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Greco: «Redditometro? Contro evasione e capitali illeciti servono i big data»

L’ex Procuratore della Repubblica di Milano: «Senza l’intelligenza artificiale si può fare ben poco - La nuova frontiera della criminalità sono i pagamenti digitali, bitcoin e criptovalute»

di Luca Benecchi

2' di lettura

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«Il redditometro? Sono stupito dal dibattito di questi giorni. È uno strumento ottocentesco. Con l’utilizzo dei dati e dell’intelligenza artificiale lo Stato potrebbe ottenere tutte le informazioni che vuole. Certo, l’ostacolo si chiama diritto alla privacy. E questo diritto viene utilizzato spesso per impedire una seria lotta all’evasione fiscale».

L’ex procuratore di Milano va dritto al cuore del problema dei capitali che svaniscono e si ritrovano nei paradisi fiscali. «Gli intermediari finanziari che operano off shore sono gli stessi di quelli che operano alla luce del sole nei paesi occidentali e non solo. Gestiscono allo stesso modo i capitali provenienti dalla criminalità che quelli dei grandi gruppi multinazionali. I canali sono i medesimi».

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Le stime su quanto possa ammontare questo sterminato patrimonio che sfugge alla tassazione degli Stati sono quasi sempre al ribasso. Secondo Alessandro Santoro dell’Università Bicocca di Milano, i flussi di denaro non tassati raggiungono globalmente i 3,5 migliaia di miliardi di dollari, mentre in Italia si aggirano sui 60 miliardi di euro all’anno. Di questi, provengono dalle multinazionali internazionali circa 1,1 migliaia di miliardi, mentre il flusso di quelle italiane è di circa 20-25 miliardi.

«Negli ultimi anni - spiega Santoro - la visibilità di questo flusso è aumentata grazie ad un accordo internazionale tra gli Stati che prevede la tracciabilità e la comunicazione reciproca dei movimenti finanziari dei cittadini. Anche se è uno strumento pesantemente incompleto in quanto non hanno aderito né gli Stati Uniti né la Cina».

«La realtà - riprende Greco - è che il sistema dei fondi nei paradisi fiscali è diventato parte strutturale del sistema economico mondiale. Lo capiamo anche guardando quello che fanno le grandi imprese dell’economia reale, che stanno spostando la propria sede legale in quei paesi».

Peraltro anche la legislazione europea è lacunosa in tema di trasparenza sulla proprietà di veicoli finanziari, trust e beneficiari. Dall’altro lato, la quasi totalità degli edge fund americani, dunque dei fondi speculativi che determinano molto del mercato finanziario mondiale, ha sede proprio in località schermate dal fisco.

Un discorso che vale anche per i porti franchi dove vengono depositati beni mobili di valore e che sono inaccessibili anche attraverso le rogatorie internazionali delle procure.

Le proposte più incalzanti arrivano dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che, racconta l’avvocato Antonio Martino, ex componente del gruppo della Guardia di finanza di Milano, «ha messo in campo due provvedimenti importanti sulla questione delle big tech che, grazie a scorciatoie digitali, si fatica a far pagare le imposte nei paesi dove operano. La prima è che la tassazione deve essere operata dallo Stato nel quale è la clientela, la seconda che il minimo di aliquota sia quella del 15 per cento».

Strade concrete ma che trovano percorribilità reale quasi nulla.«Il sistema dunque – conclude l’ex procuratore di Milano – mette sullo stesso piano chi opera nella finanza, i corrotti e gli evasori. Ma la tecnologia sta offrendo uno strumento ancora più sicuro per fare perdere le tracce dei denari illeciti. Parliamo dei bitcoin, delle criptovalute in generale e dei pagamenti digitali. Sono queste le nuove frontiere delle transazioni della criminalità: canali ancor più raffinati e soprattutto fuori controllo, anche da parte delle banche centrali».

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