La Polonia, in particolare, ricava dal carbone quasi l’80% della sua energia elettrica, nonostante 4 su 5 delle sue miniere siano in perdita, secondo uno studio della Commissione Ue del settembre 2017. Il Governo guidato da Diritto e giustizia preferisce sostenere il settore a suon di sussidi: un po’ per non inimicarsi i sindacati del settore, un po’ perché vede nel carbone la garanzia dell’indipendenza energetica dalla Russia. E pazienza se la Polonia è anche uno dei Paesi con la peggiore qualità dell’aria in Europa.
Eppure qualcosa si muove, anche a causa del costo delle quote di emissione di anidride carbonica nel sistema europeo Ets (circa 26 euro a tonnellata): Tauron, uno dei principali gruppi dell’energia, si è impegnata a tagliare alcuni dei suoi impianti a carbone. Ad agosto, un tribunale ha bloccato un progetto da 1,2 miliardi per la costruzione di una nuova centrale alimentata dal combustibile più inquinante del mondo, una joint venture tra Enea (controllata dal Governo) ed Energa. Le regole Ue chiedono a Varsavia di portare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020, dall’11% attuale.
In una situazione simile si trova la Repubblica Ceca, che conta sul carbone per il 50% della propria produzione di energia. Come Varsavia, anche Praga (e Budapest ) ha un problema di risorse con le quali finanziare la transizione. Più sfumata la posizione dell’Estonia, che ha un target di taglio delle emissioni dell’80% entro il 2050.
Sulla sponda opposta, a Berlino Cdu e Spd, in piena crisi di consensi, cercano di appropriarsi di alcuni dei temi che stanno facendo il successo dei Verdi. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha invocato «passi drastici». Il Governo di Angela Merkel punta a mobilitare oltre 50 miliardi di euro nei prossimi anni con i Green bond appena varati: un modo per investire senza pesare sul budget federale e preservare lo «Schwarze Null», l’irrinunciabile tabù del pareggio di bilancio. La Germania da sola ha realizzato il 26% del taglio di gas serra emessi dalla Ue tra il 1990 e il 2017, ma senza correzioni sarebbe destinata a sforare il proprio target del 55% entro il 2030 e deve ancora il 35% della sua elettricità alle centrali a carbone, una quota più alta di quella degli Stati Uniti (30%), che pure sono sotto accusa per la decisione di abbandonare gli Accordi di Parigi.
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