L’analisi

Guerra e mattone: dall’energia ai tassi i rischi sul residenziale in Europa

I rincari, il possibile riaccendersi dell’inflazione, la possibile revisione delle attese da parte delle banche centrali e una nuova geografia dei movimenti di famiglie facoltose e capitali potrebbero agire da fattore di rallentamento e maggiore selezione sul living

di Evelina Marchesini

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La nuova fase di instabilità geopolitica in Medio Oriente, che al momento sembra lontana dallo stabilizzarsi, sta influenzando anche il mercato immobiliare residenziale, non tanto attraverso uno shock immediato e uniforme sui prezzi delle case, quanto tramite quattro canali molto concreti: il rincaro dell’energia, il possibile riaccendersi dell’inflazione, la revisione delle attese sui tassi d’interesse e una nuova geografia dei movimenti di famiglie facoltose e capitali. In Europa, dove il residenziale era entrato nel 2026 con fondamentali in graduale miglioramento, il conflitto sta quindi agendo come un fattore di rallentamento, prudenza e selezione, più che come detonatore di un’inversione generalizzata del ciclo.

La situazione geo-economica

Il primo impatto è quello energetico. L’Eurostat ha stimato a marzo 2026 un’inflazione annua nell’Eurozona al 2,5%, in risalita dall’1,9% di febbraio, con l’energia tornata a spingere l’indice verso l’alto. Parallelamente, nelle proiezioni macroeconomiche di marzo, la Bce fa assunzioni tecniche basate su petrolio in area 85–90 dollari nel secondo trimestre del 2026, avvertendo però che un protrarsi del conflitto potrebbe comportare aumenti ben più significativi di petrolio e gas. L’Agenzia internazionale dell’energia, nel suo ultimo rapporto, evidenzia come la crisi in Medio Oriente stia generando rischi rilevanti per la sicurezza dell’offerta, con particolare attenzione ai flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio globale di petrolio e gas.

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Le ripercussioni sul residenziale

Per il residenziale questo significa soprattutto una cosa: il ritorno del rischio “higher for longer” sui tassi. Fino a pochi mesi fa molti operatori si aspettavano un contesto monetario più favorevole; oggi, invece, il rialzo dei costi energetici rimette al centro il pericolo che banche centrali e mercati debbano mantenere condizioni finanziarie più restrittive del previsto. Poiché il mercato immobiliare residenziale europeo è estremamente sensibile al credito, l’effetto immediato non è tanto un crollo dei prezzi, quanto un peggioramento della capacità di acquisto delle famiglie, una maggiore prudenza delle banche e tempi decisionali più lunghi.
Un secondo canale riguarda i costi di costruzione. Il rincaro dell’energia incide infatti su trasporti, logistica, materiali e processi produttivi, e rischia di frenare proprio quella ripresa dell’offerta abitativa che in Europa stava cominciando a intravedersi. Le ultime stime Euroconstruct diffuse dall’Ifo Institute indicano che le abitazioni completate in Europa dovrebbero salire a 1,47 milioni nel 2026 da 1,44 milioni nel 2025, per poi arrivare a 1,58 milioni nel 2027 e 1,66 milioni nel 2028. Tuttavia, la stessa ripresa resta fragile, con la Germania destinata a recuperare più lentamente. In altre parole: il ciclo edilizio europeo stava migliorando, ma lo shock geopolitico rischia di renderlo più costoso, più lento e più disomogeneo.

Nel complesso, i prezzi delle case in Europa continuano comunque a mostrare una dinamica positiva. Secondo Eurostat, nel terzo trimestre 2025 i prezzi residenziali sono cresciuti del 5,1% nell’area euro e del 5,5% nell’Unione europea su base annua. Dunque l’Europa arriva a questa nuova crisi da una posizione diversa rispetto al 2022 o al 2023: non da una fase di caduta sincronizzata, ma da una fase di stabilizzazione e moderata ripresa, sostenuta da scarsità di offerta e fabbisogno abitativo strutturale. È proprio questo a spiegare perché, almeno per ora, la guerra in Medio Oriente non stia producendo un tracollo del residenziale europeo, bensì un rallentamento selettivo del sentiment.

L’impatto diretto, finora, è apparso soprattutto nei movimenti a breve termine e nei mercati prime, con più richieste esplorative che trasferimenti strutturali. Questo quadro è stato sostanzialmente confermato anche dalle rilevazioni più recenti di Knight Frank, secondo cui in Europa continentale e a Londra l’effetto resta per ora marginale, frammentato e concentrato soprattutto sugli affitti di breve periodo e sulle decisioni rinviate. Il segnale più evidente non è ancora un’ondata di relocation, ma un aumento dell’esitazione: stasi su Dubai, più domande su Svizzera, Italia, Regno Unito e altri approdi considerati sicuri.

