per tutti questi buoni motivi occorre accendere i riflettori sulla European Testing Week a cui aderisce una rete nutrita di città italiane: dal 19 al 25 maggio per fare il test Hiv è possibile rivolgersi a uno dei centri della mappa consultabile sul portale www.fast-trackcities.org. In caso di test positivo, i centri mettono a disposizione il counselling che porta alla necessaria presa in carico nei servizi pubblici: per tutelarci e per tutelare il prossimo. Le settimane dedicate al testing sono solitamente in primavera e in autunno, ma va ribadito che ogni giorno è buono per fare prevenzione e che tutta la popolazione sessualmente attiva dovrebbe sottoporsi al test Hiv, soprattutto i giovani ma anche le persone adulte tra le quali si effettuano ancora un 7-8% di diagnosi.
I dati dell’Iss e quei 9mila «inconsapevoli»
Secondo i dati 2024 del Centro operativo Aids dell’Istituto superiore di sanità (Iss), il numero complessivo di persone con l’infezione da Hiva in Italia è stimato intorno a 140mila, con prevalenza pari a 0,2 per 100 residenti. Le persone che hanno scoperto di essere Hiv positive nel 2023 sono maschi nel 76% dei casi. Nell’ultimo decennio è aumentata la quota di diagnosi tardive (persone in fase clinicamente avanzata, con bassi CD4 o in Aids): il 60% aveva un numero di linfociti CD4 inferiore a 350 cell/μL.
«Mai come oggi è chiaro cosa si debba fare – prosegue Paolo Meli, Associazione Comunità Emmaus (Bergamo), referente Cica e co-presidente del congresso Icar –. Anzitutto, bisogna facilitare l’accesso ai test per far emergere il sommerso, quindi rivedere le regole di ingaggio favorendo, per esempio, l’approccio opt-out, che aiuta a normalizzare il test Hiv, rendendolo meno stigmatizzante. Si devono raggiungere soprattutto coloro che non pensano di avere l’Hiv non riconoscendo i propri comportamenti a rischio o che incontrano maggiori barriere di accesso al test, come i migranti e chi vive in condizioni di fragilità sociale: si stima un che siano circa 9mila le persone inconsapevoli dell’infezione. L’altra leva è la soppressione virale: 25mila persone hanno un’infezione attiva, la maggior parte perché faticano a curarsi con continuità o perché, appunto, non diagnosticati. Mettere queste persone in trattamento e sostenere l’adesione alla terapia permetterebbe di massimizzare l’effetto ‘treatment as prevention’: non solo ne beneficerebbe la salute personale, ma l’intera collettività verso l’azzeramento della trasmissione».








