Hermès, nuova sensualità notturna. Le abrasioni di Balenciaga, la poesia di Yamamoto e Miyake
Japonisme lirico e avvolgente nelle collezioni degli storici marchi orientali. Sarah Burton da Givenchy propone una sontuosità che convince, il parco giochi dell’artigianato firmato Loewe
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Questo giro parigino di sfilate prosegue all’insegna delle ridefinizioni identitarie, per i marchi nei quali si sono verificati cambi alla direzione creativa ma anche per maison solide e designer dalle lunghe carriere.
Ormai ottandaduenne, ad esempio, Yohji Yamamoto continua a sfidare se stesso in primis, e poi il suo pubblico, per tema di noia. Con un ardire che gli fa onore, per la prima volta affronta un argomento che per i giapponesi è massimo tabù il japonisme, ovvero kimono, haori, geta, e stampe tratte dal repertorio del magnifico Hokusai. È un giapponismo alla Yohji, naturalmente: lirico, avvolgente, pieno di malinconia ma mai stucchevole, fatto di forme che fluiscono e si intrecciano sul corpo in infiniti abbracci.
Da Hermès l’atmosfera cambia: si fa notturna, in una esplorazione del crepuscolo come momento magico nel quale i pensieri e le fantasie si liberano. Ormai da un paio di stagioni Nadège Vanhee, direttore creativo, ha preso a iniettare dosi massicce di sensualità nella definizione della sua donna Hermès, senza rinunciare al mondo equestre e al gusto del plein air. Questa volta il movimento è particolarmente deciso, sicché la pelle che occhieggia da una zip lasciata aperta, o tra i pantaloncini e gli stivali, è parte del discorso. Il risultato è penetrante.
Michael Rider da Celine riflette su una idea di eleganza irregolare, nella quale il carattere e il vissuto di vari personaggi, dal fauno con le piume tra i ricci chiuso in un cappottino nero alla signora bon ton con il cappellino a tombolo, si imprimono sui vestiti che portano, scombinando perbenismi e classicismi. Il lavoro che Rider sta facendo per il marchio è davvero notevole: affrontando da autore il topos della infinita varietà, sta creando un modo riassumendolo in un repertorio di pezzi fortemente desiderabili.
Sarah Burton, da Givenchy, trova finalmente la sua strada, ormai libera da obblighi e ossequi verso i codici di questa maison come di McQueen, dove ha a lungo lavorato.