Il caso Dubai

È proprio Dubai, del resto, uno dei nodi più interessanti. Per anni l’Emirato è stato percepito come approdo privilegiato di expat, imprenditori e grandi patrimoni; oggi, con il conflitto che ha investito direttamente l’area del Golfo, quella narrativa si è incrinata. Reuters ha riportato a marzo i primi segnali di indebolimento del mercato immobiliare di Dubai, con calo dei volumi di transazione, alcune riduzioni di prezzo e un generale ripensamento del suo status di safe haven.
Sempre nelle ultime settimane, il Financial Times e Knight Frank hanno riferito che gli Emirati si starebbero orientando verso una maggiore flessibilità per gli espatriati temporaneamente all’estero, in modo da non perderne lo status fiscale e limitare l’emorragia di residenti. È un segnale importante: quando una giurisdizione fiscale competitiva deve difendere la propria base di residenti facoltosi, anche i mercati immobiliari europei tornano a rientrare nel radar delle famiglie internazionali.

Nel Regno Unito e in Svizzera

Sul Regno Unito gli effetti si vedono già con maggiore chiarezza. Da un lato, a marzo 2026 i prezzi medi delle case sono saliti dello 0,9% sul mese e del 2,2% su base annua secondo Nationwide; dall’altro lato, proprio la guerra con l’Iran ha spinto verso l’alto i costi di finanziamento e ha raffreddato le aspettative. Reuters segnala che il conflitto sta colpendo la fiducia degli acquirenti britannici e che le nuove richieste di acquisto rilevate dalla Royal Institution of Chartered Surveyors sono scese ai minimi da dicembre. In parallelo, i mutui si sono rincarati rapidamente. Ne deriva un mercato a due velocità: prime London continua a intercettare attenzione da parte di capitali internazionali in cerca di rifugio, ma il mercato mainstream rischia di essere frenato dall’aumento del costo del debito e dal peggioramento dell’accessibilità, fa rilevare Scenari Immobiliari.

«Il prezzo medio degli appartamenti nel Regno Unito (-0,5%) ha chiuso il 2025 in calo, attestandosi a circa 192.826 sterline (220.608 euro), trainato da un’importante contrazione a Londra (-3,6%), secondo i dati del Catasto del Regno Unito. Il ribasso è stato più pronunciato nella Capitale, con un calo del 3,6%, e soprattutto nel centro della City, dove si è registrato un meno 5,9 per cento. I prezzi delle case nei quartieri di Kensington e Chelsea sono scesi del 12,4%, mentre Westminster, Camden e Hammersmith hanno registrato anch’essi cali a due cifre (-10,8%)» fa rilevare Scenari Immobiliari.

Anche in Svizzera il conflitto rafforza il ruolo di bene-rifugio. Reuters ha riferito a metà marzo di una maggiore propensione di individui facoltosi del Golfo a spostare patrimoni verso il Paese, proprio per la reputazione di stabilità finanziaria e politica. Questo non significa automaticamente un boom generalizzato del residenziale, ma tende a sostenere la domanda di locazioni di fascia alta, residenze temporanee e acquisti trophy nelle piazze più internazionali, come Ginevra e Zurigo. È esattamente il tipo di effetto che si può definire «selettivo e qualitativo».

Italia in buona posizione

Per l’Italia, il quadro di fondo resta costruttivo, ma con un rischio crescente sul lato della domanda finanziata. I dati disponibili per il 2025 indicano una ripresa delle compravendite residenziali: l’Omi segnala una crescita nell’ultimo trimestre del 2025, mentre elaborazioni di mercato diffuse a marzo parlano di circa 765-767mila compravendite nell’intero anno, in aumento di oltre il 6% sul 2024. In parallelo sono cresciuti anche canoni e prezzi: se però lo shock energetico dovesse consolidarsi, il mercato italiano sarebbe esposto a una doppia pressione: da un lato mutui più cari e salari reali più deboli; dall’altro nuovi aumenti dei costi edilizi, che renderebbero ancora più difficile ampliare l’offerta nelle aree urbane dove la domanda è più sostenuta.

PREZZI RESIDENZIALI NELLE PRINCIPALI CITTÀ EUROPEE

Media 2025 / inizio 2026. In €/mq

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Spagna tra le più dinamiche

La Spagna continua a essere uno dei mercati più dinamici del continente. Tinsa ha rilevato per febbraio 2026 un aumento annuo del 14,4% dei prezzi medi delle abitazioni, con isole e aree metropolitane ancora in forte accelerazione. Qui la guerra in Medio Oriente potrebbe avere un effetto ambivalente: da un lato l’economia spagnola appare relativamente più protetta rispetto ad altri Paesi europei sul fronte energetico; dall’altro, un ritorno di inflazione e tassi più alti rischierebbe di accentuare i problemi di accessibilità nelle città già surriscaldate. In sintesi, la Spagna rimane forte, ma proprio i mercati più “tirati” sono quelli che diventano più vulnerabili a uno shock macrofinanziario.

Il mercato francese

In Francia e in particolare a Parigi, la dinamica resta più ordinata. La ripresa osservata negli ultimi mesi si fonda soprattutto su condizioni di credito meno punitive rispetto al passato recente e su un ritorno graduale degli acquirenti. Tuttavia, anche qui il nodo è il medesimo: se il Medio Oriente dovesse continuare a spingere energia e inflazione, il miglioramento delle condizioni finanziarie potrebbe interrompersi prima del previsto. Per il mercato parigino, come per altri mercati maturi europei, non è tanto la guerra in sé il driver diretto, quanto la sua capacità di cambiare la traiettoria dei tassi e quindi la solvibilità della domanda domestica.

