Moda donna a Parigi/4

Hermès, nuova sensualità notturna. Le abrasioni di Balenciaga, la poesia di Yamamoto e Miyake

Japonisme lirico e avvolgente nelle collezioni degli storici marchi orientali. Sarah Burton da Givenchy propone una sontuosità che convince, il parco giochi dell’artigianato firmato Loewe

di Angelo Flaccavento

Hermès AI 26-27

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Questo giro parigino di sfilate prosegue all’insegna delle ridefinizioni identitarie, per i marchi nei quali si sono verificati cambi alla direzione creativa ma anche per maison solide e designer dalle lunghe carriere.

Ormai ottandaduenne, ad esempio, Yohji Yamamoto continua a sfidare se stesso in primis, e poi il suo pubblico, per tema di noia. Con un ardire che gli fa onore, per la prima volta affronta un argomento che per i giapponesi è massimo tabù il japonisme, ovvero kimono, haori, geta, e stampe tratte dal repertorio del magnifico Hokusai. È un giapponismo alla Yohji, naturalmente: lirico, avvolgente, pieno di malinconia ma mai stucchevole, fatto di forme che fluiscono e si intrecciano sul corpo in infiniti abbracci.

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Hermès, la collezione per l’AI 26-27

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Da Hermès l’atmosfera cambia: si fa notturna, in una esplorazione del crepuscolo come momento magico nel quale i pensieri e le fantasie si liberano. Ormai da un paio di stagioni Nadège Vanhee, direttore creativo, ha preso a iniettare dosi massicce di sensualità nella definizione della sua donna Hermès, senza rinunciare al mondo equestre e al gusto del plein air. Questa volta il movimento è particolarmente deciso, sicché la pelle che occhieggia da una zip lasciata aperta, o tra i pantaloncini e gli stivali, è parte del discorso. Il risultato è penetrante.

Michael Rider da Celine riflette su una idea di eleganza irregolare, nella quale il carattere e il vissuto di vari personaggi, dal fauno con le piume tra i ricci chiuso in un cappottino nero alla signora bon ton con il cappellino a tombolo, si imprimono sui vestiti che portano, scombinando perbenismi e classicismi. Il lavoro che Rider sta facendo per il marchio è davvero notevole: affrontando da autore il topos della infinita varietà, sta creando un modo riassumendolo in un repertorio di pezzi fortemente desiderabili.

Issey Miyake, la collezione per l’AI 26-27

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Sarah Burton, da Givenchy, trova finalmente la sua strada, ormai libera da obblighi e ossequi verso i codici di questa maison come di McQueen, dove ha a lungo lavorato.

Givenchy, la collezione per l’AI 26-27

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Nucleo costante del suo lavoro è la traduzione della molteplicità femminile in una proposta avvolgente, articolata e prismatica, che questa stagione diventa, in aggiunta, sontuosa, tra echi di pittura fiamminga - i turbanti - e riverberi del lessico sensazionale di Gianfranco Ferré, costantemente tagliati dal gusto del tailoring maschile asciutto e androgino.

Balenciaga AI 26-27

Da Balenciaga, Pierpaolo Piccioli è ancora alla ricerca di un equilibrio tra il suo personale vissuto stilistico e lo spirito della maison, per come riassunto da Cristobal, il fondatore, e Demna, il direttore creativo degli stellari successi. La prova è valida e ben articolata, ma le persistenze valentinesche sono ancora troppo evidenti, così come lo sforzo di essere edgy, abrasivo. Il tutto va smussato e amalgamato.

Loewe AI 26-27

Jack McCollough e Lazaro Hernandez stanno trasformando Loewe in un parco giochi nel quale l’idea del craft, identitaria della maison, prende una vena sintetica e industriale, con uno spirito da cartone animato. C’è la pelle, allora, lucida come vetroresina, ma c’è anche il silicone, colato in forma di cappotto o di sottoveste; e poi c’è pure il montone, rasato per creare gradienti tra orsetto di peluche e primitivismo ludico. La prova convince, ma non muove molto in avanti rispetto al debutto. Da Jean-Paul Gaultier, Duran Lantink continua a giocare con i segni dell’inveterato enfant terrible e con i suoi personaggi - sciantose e poliziotti, seni conici e velluti bordeaux - guardandoli attraverso la sua lente, capace di fondere forme scultoree con un humor ruvido e sessuale. Solenne e beffarda, la collezione è una delle migliori della settimana.

Lo stesso vale per Issey Miyake, dove Satoshi Kondo torna in carreggiata interrogandosi sullo spazio elastico che separa la creazione dal lasciare che il non finito parli da solo. Questo si traduce in volumi astratti come sempre con movimenti nuovi, infinitamente poetici, quasi che gli abiti volessero tornare a essere solo tessuto. Ineffabile.

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