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Hai il diabete? Sei escluso dai Gruppi sportivi militari per vecchie norme del 1932

Le atlete Anna Arnaudo e Monica Priore in Senato: “Superare regole scritte in un contesto medico-scientifico che non esiste più, serve una valutazione personale”

di Ernesto Diffidenti

Emma Zapletalova during the IAAF Diamond League Golden Gala Pietro Mennea at the Olimpico Stadium in Rome, Italy on June 04, 2026 Sport - Athletic. (Photo by Alfredo Falcone/ LaPresse) LAPRESSE

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“Da anni gareggio a livello internazionale e rappresento l’Italia convivendo con il diabete tipo 1, che gestisco grazie alle tecnologie disponibili oggi. Ciononostante, questa diagnosi esclude me e altri atleti dai gruppi sportivi militari in modo automatico e indipendentemente dalle condizioni cliniche reali e dai risultati sportivi”. Così Anna Arnaudo, campionessa di atletica leggera con diabete tipo 1 e Ambassador della Federazione delle Società diabetologiche italiane (FeSDI) audita con Monica Priore, atleta e vicepresidente di Diabete Italia, dalle Commissioni riunite Affari esteri e Cultura, ha espresso un disagio che parte da lontano. “Venire esclusi non sulla base di una valutazione individuale - spiega - ma di una norma del 1932, è una contraddizione che oggi si può e si deve superare”.

Ammessi gli atleti paraolimpici

Infatti, è proprio per effetto di criteri normativi risalenti a un Regio Decreto del 1932, elaborati in un contesto medico-scientifico che non esiste più, che atleti pienamente idonei sul piano clinico e sportivo vengono esclusi dai gruppi sportivi militari solo perché hanno il diabete.

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Ora però le cose potrebbero cambiare anche perché il decreto legislativo 36/2021 ha aperto i gruppi sportivi militari agli atleti paralimpici, dimostrando che una riforma è possibile. “FeSDI - sottolinea il presidente Salvatore De Cosmo - anche tramite i propri Ambassador, simbolo di talento sportivo e umano, chiede al Parlamento di compiere lo stesso passo per gli atleti con diabete, introducendo criteri di valutazione medico-sportiva individuale in luogo dei meccanismi di esclusione automatica tuttora vigenti”.

“Sono tanti gli atleti italiani con diabete che rappresentano già il Paese nelle competizioni internazionali, senza poter però accedere al sostegno e ai percorsi di crescita che i gruppi sportivi militari garantiscono - ha continuato De Cosmo -. Un paradosso che penalizza il talento sportivo nazionale e contraddice i principi di equità e valutazione individuale già affermati dalla giurisprudenza e dall’ordinamento europeo”.

L’esempio del tennista Zverev

C’è un esempio emblematico nel tennis e riguarda il campione tedesco Alexandrer Zverev che ha ricevuto a soli quattro anni la diagnosi di diabete di tipo 1, in cui il sistema immunitario distrugge le cellule del pancreas che producono insulina, causando una carenza di questo ormone fondamentale per il metabolismo dello zucchero. “Quando mi è stato diagnosticato, circa venti anni fa, la situazione era diversa e praticare uno sport come il tennis era considerato impossibile - spiega Zverev -. La tecnologia e i farmaci hanno fatto enormi passi avanti. Quindi io sto vivendo il mio sogno ma non sono l’unico esempio di atleta con diabete. E oggi non c’è motivo per cui bambini e adulti con diabete non possano vivere al meglio la propria vita”.

Il ruolo delle moderne tecnologie

Raffaella Buzzetti, presidente Sid conferma: “Le moderne terapie, tra cui i sistemi di monitoraggio in continuo della glicemia, microinfusori e tecnologie integrate, consentono oggi alle persone con diabete di praticare sport agonistico in piena sicurezza, come dimostrano i numerosi campioni olimpici e mondiali che convivono con questa patologia”.

L’Europa ha la più alta percentuale globale di persone affette da diabete di tipo 1, con circa 300.000 bambini e adolescenti colpiti e oltre un milione di pazienti complessivi. L’incidenza cresce del 2-3% annuo. La Finlandia detiene l’incidenza più alta al mondo per i giovani (57,4 casi ogni 100.000 abitanti). In Italia, la Sardegna ha un’incidenza eccezionalmente elevata (circa 4 volte superiore alla media nazionale) mentre Irlanda, Paesi Bassi e Austria hanno la prevalenza più bassa.

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