Il quadro globale

A livello globale, le ripercussioni della guerra in Medio Oriente sul residenziale si stanno dunque distribuendo in modo non uniforme. Nei Paesi direttamente coinvolti o percepiti come più esposti, come gli Emirati, si vedono i segnali di indebolimento di transazioni, holiday rentals e fiducia. Nei mercati rifugio - Svizzera, alcune aree del Regno Unito, parte dell’Europa mediterranea di fascia alta - prevale invece una domanda opportunistica o prudenziale, spesso orientata agli affitti e alle soluzioni flessibili. Nei mercati di massa, infine, l’effetto principale passa attraverso il canale del costo del denaro: non tanto fughe o trasferimenti, quanto minore accessibilità, più attesa e più cautela.

«Fra tutti i Paesi, la Germania sarà quello in cui la ripresa sarà ritardata e solo moderata - commentano da Scenari Immobiliari -. Una stima prudenziale per l’Italia afferma che nei prossimi tre anni (2026-2028) verranno realizzate circa 170mila nuove abitazioni. I prezzi delle case nelle città europee sono aumentati complessivamente del 6,2% nel 2025 rispetto al 2024. Protagoniste della crescita dei prezzi sono state soprattutto le città spagnole: il prezzo delle case nuove e usate ha registrato una variazione mensile del più 0,9% a gennaio rispetto a dicembre 2025, collocando la variazione annua al 14,4%, con le isole (+21,6%) e le aree metropolitane (+16,6%) che si distinguono come i gruppi che hanno registrato il maggior incremento nell’ultimo anno».

La conclusione, quindi, è che la guerra in Medio Oriente non sta ancora riscrivendo da sola la mappa del residenziale mondiale, ma sta riattivando forze che il settore conosce bene: shock energetici, revisioni delle aspettative sui tassi, riallocazione dei capitali verso i beni rifugio e rinvio delle decisioni più impegnative. In Europa il quadro di partenza resta migliore rispetto a due anni fa, grazie a offerta limitata e domanda ancora presente; tuttavia, se il conflitto dovesse protrarsi e mantenere elevati petrolio e gas, il 2026 potrebbe trasformarsi da anno di consolidamento a anno di frenata selettiva, soprattutto per i mercati più dipendenti dal credito ipotecario e per quelli dove l’accessibilità è già sotto pressione.

Dubai, i possibili scenari

Dopo un ciclo di crescita tra i più intensi al mondo — con prezzi residenziali aumentati di oltre il 60% dal 2022 — il mercato immobiliare di Dubai entra nel 2026 in una fase di progressiva normalizzazione. Non si tratta di un’inversione strutturale, ma di un rallentamento fisiologico, in parte accentuato dal nuovo contesto geopolitico internazionale. Per il momento si sta alla finestra. Le tensioni in Medio Oriente, le chiusure degli areoporti dell’area, l’instabilità delle rotte commerciali nel Mar Rosso e l’aumento del costo dell’energia stanno avendo come effetto un congelamento della situazione. Ed è soprattutto la fascia media a mostrare i primi segnali di cedimento.

Il fattore chiave è l’offerta: l’elevato numero di nuovi progetti immessi sul mercato negli ultimi anni sta creando una pressione competitiva che, in un contesto geopolitico più incerto, si traduce in un riequilibrio dei valori.

Diverso il comportamento del segmento alto. Le aree prime continuano a beneficiare di una domanda potenziale internazionale sostenuta, alimentata da investitori ad alta capacità di spesa, relocation di capitali da aree instabili, attrattività fiscale e qualità della vita. Ma, appunto, in questa fase tutto resta in attesa.

Dubai è una città dalle tante sfaccettature e la crisi colpirà probabilmente in modo selettivo, a meno che non si risolva tutto in tempi brevi.
Le aree prime e waterfront si possono definire resilienti, in particolare Downtown Dubai, Palm Jumeira e Dubai Marina. Qui i valori rimangono solidi, sostenuti da domanda internazionale potenziale e offerta limitata. La volatilità è contenuta e il mercato continua a essere relativamente liquido.
La fascia media era invece già in fase di stabilizzazione, in particolare Business Bay, Jumeirah Village Circle e Dubai Hills Estate. Queste aree mostrano comunque una fase di equilibrio prospettico: i prezzi non crescono più ai ritmi del passato, ma non evidenziano cali generalizzati. La selettività degli acquirenti aumenta.
Nelle aree periferiche e di nuova offerta la situazione è chiaramente più critica. Sono Dubailand, Dubai South, Arjan e International City. È qui che si concentra la maggiore pressione ribassista. L’elevata disponibilità di nuovi immobili e la minore domanda internazionale rendono questi mercati più sensibili al ciclo e al contesto esterno.

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