Verso il voto

Harris all’attacco sull’economia: 100 miliardi in incentivi all’industria Usa

La candidata democratica presenta un piano di incentivi fiscali per stimolare l'industria manifatturiera e favorire la crescita economica negli Stati Uniti

di Marco Valsania

Kamala Harris. (REUTERS/Piroschka van de Wouw)

3' di lettura

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La risposta di Kamala Harris a Donald Trump sull’economia, sul manifatturiero e il made in Usa, è arrivata da Pittsburgh, cuore della contesa Pennsylvanya e portatrice d’una lunga storia industriale. Dall’Economic Club della città la candidata democratica alla Casa Bianca ha sfoderato una nuova offensiva per recuperare lo svantaggio tra gli elettori quando in gioco sono crescita, inflazione e occupazione, uno svantaggio che persiste anche se l’ha dimezzato a sei punti. Harris, proclamatasi apertamente «capitalista», ha delineato un progetto a base di nuovi incentivi fiscali mirati a stimolare investimenti in comparti manifatturieri d’avanguardia, di nuova generazione e considerati di importanza strategica per gli Stati Uniti, per un totale che i suoi collaboratori hanno stimato in cento miliardi di dollari in dieci anni. Tra questi ci sono biotech, aerospazio, intelligenza artificiale e quantum computing, cantieristica navale, seminconduttori, data centers e energia pulita.

La campagna non ha ancora offerto dettagli più precisi sul nuovo piano. Harris ha però delineato, nel suo discorso a Pittsburgh e in un dossier di 80 pagine che lo ha accompagnato, quella che ha definito come la sua visione d’insieme: «Gli americani hanno davanti una scelta tra due cammini molto diversi per la nostra economia. Io intendo perseguire una nuova strada per far crescere la classe media».

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Si è definita «pragmatica», «non legata a ideologie» e ha sottolineato che il ruolo del governo è importante ma limitato e deve essere in partnership con il privato. L’obiettivo, sotto lo slogan Economia delle Opportunità, è spuntare le critiche che la dipingono invece come estremista di sinistra.

Sul candidato repubblicano è stata sferzante: «Per Trump la nostra economia funziona al meglio se avvantaggia chi possiede i grandi grattacieli. Non chi li costruisce. Non chi depone i cavi. Non chi lava i loro pavimenti», ha affermato.

In gioco Harris ha voluto mettere adesso nuovi programmi di incentivi federali calibrati per incoraggiare l’industria domestica. Che andrebbero a integrare proposte già fatte per startup e piccole imprese e si sommerebbero alle legislazioni multimiliardarie di politica industriale già varate sotto la presidenza democratica di Joe Biden, dall’Inflation Reduction Act sulla transizione dal fossile, al Chips Act per l’high-tech e alle infrastrutture.

In precedenza Harris aveva delineato azioni su un parallelo fronte, la cosiddetta care economy, l’economia dei servizi di assistenza, che definisce a sua volta essenziale per un sostegno ai ceti medi: crediti d’imposta anti-povertà e aiuti alle famiglie e ai redditi più bassi, compresi interventi sulla casa, parzialmente pagati da aumenti delle tasse sui più abbienti e le grandi aziende. Ieri Harris non ha abbandonato la care economy: ancora una volta ha invocato servizi universali per l’infanzia e assenze pagate dal lavoro per ragioni familiari.

Ha promesso che cento milioni di americani sotto una sua amministrazione avrebbero sgravi delle imposte e che nessuno con redditi sotto i 400.000 dollari l’anno conoscerà incrementi della pressione fiscale. Il suo piano, secondo alcune stime, prima delle nuove iniziative avrebbe in media aggravato il debito di 1.400 miliardi in dieci anni. I piani economici di Trump prescrivono invece nuove generali sforbiciate nella tasse, deregulation e dazi, per un costo decennale di forse settemila miliardi.

Harris, accanto a sfoderare nuove iniziative, sta facendo campagna sottolineando la propria estrazione popolare, cresciuta in quartieri di lavoratori a San Francisco. Difende il sindacato e si impegna a creare union jobs. Per contrapporsi anche a livello d’immagine a Trump, erede di una fortuna immobiliare e mai timido nella passione per il lusso.

Allo stesso tempo la candidata democratica vuole tuttavia evidenziare oggi un’altra immagine, quella di più ampia apertura al business, dopo una iniziale enfasi contro speculazioni sul carovita da parte di colossi alimentari e su piani dedicati a piccole imprese e startup. Oggi evidenzia piuttosto partnership con le aziende e domenica, durante una raccolta fondi a New York, ha ammorbidito i toni sulle criptovalute, bacino di sostegno per Trump.

Solo poche ore prima del comizio di Harris il candidato repubblicano aveva dettagliato a sua volta una serie di nuove idee a sostegno della produzione domestica: incentivi e zone franche per attirare sia attività estere di aziende Usa che imprese straniere, sottraendo lavoro ad altri paesi. Trump aveva già proposto tagli delle imposte corporate al 15% dall’attuale 21% per gruppi del Made in Usa. Ha invece sbandierato dazi protezionistici del 20% contro l’import, più alti contro la Cina, e sanzioni ad aziende che delocalizzano.

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