Peraltro anche la legislazione europea è lacunosa in tema di trasparenza sulla proprietà di veicoli finanziari, trust e beneficiari. Dall’altro lato, la quasi totalità degli edge fund americani, dunque dei fondi speculativi che determinano molto del mercato finanziario mondiale, ha sede proprio in località schermate dal fisco.
Un discorso che vale anche per i porti franchi dove vengono depositati beni mobili di valore e che sono inaccessibili anche attraverso le rogatorie internazionali delle procure.
Le proposte più incalzanti arrivano dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che, racconta l’avvocato Antonio Martino, ex componente del gruppo della Guardia di finanza di Milano, «ha messo in campo due provvedimenti importanti sulla questione delle big tech che, grazie a scorciatoie digitali, si fatica a far pagare le imposte nei paesi dove operano. La prima è che la tassazione deve essere operata dallo Stato nel quale è la clientela, la seconda che il minimo di aliquota sia quella del 15 per cento».
Strade concrete ma che trovano percorribilità reale quasi nulla.«Il sistema dunque – conclude l’ex procuratore di Milano – mette sullo stesso piano chi opera nella finanza, i corrotti e gli evasori. Ma la tecnologia sta offrendo uno strumento ancora più sicuro per fare perdere le tracce dei denari illeciti. Parliamo dei bitcoin, delle criptovalute in generale e dei pagamenti digitali. Sono queste le nuove frontiere delle transazioni della criminalità: canali ancor più raffinati e soprattutto fuori controllo, anche da parte delle banche centrali».